Cos’è Cuphead? Una rivoluzione certamente no. Sicuramente è un ottimo revival, una ripresa di una tipologia di gioco che sembrava ormai superata, ora tornata alla ribalta di prepotenza.

Fin dall’annuncio, Cuphead ha attirato molta attenzione. L’atmosfera retrò e lo stile cartone animato anni ’30 sono parte integrante dell’esperienza di gioco. La trama (non certo un punto di forza) è semplicissima: due fratelli, Cuphead e Mugman, si giocano tutto al casinò di proprietà del Diavolo e, per saldare il debito, sono costretti a girare per il mondo a riscuotere i crediti di Satana. Ovviamente, dopo aver battuto anche il temibile Re Dado, si arriverà allo scontro proprio con il Signore degli Inferi. Il tutto viene narrato come fosse un fumetto.

Gli sparatutto a scorrimento, in 2D, sembravano un genere morto e sepolto. I cabinati di Metal Slug erano in tutti i bar, e moltissimi ragazzi hanno speso fior di gettoni per riuscire ad arrivare in fondo, contro soldati su soldati, carri armati e mostri meccanici giganti. Con l’avvento del 3D, l’esperienza sembrava conclusa. Invece Cuphead ne fa la colonna portante del gioco, tranne la parziale eccezione dell’esplorazione delle isole su cui ci sono i vari boss, in cui si trovano anche alcuni livelli bonus e il negozio per i potenziamenti.

Ma quello che distingue Cuphead dalla massa è il livello di sfida. Da anni si lamentava la tendenza dei nuovi titoli ad essere sempre più semplici e guidati, quasi dei film interattivi, tendenza inaugurata fin dal primo Assassin’s Creed. Invece Cuphead è difficile. Caspita se è difficile. La difficoltà è unica per tutti (regular), si può fare una prova a livello più facile, ma solo per riscaldamento. I livelli sono pieni di nemici, proiettili vaganti, buchi, ostacoli di ogni tipo. Si può venire colpiti fino a 3 volte (4 con il potenziamento), poi tocca ricominciare.

Le boss battle non sono lunghissime (3-4 minuti), il che rende più facile provare e riprovare. Già, perché questa è la chiave del gioco: provare e riprovare. Ogni supercattivo (e sono 27, compresi i 9 mini-boss di Re Dado) ha più fasi di combattimento, e generalmente si trova la mossa vincente solo dopo svariati tentativi. Un trial and error portato all’estremo. Se non avete pazienza, inutile anche solo tentare: la prima volta che verrete uccisi da ortaggi rinuncerete. I primi nemici sono una patata, una cipolla e una carota. La fisionomia e le tattiche dei cattivi non sono assolutamente realistiche, è sempre come trovarsi in un fumetto: persone che diventano aerei, rane che fanno boxe…

La domanda che sorge spontanea è: davvero ci eravamo disabituati a giochi difficili? Decisamente sì. E non solo per la soddisfazione di vedere decine di streamer sbraitare dopo essere stati uccisi per la venticinquesima volta da un sigaro con i baffi che sputa palline di fuoco rotanti (esiste!). I giochi dove si può effettivamente misurare la bravura e la pazienza del singolo giocatore sono quelli che, ultimamente, emergono. Ce ne siamo accorti con Dark Souls e tutti i suoi successori, dove non bastava neppure finire il gioco ma, per essere fenomeni, battere anche tutti i boss in tutte le zone opzionali in NG++.

Cuphead è qualcosa del genere. Per ogni livello superato viene assegnato un punteggio in lettere, da S a C–. La S si ottiene senza mai farsi colpire neppure una volta. Quasi impossibile, se non dopo una cinquantina di tentativi (giuro). Per non parlare del NG+. Una volta finito il gioco, infatti, si sblocca il livello “Expert”, una difficoltà ancora più folle del normale.

Insomma, un nuovo livello di sfida su tutti i fronti. Un gioco che è destinato a non avere vita lunghissima (probabilmente ha già superato l’apice del successo, a due mesi dall’uscita), ma piacevole e stimolante. Forse, la vera novità del 2017.

A cura di Stefano Francescato

Commenti su Facebook
SHARE