CONCETTO SPAZIALE, LUCIO FONTANA. SEI ICONE DELL’ARTE PER EXPO

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A cura di Chiara Cecchi

Tra i gesti dell’arte contemporanea più noti al grande pubblico dobbiamo certamente includere i “tagli” che Lucio Fontana infliggeva alle sue tele. Altrettanto diffusa è l’ironia con la quale vengono giudicate queste opere, liquidate spesso con uno sprezzante “lo potevo fare anch’io”. In questo penultimo appuntamento con le icone che accompagnano lo svolgimento di Expo cercheremo di introdurvi, per quanto possibile, alla bellezza e alla complessità racchiuse in uno di questi capolavori.

Esposto nelle sale del Museo del ‘900 e proveniente dalla Collezione Boschi Di Stefano, Concetto Spaziale è un’opera realizzata nel 1959. Il suo autore, Lucio Fontana, è uno dei protagonisti indiscussi dell’arte del XX secolo, tra i massimi esponenti delle cosiddette “pratiche extra-artistiche” che, per ironia della sorte, costituiscono ormai la nuova norma dell’arte contemporanea.

Il gesto che Fontana compie sulla tela non è più il gesto né dello scultore né del pittore ma è un gesto che potremmo definire demiurgico. L’artista stesso sostiene che con questa ferita inferta alla tela egli ha creato una dimensione infinita. Per meglio avvicinarci alla comprensione di quest’opera dobbiamo anche tenere presente il momento storico in cui Fontana opera: gli anni Cinquanta e Sessanta rappresentano un momento di incessante sperimentazione artistica, durante il quale tutte le conoscenze acquisite vengono messe in discussione, apparendo ormai consumate e anacronistiche.

Quello che compie l’artista non ha precedenti, perché nessuno aveva mai “attentato” alla superficie pittorica, sfondandola non prospetticamente ma fisicamente. Dicendo addio, con un gesto tanto semplice quanto definitivo, alla rappresentazione illusionistica che dal Rinascimento in poi si era imposta.

Lucio Fontana è un artista enigmatico, ha parlato pochissimo e prodotto moltissimo nell’arco della sua vita: da scultore di lapidi in Argentina, a scultore simbolista in Italia, a pittore.

In opere come questa possiamo in primo luogo riconoscere una ricerca delle potenzialità spaziali inesplorate del retro della tela. Un’arte fino ad ora bidimensionale diventa così tridimensionale: quello squarcio apre il retro della tela, “l’oltre” che si integra in uno spazio unico. L’artista opera con un gesto fisico di chirurgica precisione, il suo è un atto di ribellione iconoclastica, di rottura della sacralità dell’immagine e della tela, di passaggio dalla complessità alla semplicità. C’è chi ha parlato dei tagli come una metafora visuale dell’inconscio, di quel luogo dove alloggiano le immagini e le emozioni della nostra vita.

Con Fontana la tela non è più una finestra su un mondo rappresentato e inesistente, ma torna ad essere un oggetto tra gli oggetti. Perde un po’ della sua aura, forse, ma di certo avvicina l’arte all’essere umano, aprendo la strada a quelle ricerche artistiche basate proprio sul rapporto sensoriale e fisico tra autore, opera e spettatore.

Il supporto tradizionale, la tela, viene colpito, sfregiato, infranto da tagli e bruciature, spatolate cariche di una selvaggia energia vitale. E così facendo ci consegna opere come questa assunte a paradigma di una delle parentesi artistiche più importanti dello scorso secolo.

 

 

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