Può sembrare poetica quell’aria vaga, la testa fra le nuvole o l’indifferenza che pare sopraelevare chi soffre di depressione; e forse è per questo che tale malattia affascina il mondo dello spettacolo. Molti geni ne soffrivano e ne soffrono e spesso è essa stessa la fonte del genio che li contraddistingue. Ma cosa c’è al di là delle opere, dell’aurea mistica e distaccata? Dolore, solitudine e stanchezza sono macigni che gravano su queste persone ogni giorno, ogni ora della loro vita, fino ad arrivare al punto in cui si preferisce farla finita con tutto pur di non dover continuare.

 

THE HOURS

La vita di Virgina Woolf si fonde con quella di Mrs. Dalloway e di tutte le altre donne che condividono con esse la medesima condizione. Anche se è sempre stata chiara la vena autobiografica che la scrittrice aveva impresso nel suo romanzo, nel film The Hours, la storia del libro e quella dell’autrice si incontrano, si mescolano e divengono un’unica storia.

Tre sono i fili su cui si snoda la trama: il primo è quello della vita di Virgina Woolf (Nicole Kidman), che nel 1923 si stabilisce a Richmond su suggerimento dei medici per prendersi cura della sua salute mentale. Seppur attorniata dalle attenzioni del marito, costantemente preoccupato per i suoi tentativi di suicidio, Virginia si ritrova a combattere da sola la sua battaglia contro la depressione.

La solitudine non accompagna solo la scrittrice ma anche le altre due donne protagoniste del film. La seconda vita che si intreccia è quella di una casalinga di Los Angeles in attesa del suo secondo figlio, Laura Brown (Julianne Moore). si percepisce già dal tono della sua voce quanto sia stanca di vivere, ma continuamente combattuta rispetto alla decisione da prendere. Molti sono i riferimenti alla vita della Woolf e al suo libro (oltre al fatto che la stessa Laura ne sta affrontando la lettura sentendolo particolarmente vicino), ne sono esempio il marito veterano di guerra, personaggio che nel libro originale sarà ben più marcato e destinato a soffrire anch’egli di depressione o il figlio primogenito della donna che, anche senza svelare in quali relazioni è con l’altro filo del film, si capisce comprendere la pena e il tormento della madre già da piccolissimo.

L’ultima storia che segue il film è quella di Clarissa Vaughan (Meryl Streep), che inizialmente pare reincarnare il ruolo della stessa Clarissa Dalloway, ma che poi si capisce andare ben oltre. Non solo è l’unica delle due ad avere un’aperta relazione omosessuale (mentre le altre due donne, nel film, riusciranno solo a strappare dei baci affranti e disperati), ma è emblema del personaggio forte e all’apparenza capace di gestire la vita senza lasciarsi sopraffare da quel tempo che scorre e che degrada la vita stessa. Nonostante queste sue qualità Clarissa non è immune al destino che l’attende e che la lega alle altre protagoniste.

 

MR BEAVER

Un uomo salvato da una marionetta a forma di castoro può sembrare esilarante. La storia di Mr Beaver in effetti inizia così; ma dietro a quelle prime risate incerte si fa strada l’amarezza della verità che cela il pupazzo.

Quando la mano sinistra di Walter Black (Mel Gibson) diviene la spina dorsale della cura alla sua depressione, la sua vita sembra risollevarsi; il castoro riesce a fargli riallacciare i rapporti ormai quasi distrutti con la famiglia e a rimettere in sesto l’azienda ereditata dal padre che pareva avviarsi verso il fallimento.

Walter arriva ad un certo punto a dipendere dalla marionetta che prima gli aveva salvato la vita, e appoggiandosi sempre più ad essa finisce per accrescere sempre più la sua importanza slegando la sua persona da quella del suo alter ego. Il protagonista finisce per ripiombare nella depressione quando la marionetta distrugge di nuovo tutto quello che aveva creato.

È quando tocca il fondo per la seconda volta che Walter Black si risolleva, questa volta definitivamente, riuscendo a tener testa a quel lato di sé che prima tanto l’aveva aiutato, uccidendo la marionetta-castoro (che materialmente si concretizza con l’amputazione del suo braccio sinistro simbolo della morte del pupazzo). Uscito dal vortice di Mr. Beaver Walter si riconcilia finalmente con l sua famiglia che lo aiuta a superare definitivamente la depressione. 

 

AMERICAN BEAUTY

E’ impossibile non citare per questo genere di film il titolo American Beauty, dove la depressione affligge in maniera diversa un po’ tutti i personaggi, a partire dal protagonista (Kevin Spacey) Lester Burnham. A confortarlo dalla noia della sua vita vi sono dei flash della sua giovinezza, dovuti alla marijuana e all’infatuazione per un’amica della figlia, Angela (sulla quale avrà parecchie fantasie erotiche con petali di rose rosse del tipo American Beauty, da qui il nome del film). Lester riesce piano piano a far quadrare la sua vita, riacquisendo quella forza che gli permette di cambiarla come dice lui. Mentre il marito dà sfogo ai suoi istinti di mezz’età, la moglie Carolyn, anch’essa attanagliata dal senso di insoddisfazione per la sua vita, si getta in una relazione extraconiugale che in realtà è un’illusione.

Le paure e i contrasti giovanili emergono invece dalle relazioni tra la figlia di Lester e Carolyn, Jane e la sua amica Angela, la quale è terrorizzata all’idea di rimanere sola ed invidia Jane che invece sembra avere una certa affinità col vicino di casa Ricky, da tutti considerato strano e un po’ pazzo. Si aggiunge la paura del padre di Ricky che il figlio possa avere una relazione omosessuale con Lester, per via di alcune inquadrature che in realtà erano scambi di droga.

Senza bisogno di andare oltre con la trama, American Beauty presenta tutte le sfumature che la depresisone e in generale i problemi assumono nel corso della vita, durante le varie età e con i vari caratteri che possono avere le persone. Si può dire che sia un’analisi della vita a 360 gradi e non solo di una malattia.

 

A cura di Emma Giametta

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