Diaologhi con Leucò: alla scoperta di Cesare Pavese

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Dialoghi con Leucò Cesare Pavese

Torino, Agosto 1950. Una stanza d’albergo, buste di sonnifero vuote, un libro. Dentro il libro, un biglietto: «L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia.» Questa citazione e altre poche frasi formano l’ultimo saluto dello scrittore Cesare Pavese.

Lo scrittore riverso sul letto e questi oggetti sparsi compongono lo scenario del suo suicidio. Cesare Pavese nasce il 9 Settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, paese del Piemonte  in cui è ambientato il suo romanzo più conosciuto: La Luna e i Falò.

Vincitore del Premio Strega (proprio nel 1950), amante del poeta inglese Walther Withman e oppositore del partito fascista, divise la sua vita tra l’America e le sue amate colline piemontesi. Il romanzo sul comodino, lo stesso della citazione, è Dialoghi con Leucò, l’ultimo segno di sé che Pavese decide di lasciare al mondo. Il libro è un insieme di dialoghi tra personaggi della mitologia greca in cui Il tentativo di dar voce al non-detto dei miti riesce alla perfezione.

Ninfe, uomini,  dei e Titani si interrogano su ciò che ha sempre mosso lo stesso scrittore: il destino e la consapevolezza di esso. I Titani, rappresentanti di un passato troppo lontano che sapeva leggere la forza del divino nella natura; la caduta dei Titani che precorre la sorte degli stessi dei dell’Olimpo; e gli dei che vivono sotto Zeus tra passioni e amori, destinati anch’essi al tramonto. Tra tutti loro gli uomini.

Gli uomini compaiono in realtà poco, eppure sono i protagonisti indiscussi del romanzo, le  figure mitiche non sono che l’umanizzazione delle domande di cui avvertiamo l’urgenza. Ma il mito non è solo metafora (e qua si avverte la grandezza dello scrittore), ma aderisce alla realtà. Le figure mitiche hanno spazio nella natura, nell’amata campagna. Il mistero del mito vive, non ci abbandona.

La consapevolezza della fine è il fil rouge dei dialoghi, se ne si desidera trovare uno, ma non è che uno dei molti. Quando Circe parla con la ninfa Lueucocide (Leucò) il fato che la maga ha incontrato, e che già conosceva, le permette un riso, la leggerezza. Odisseo non ne sa ridere, come tutti gli uomini che «non sanno scherzare sulle cose divine, non sanno sentirsi recitare come noi. La loro vita è così breve che non possono accettare di fare cose già fatte o sapute».

Il destino di cui Odisseo non sa ridere è lo stesso che porta Pavese in quella stanza d’albergo. I dialoghi ci permettono di allontanare definitivamente quell’etichetta limitativa di “neorealismo” spesso affiancata al nome di questo scrittore, i motivi per cui ha scritto durante la sua vita sono tutti qua tra Afrodite e Narciso, tra Virbio e Diana.

Come un moderno Leopardi (modello letterario dei dialoghi), egli tenta di rendere attraverso la prosa il male di vivere di chi avverte tutta la gravità del destino su di sé: la  memoria, il passato, il ricordo sono quel che resta e tutto quel che abbiamo. Odisseo è Pavese, l’uomo che ha potuto incontrare gli dei e che scelse un destino già scritto. La leggerezza che Ulisse non sa trovare è quella che Pavese non trova mai. Attraverso il romanzo, ci racconta così la malattia che lo spezzò: l’insostenibile peso del destino.

«Leucò, tu non sai quanto la morte li attiri. Morire è sì un destino per loro, una ripetizione, una cosa saputa, ma s’illudono che cambi qualcosa».

A cura di Chiara Provale

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