DATA JOURNALISM: VISUALIZZARE L’INFORMAZIONE

565

A cura di Adriano Vulpio

Tra le caratteristiche necessarie affinché un buon giornalista possa essere definito tale, c’è quella di saper gestire le informazioni. Nel corso dell’ultimo decennio il giornalismo è stato profondamente influenzato dai nuovi meccanismi imposti – purtroppo e per fortuna – dalla Rete, dal modo in cui le informazioni circolano e si trasformano al suo interno. Infatti, il confronto con il web ha presentato la necessità di sviluppare nuove competenze: nello specifico, essere in grado di selezionare una enorme quantità di dati e organizzarli in maniera tale da renderli intellegibili. Per questo motivo, il giornalista non lavora più da solo, ma si avvale della collaborazione di altre figure professionali, come designer e informatici: i numerosi dati relativi a un determinato fenomeno vengono analizzati, organizzati e infine offerti al lettore grazie agli strumenti dell’info design. Per intenderci, non vedremo solamente parole che formano articoli, ma anche diagrammi che ci forniscono informazioni sull’avvenimento che si è deciso di prendere in considerazione. In modo particolare, su quei fenomeni che presentano un elevato grado di complessità.

Uno dei primi quotidiani italiani a sfruttare le potenzialità dell’infografica è stato il “Corriere della Sera”, attraverso l’inserto culturale “La Lettura”. Dei risultati di questo esperimento giornalistico ed editoriale si è parlato durante la conferenza dal titolo Data Journalism – Informazione e creatività, che si è tenuta venerdì 14 novembre 2014 presso il Teatro dell’Arte della Triennale di Milano. Al dibattito hanno preso parte Paolo Ciuccarelli, membro di Density Design, laboratorio di ricerca del Politecnico di Milano che si occupa della rappresentazione visuale dei dati; Alberto Cairo, docente presso la School of Communication della University of Miami; Daniela Piscitelli, presidente dell’Aiap (Associazione italiana design della comunicazione visiva). Ha coordinato l’incontro Antonio Troiano, caporedattore della cultura del Corriere della Sera.

Si inizia con la questione metodologica: cosa significa praticamente comunicare attraverso l’infografia? Il processo – spiega Ciuccarelli – si articola in quattro fasi: raccolta, organizzazione, spiegazione e generalizzazione dei dati. Tuttavia, un fenomeno può essere interpretato in tanti modi diversi. Infatti, nel caso in cui l’insieme dei dati a disposizione sia uguale per tutti, ciascuna visualizzazione riflette una personale versione del fenomeno, a sua volta espressa da precise scelte tecniche (utilizzo di colori, caratteri tipografici, istogrammi, aerogrammi, a torta etc.). In ogni caso, la rappresentazione visiva dei dati si pone come “modello non esaustivo” di interpretazione, descrivendo in maniera approssimata il pezzo di realtà considerata.

Ma quanto queste visualizzazioni possono essere affidabili? Quanto fuorvianti? Secondo Alberto Cairo, il problema principale risiede nella cattiva gestione dei dati: sia i giornalisti, sia i designer dell’informazione, quasi mai si chiedono: “Abbiamo i dati corretti?”. Glissare sulla provenienza e sulla natura dei dati conduce inevitabilmente ad una eccessiva generalizzazione che spesso risulta superficiale, portando alla nefasta conseguenza della messa al bando della complessità in favore di una semplificazione estrema. Talvolta i dati “grezzi” possono anche essere gestiti con un eccessivo grado di libertà, trascurando l’analisi oggettiva del fenomeno: in questo caso la visualizzazione è il risultato di una interpretazione distorta dei dati, dettata – secondo Cairo – dalla volontà di vendere un prodotto o un’idea.

Perciò, il giornalista non deve solamente essere affiancato da designer, programmatori ed esperti di statistica, ma anche sviluppare un approccio critico all’analisi dei dati, vicino tanto al rigore matematico quanto alla riflessione attuata dalle scienze cognitive: solo in questo modo si possono capire a fondo i processi nascosti dietro una visualizzazione dati.
Questa è una delle parti di cui si compone il pensiero visivo: un’accurata indagine storica può contribuire alla comprensione dei suoi sviluppi, sempre più legati a quelli tecnologici. Di tale avviso è Daniela Piscitelli, che riporta l’attenzione sul rapporto fra scrittura lineare e non lineare, inteso come punto di partenza per la comprensione degli artefatti grafici. Dunque, gli strumenti tecnici e concettuali dell’info design incontrano le urgenze del data journalism, basato su un nuovo modo di produrre contenuti: meno legati a quello che si legge, più a quello che si vede. A tal proposito, la conferenza ha avuto seguito con l’inaugurazione della mostra intitolata “Le mappe del sapere – visual data di arti, nuovi linguaggi, diritti: l’infografica ridisegna il sapere” (alla Triennale fino al 14 dicembre, ingresso libero), che raccoglie tutte le visualizzazioni e le infografiche realizzate per “La Lettura”: l’impressione è che al di là delle discussioni teoriche e delle applicazioni pratiche, i dati possano anche acquisire un valore estetico, a dispetto della inespressiva immaterialità con la quale solitamente li si identifica.

Commenti su Facebook