Collateral Beauty, tra filosofia spicciola e inespressività

858

Non nascondo di provare un certo feticismo per film che vengono, appena dopo essere usciti, bistrattati a più non posso, ecco perché ho deciso di andare al cinema a vedere Collateral Beauty! Regia di David Frankel (Conosciuto ai più per Io e Marley), con attori d’alto calibro: Edward Norton, Kate Winslet, Will Smith e Keira Knightley in particolar modo. Ma di cosa tratta questo lungometraggio? E soprattutto: è davvero così mal riuscito come dicono? Ahimè, devo rincarare la dose: questa sarà l’ennesima recensione negativa che riceverà.

Will Smith, protagonista ma non troppo, definiamolo più un espediente narrativo, interpreta la parte di un talentuoso manager di un’azienda pubblicitaria insieme al suo amico e collega Edward Norton. Il film inizia con un alquanto abusato discorso di incoraggiamento nei confronti dello staff dell’azienda tenuto da Will Smith in cui vengono nominate le tre parole fondamentali che poi andranno ad essere il tema centrale del film: VitaAmoreMorte. Movimento di macchina e siamo catapultati a tre anni di distanza da quando è stato tenuto questo discorso, la situazione di estrema allegria è totalmente capovolta: la figlia di Will Smith è morta (come è successo lo scopriremo durante il proseguo del film) e lui è caduto in depressione da oramai troppo tempo e passa le sue giornate in azienda nel costruire e far crollare il domino (e qui avremo forse l’unica, e degna di nota, metafora sulla vita: si può distruggere con un semplice soffio ma per cercare di ricostruirla ci vuole tempo e dedizione), come se non bastasse l’azienda non naviga in buone acque e serve che Smith, che ne detiene la maggioranza, si occupi di firmare un atto di vendita della stessa: i suoi colleghi (a cui, oltre Norton, si aggiungono anche Kate Winslet e Michael Pena) non riuscendo a convincerlo a far ciò, decidono di farlo pedinare da un’investigatrice privata riuscire ad ottenere la certificazione necessaria a crederlo incapace di intendere e di volere per fargli perdere la facoltà di avere parola sulla vendita. Ed è proprio ora che iniziamo ad ascoltare le varie storie, di Norton – padre in crisi per il rapporto ostile con la figlioletta – Kate Winslet – donna in carriera che vuole avere, forse tardi, una famiglia e Pena, malato di tumore che cerca di nascondere la situazione a famiglia ed amici. Il film, più che su Will Smith si incentrerà su queste tre figure e sulle parole già citate: la vita, l’amore e la morte che avranno sembianze umane e dispenderanno consigli che più scontati non si può.

La filosofia che pervade il film è davvero spicciola, sembra una sceneggiatura scritta da Federico Moccia: ogni parola, ogni battuta, ogni situazione rasenta il limite del luogo comune. Il film cerca incessantemente di dispensare una lezione di vita, un “rialzati dopo essere caduto” scadendo sempre di più man mano che va avanti. Attenzione però: non è noioso, è semplicemente un film con un ottimo soggetto che invece è stato sceneggiato malissimo (mi sembrava di averlo già detto ma mi piace ribadirlo!). La cosa migliore la fa Will Smith, non parla per tre quarti di film: peccato che dovrebbe usare la mimica facciale in modo drammatico, invece sembra che da un momento all’altro con quel viso da “bad boy” che si ritrova, debba estrarre una pistola per sparare robot o alieni. Norton, Winslet e Knightley in parte sono convincenti, forse anche per il fatto che sono attori più malleabili e che si prestano a ruoli differenti rispetto a Will Smith. Di regia è inutile parlarne, è un continuo campo-controcampo e stupidi primi piani che, vista la mimica già citata, risultano fastidiosi più che belli.

Insomma, è un film pretenzioso che non lascia assolutamente nulla, non ti fa fare alcuna domanda introspettiva appena usciti dalla sala (come invece ci si aspetta) ed a tratti risulta anche prevedibilissimo. Lo possiamo catalogare più che come una delusione, come un grande rimpianto.

a cura di Ennio Cretella

Commenti su Facebook
SHARE