a cura di Stefania Fausto e Giulia Corti

Classe 1983, una laurea a Torino con tesi su Karl Marx e ora ricercatore all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano: Diego Fusaro è una delle poche voci nuove, under 50, all’interno del mondo accademico italiano. Il suo libro Bentornato Marx nel 2009 è stato un successo editoriale inaspettato e il suo profilo di Facebook conta più di cinquemila amicizie. Sostenitore dell’uscita dall’euro e della necessità di superare il capitalismo, quando lo incontriamo nel suo studio la scrivania è affollata dai testi dei suoi “grandi maestri”: Gramsci, Gentile, Marx e Hegel.

  • Nel 2009 ha pubblicato il libro “Bentornato Marx” che racchiude le linee principali del suo pensiero. Quando e come ha maturato la sua concezione di capitalismo e anticapitalismo, di una rivalutazione della figura di Marx e dei problemi che il suo sistema ha sollevato e che lei vede ancora molto attuali.

Sono arrivato a Marx per vie trasversali perché in origine mi occupavo, e mi occupo ancora, di atomismo greco e scoprii che Marx aveva fatto una tesi su Democrito ed Epicuro. Da lì ho cominciato ad appassionarmi a lui e ho capito quanto fosse ancora vivo il suo pensiero oggi. Soprattutto con la sua critica del capitalismo mi pareva cogliere un punto fondamentale ineludibile del nostro tempo. “Bentornato Marx” contiene un duplice tentativo: da un lato quello di spiegare in maniera filologica con anche un’interpretazione personale chi è questo pensatore e che cosa ha detto (quindi idealista, anticapitalista, rivoluzionario, pensatore della comunità e dell’individuo libero nella comunità), e dall’altra il libro tentava di fare quello che Croce aveva fatto con Hegel, cioè mostrare cosa fosse vivo e cosa fosse morto della filosofia marxista oggi. Il punto cui arrivo nel libro è che, ai nostri giorni, più si dice che Marx è morto, più lo si vorrebbe mettere a morte perché tra tutti è quello ancora più vivo e che mostra le contraddizioni del mondo in cui viviamo.

  • La società attuale, nella sua concezione, è portata al “nichilismo della fretta” e alla “desertificazione dell’avvenire”, trasformando così l’uomo in un “essere senza tempo”. Lo riscontra concretamente nella realtà e qualora fosse così, quale potrebbe essere la soluzione per uscire da questa situazione?

L’odierna società del post 1989 è una società di nichilismo assoluto perché viene meno il senso, la domanda sui valori e i valori stessi. Resta una sorta d’insensatezza generalizzata che si caratterizza anche in quello che io in “Essere senza tempo” avevo definito il nichilismo della fretta. Sul piano temporale l’epoca che si è aperta col 1989 è un’epoca paradossale: da un lato c’è una sorta di accelerazione febbrile dei ritmi dell’esistenza, della produzione e del consumo, mentre dall’altra parte viene meno quello che c’era ai tempi di Marx e cioè l’orizzonte di un futuro come luogo in nome del quale bisognava accelerare e velocizzare il tutto. Oggi abbiamo un nichilismo della fretta o un’accelerazione senza futuro che ha come scopo insensato la riproposizione tautologica dell’esistente così come è. Questo è un paradosso ed è una situazione inedita nella storia umana.

  • Abbiamo, perciò, una sorta di contraddizione rispetto agli anni del ’68 e seguenti, in cui l’ideologia e i valori erano molti sentiti?

Con una battuta potremmo dire che il guaio del nostro tempo è quello che non c’è più il futuro di una volta. Si è eclissata la dimensione del futuro che dava un senso alle passioni progettuali personali. Quando nel periodo di quegli anni in cui si lottava, c’era l’idea che la lotta nel presente avesse un senso proiettato nel futuro e quindi che il futuro fosse un orizzonte colonizzabile con progetti di senso e di trasformazione. Oggi invece, il paradosso del nostro tempo è che viviamo nel tempo dell’eterno presente, della desertificazione dell’avvenire. La soluzione, perciò, secondo me, sta innanzitutto nella riapertura del futuro e insieme nel re-incantamento del mondo. Il mondo attuale è ridotto a uno scenario prosaico e reificato di puri calcoli, di pura misurazione scientifica della realtà, invece bisogna tornare, come diceva Hörderling, ad abitare poeticamente il mondo, colonizzarlo con progetti di senso e utopia. L’utopia è un altro grande concetto, assente nel nostro presente. Viviamo in un tempo in cui, che tu voglia o no, sei sempre riportato alla dimensione del calcolo. È quello che Gramsci chiamava “il cretinismo economico”, si pensa che l’economia possa risolvere tutti i problemi. Oggi il solo futuro che siamo in grado di aspettare e sperare è quello che si misura con la crescita del PIL.

  • Questa visione del mondo, concretamente, come si lega con l’essere anticapitalisti? Il fatto di avere una società che porta al nichilismo e alla distruzione dei progetti è legato al fatto di avere un capitalismo avanzato che sta per crollare? L’anticapitalismo è una soluzione concreta o è solo una soluzione a livello economico?

