Dalla baruffa al massacro: tutti contro tutti nella bottega del caffè di Fassbinder. Veronica Cruciani porta in scena dal 9 al 14 al Teatro Fontana la celebre riscrittura dell’autore tedesco del capolavoro di Goldoni.

Cos’è:

Sullo sfondo di una Venezia fredda ed elegante, come congelata per sempre in una delle tante pubblicità di profumi che hanno come protagonista il capoluogo veneto, la bottega del caffè di Rinaldo e del suo servo Trappola assistono all’alternarsi delle sorti dei loro avventori.

Ad attirarli è la vicina bisca di Pandolfo, in cui il conte Leadro dissangua di giorno in giorno il povero Eugenio. Al mondo degli uomini, caratterizzato dal piacere morboso del rischio, si oppone il mondo delle donne, di Lisaura, l’escort che tutti vogliono possedere e poi gettare, di Vittoria, disposta a tutto pur di salvare il marito Eugenio dal baratro del gioco, di Placida, in grado di rinunciare alla propria femminilità pur di riaffermare il proprio potere sul marito.

E proprio di potere parla Das Kaffehaus: il potere del denaro, un potere che si esercita attraverso il possesso. Possesso che si fa ossessione, dipendenza, solitudine e disperazione, nella roulette sociale di Das Kaffehaus: la ruota gira, e chi finisce sotto paga. Anche a costo della vita.

Com’è:

La regia di Veronica Cruciani è piuttosto precisa e ordinata, il che conferisce allo spettacolo una sua piacevole eleganza formale. Merito questo anche della scenografia di Barbara Bessi, che ricostruisce un ambiente “veneziano” che punta quasi all’astrazione, attraverso un pattern stilizzato che si ripete su tutte le superfici, ripetitivo e immutato, non fosse per le luci (davvero notevole il disegno luci di Gianno Staropoli) che di volta in volta ricreano lo spazio e ridefiniscono i momenti dello spettacolo.

Il gioco verte molto sui due momenti, quello che precede il carnevale, in cui ci vengono introdotte le varie vicende dei personaggi, e quello che segue al carnevale, in cui la festa inizia a prendere il sopravvento su ogni cosa, fino ad uscire dal controllo. Lo scarto tra i due momenti è forse fin troppo forte: il primo momento risulta un po’ freddo e distaccato, a tratti lento, rischiando di allontanare lo spettatore, a differenza del secondo momento, in cui il clima della festa da La Grande Bellezza ci fa entrare nei gironi plastificati dell’Inferno di Fassbinder. Notevole il cast dello spettacolo, in cui si distinguono Francesco Migliaccio, Ivan Zerbinati, Maria Grazia Plos e Mauro Malinverno.

Perché vederlo: 

Das Kaffehaus è il ritratto impietoso di una società dove la prospettiva di un guadagno facile si trasforma in un meccanismo perverso di sopraffazione. Tutto ha un prezzo ma nulla ha valore: l’amore, la fedeltà, l’amicizia, persino il denaro stesso perde la sua funzione, diventando il feticcio di un poter da conquistare, più che da esercitare.

Un gioco che svuota se stesso, lasciando solo il guscio, l’apparenza, di una felicità sotto cui si nasconde l’istinto cannibale del tutti contro tutti. La farsa goldoniana lascia il posto ad una satira feroce, che dietro la masque del carnevale cela il volto inquietante e asettico di un vuoto che avanza e fagocita ogni cosa.

Nota a margine:

Menzione particolare va alla acconciatura del biscattiere Pandolfo. Il perché lo lasciamo scoprire a chi vorrà vedere lo spettacolo.

A cura di Redazione Vox

 

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