‘Dalle Rovine’ di Luciano Funetta

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Un uomo con un’ossessione per i serpenti entra nel mondo del porno. In sintesi, questo è l’unico modo per descrivere il motore narrativo di Dalle rovine di Luciano Funetta. Certo, è una frase ad effetto, ma rimane comunque difficile intavolare un discorso partendo da un’affermazione del genere; e tuttavia, è l’unica presentazione veritiera, per quanto straniante. E ulteriormente straniante non può che essere la frase successiva, che dovrebbe rassicurare l’interlocutore ignaro e che, invece, ha l’effetto di stranirlo ancora di più: “No, ma sul serio, è bellissimo”. Ma che ci si può fare, se sono vere entrambe le frasi? Perché Dalle rovine è davvero entrambe le cose. Un libro su un uomo ossessionato dai serpenti, anti-sociale, che entra nel mondo del porno; e un libro davvero bello.

Un libro che si muove sinuoso come i serpenti che lo abitano, e allo stesso tempo trasmette disagio e alienazione, come lo scheletro bianco che campeggia al centro della copertina, che sembra possa riprendere a muoversi e a strisciare in qualunque momento.
Un libro che usa una prospettiva collettiva in grado di assorbire il lettore, che non si sente del tutto parte del Noi narrante, quanto piuttosto uno spettatore che si è aggregato a un gruppo e che osserva da sopra le spalle di uno sconosciuto lo spettacolo. Partecipe e allo stesso tempo distaccato, narratore e scrutatore dei cerimoniali in atto.
E il Noi, d’altra parte, non vuole in alcun modo essere conosciuto. Loro seguono Rivera, il protagonista, e lo seguono come se fossero demoni, angeli, serpenti, spettatori come noi, e ci ipnotizzano affinché li si segua in ogni loro variante, come si seguirebbero dei rivoli d’acqua, mentre parlano dell’oggetto della loro attenzione.

E parliamo di lui, Rivera. Non ha un volto. Ha un corpo che viene descritto, ma mai nel dettaglio. Non è un uomo apprezzabile, pressoché sotto qualunque aspetto: ci viene detto che ha avuto una famiglia, ma è subito chiaro che non è in grado di vivere in un ambito familiare. Si capisce, nelle prime venti pagine, che è il consesso umano a essergli generalmente estraneo. Eppure emana, attraverso la scrittura di Funetta, una sorta di fascinazione morbosa che colpisce gli altri personaggi e, in una certa misura, chi lo segue leggendo: come più di una persona gli dice nel corso della storia, Rivera ha un che di fatato. Ma di quel fatato arcano, che meglio si colloca sotto il nome di fae, che comprende spiriti, goblin e sidhe. Come loro, comunica con gli animali e le altre creature e non persegue nulla che non sia sé e un qualcosa di superiore che è inspiegabile persino a lui stesso: è vivo, dunque, non per uno scopo, ma semplicemente perché è al mondo, e la natura desidera che prosegua la sua vita, per arrivare fino al punto in cui questa vorrà.

È un personaggio memorabile, Rivera. Così come Tapia (che è un predicatore, un maudit, un folle, un artista, un santone, un violento, un iperattivo in consunzione, un visionario che si muove sempre sul filo estremo, che fa paura, ma è incantevole), così come Traum, e così come in parte anche Jack Birmania, Maribel ed Eugenio Laudata (un nome che, visto il personaggio, fa sorridere e risulta un poco ridicolo). Eppure non posso dire che ci sia uno scavo psicologico propriamente detto: direi piuttosto che c’è una continua proposta del subconscio di questi personaggi, dei loro istinti, che impedisce l’empatia nei loro confronti. Ed è un bene, perché rispecchia le scelte narrative di Funetta, e prosegue nel percorso di straniamento che è al cuore del romanzo, rendendo chiaro quanto siano personaggi persi, soprattutto in sé stessi.

“Ma, scusa… non vorrei chiedere, però… ma il porno?” si starà dicendo qualcuno. C’è. Ma nella sua variante più “quotidiana” sembra quasi sparire, tanto poco è volgare e scabroso. E nella sua variante più oscura, nel toccare un’attività le cui pieghe possono raggiungere picchi di violenza insopportabili, supera questa definizione e diventa un’esperienza di una brutalità difficile da leggere, non per la descrizione delle ferite fisiche (in cui Funetta non si dilunga mai), ma per le ripercussioni e per il dolore mentale ed emotivo, procurato e subito. Il susseguirsi di questi atti porterà a un finale che si considera inaspettato fino al momento in cui lo si raggiunge; poi, è subito chiaro che non poteva che andare così. Molti si sono detti delusi, come se fosse una discesa troppo brusca rispetto al resto della storia, ma io credo che invece sia stato un ottimo picco di tensione, un viaggio iniziatico al contrario, e mi ha spinta a rileggere subito la prima pagina, facendomi sentire una stretta alla bocca dello stomaco.

E più scrivo di questo libro, più mi rendo conto di quanto sia giovane Luciano Funetta, che è del 1986 e ha già un calibro piuttosto preciso che regola la sua penna. Non è perfetto o privo di sbavature: ma l’idea che questo sia il romanzo d’esordio mi dà la sensazione che possiamo aspettarci molto da lui. Spero che, pur crescendo e colmando quegli spazi che lo porteranno avanti in questo mestiere, non perderà mai il gusto per le metafore, che sono uno dei suoi punti di forza e che rendono un argomento così folle, così a rischio di volgarità, incredibilmente bello.

Dunque, Dalle rovine è strano, stranissimo. Agghiacciante e inquietante. Sarà difficile parlarne con chi non l’ha letto. Lo consiglio? Decisamente sì.
P.S. per amor di verità, una postilla: la conversazione all’inizio della recensione è avvenuta davvero, e la faccia dell’interlocutore era impagabile.

A cura di Camilla Pelizzoli

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