Questo nichilismo è il prodotto del capitalismo e si determina per il fatto che tutti i valori scompaiono perché tutto diventa merce. L’unico valore superstite è il valore di scambio. Per capire l’odierno scenario di nichilismo bisogna intrecciare Nietzsche e Marx. La morte di Dio di Nietzsche, cioè la fine dei valori e della speranza nelle grandi verità, si realizza nel mercato assoluto previsto da Marx, quando tutto diventa merce. Nella Gaia Scienza, nell’aforisma 125, Nietzsche dice che Dio è morto nel mercato. L’anticapitalismo oggi è necessario per reagire al fanatismo dell’attuale economia delirante e dominante ma anche per cambiare l’immaginario. Abbiamo un immaginario colonizzato dall’economia, mentre bisogna riaprire un immaginario poetico che dia spazio a esperienza di verità altre rispetto a quella del calcolo economico e della scienza. Questo è possibile assumendo l’anticapitalismo come una resistenza culturale al capitalismo. Il capitalismo ha bisogno che noi siamo consumatori e meno cultura abbiamo e meglio è, meno elementi critici abbiamo e meglio è. La scuola oggi diventa un’azienda, dove si erogano crediti e debiti, competenze e abilità e in cui gli studenti sono consumatori di sapere. Resistere al capitalismo quindi significa innanzitutto resistergli intellettualmente. La prima mossa da fare è dire e mostrare che il capitalismo non è il solo mondo possibile, non è un destino ineluttabile e può essere cambiato, riaprendo così lo spazio della possibilità e di un futuro alternativo.

  • La sua posizione favorevole riguardo all’uscita dall’euro e la sottrazione del primato economico alle banche, quanto può essere concretamente possibile?

Il punto è sempre questo: il capitale trionfa quando riesce a desertificare le aspettative e le prospettive, quando riesce a convincerti che l’idea del cambiamento è utopica. Bisogna pensare il senso dell’alternativa, nel senso che il mondo così com’è, è storico e quindi non è eterno, può essere superato in altre forme. Uscire dall’euro oggi, molto prosaicamente, è fondamentale per riacquistare un senso di possibilità di determinare politicamente ciò che siamo. Finché restiamo nel sistema Europa, che io chiamo eurocrazia, noi come cittadini non possiamo fare nulla perché tanto le decisioni vengono prese altrove. Se invece si esce dall’euro e si torna alla sovranità nazionale significa reintrodurre un primato di decisione politica dei cittadini, in qualche misura. Con il capitalismo la politica diventa una continuazione dell’economia: Mario Monti è l’esempio di economia che prende il posto della politica.

  • Le materie umanistiche sono spesso messe in secondo piano, che cosa risponderebbe a un giovane che le chiede perché bisogna studiare filosofia?

Gli rispondere anzitutto che è un gesto di coraggio e di passione, è il primo modo per non vendere la testa al capitale. Oggi i giovani sono disincentivati da subito a fare filosofia, si dice loro di fare economia, medicina, ingegneria, facoltà redditizie e che dispensano dal pensare. Heidegger diceva che il nostro è il tempo in cui si calcola e non si pensa. Un giovane, perciò, innanzitutto deve seguire le sue passioni e in secondo luogo lo esorterei a non piegarsi alle logiche ideologiche che lo portano a non scegliere discipline umanistiche. Socrate diceva che una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta e a maggior ragione una vita senza filosofia è una vita che non solo trova la risposta ma non pone neanche la domanda, resta in una sorta di mancata interrogazione del senso del mondo.

  • Lei, a differenza di molti suoi coetanei, è non ha seguito la scia della cosiddetta “fuga di cervelli”, è rimasto in Italia intraprendendo una carriera abbastanza di successo. Che cosa ne pensa di questo fenomeno?

È una situazione molto spiacevole, ma anche molto italiana: non si investono soldi nella ricerca, non si fanno assunzioni in università, ci sono sistemi di assunzioni mafiosi e corrotti. Passa la voglia di stare in Italia. Io sono stato fortunato a trovare ottimi maestri e un’università che dà molto spazio ai giovani, però in Italia l’età media dei docenti giovani è di 50 anni. Costringi così i giovani a una condizione di subalternità prolungata. La fuga di cervelli è una situazione pessima perché poi questi cervelli difficilmente rientrano, inoltre quelli che si formano in Italia hanno la formazione migliore in Europa.

  • Progetti in corso e futuri?

Ho in cantiere la prosecuzione del libro “Minima e mercatalia. Filosofia e capitalismo”. Sarà un libro incentrato sul tema dell’azione e della comunità per superare il capitalismo, con un’ampia parte sull’Europa, quella che io chiama “ideologia europea” e dovrebbe uscire quest’anno.

  • Il suo sogno nel cassetto?

Nella mia vita vorrei contribuire al miglioramento di questo Paese e in particolare della situazione dei giovani.

Per saperne di più:
Filosofico.net

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