Il condominio dei cuori infranti – O meglio, Asphalte

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No, Il Condominio dei cuori infranti non è una commedia sentimentale strappalacrime (i titoli tradotti ingannano sempre). Una volta chiarito questo punto possiamo ragionare su diverse questioni. Ad esempio: com’è che i francesi non sbagliano una commedia?

 Tratto da “Cronache dell’asfalto”, libro quasi autobiografico dello stesso regista (Samuel Benchetrit), il film si apre nella banlieau parigina, precisamente in un palazzo grigio, come il cielo. Per essere ancora più pignoli ci troviamo ad una riunione di condominio. Sì, le premesse sono tragiche, ma ciò che si aprirà di qui a poco è una commedia che riesce a convincere anche lo spettatore più cinico.

il condominio dei cuori infranti

 Sei sono i personaggi le cui vite ruotano attorno a questa distesa di asfalto a pochi chilometri dalla Ville Lumière, tutti e sei a loro modo disastrati e in cerca di affetto. Primo fra tutti il povero John McKenzie, astronauta della NASA precipitato per pure caso sul tetto del condominio, che troverà ospitalità dalla dolce Hamida, donna musulmana con un figlio in prigione, e che creerà con l’americano un rapporto d’affetto basato su telenovelas e cous cous (e chi non accudirebbe con amore un povero Michael Pitt precipitato dal cielo?). Scendendo di qualche piano incontriamo Charly, adolescente che vive praticamente abbandonato a sé stesso e che troverà nella nuova vicina, l’attrice in piena crisi Jeanne Meyer, una nuova figura adulta a cui appigliarsi. Ancora più sotto, al primo piano, si presenta a noi Sternkowtiz, vittima di un karma funesto, improvvisato fotografo in sedia a rotelle e infatuato di un’infermiera sommessa che neanche Lana del Rey.

3 coppie di personaggi che cercano di sopperire ad una mancanza nella loro vita e la trovano in un incontro, in un protendersi verso l’altro che mostra l’umanità in tutta la sua forza e tenerezza.

 Il film di Samuel Benchetrit non cerca il sentimentalismo. Le immagini pulite, la narrazione semplice in una quasi totale assenza di accompagnamento musicale, rendono le vicende raccontate estremamente realiste. Realismo accompagnato però anche da aspetti surrealisti. In questa atmosfera di “fiaba del reale”, se esiste una definizione simile, il regista mette davanti allo spettatore la vita. Dialoghi brevi, a tratti spogli, ma molto incisivi. “Se vuoi dire le battute, almeno fallo bene” dirà Charly ad un certo punto. Forse perché la commedia umana non ha bisogno di eccessivi abbellimenti, si basta in quanto tale. Una tragicommedia che alterna toni malinconici a momenti di humor che ricordano in parte il poco conosciuto Tati di Playtime, e lo fa con uno stile ed una leggerezza da invidiare. Chapeau.

a cura di Martina Zerpelloni

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