COLAPESCE @ ELITA SUNDAYPARK: LIVE REPORT

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A cura di Manuela Clemente

Domenica 22 marzo, h. 17.00. Sono ancora in fase di ripresa dallo shock emotivo del notiziario meteo di stamattina: è iniziata la primavera, e nessuno mi aveva preparato alla notizia. Realizzata la gravità della questione a mente lucida ho cercato di farmene una ragione, ma non ci sono riuscita e ho preso il primo tram in direzione Porta Romana per il mio appuntamento fisso con l’Elita Sundaypark.

Durante il tragitto butto un occhio fuori dai vetri e mi sento a casa. La coltre di grigiore e umidità si riflette sulle strade sporche e bagnate dalla pioggia del giorno precedente. L’empatia che riscopro tra il mio umore e quello di Milano – che con le tempistiche di stagione, si sa, non è mai stata così puntuale – mi prepara alla rivoluzione una volta entrata al Teatro Franco Parenti.

Lo scenario che mi si apre davanti agli occhi è quello meraviglioso di sempre:  un mosaico di art exhibition, workshop, laboratori originali – come il Baby djLab in collaborazione con Yellow Sound – e stand creativi d’abbigliamento e di food&drink. Un ambiente stimolante e brulicante di gente di ogni età, pieno di profumi e colori primaverili e in sottofondo solo ottima musica curata dall’elita Soundsystem con guest nazionali e internazionali.

A rubare però – oltre che il mio cuore – la luce dei riflettori, è lo spettacolo in Sala Grande e l’uomo per cui è stato allestito: Lorenzo Urciullo, in arte Colapesce, che per l’occasione ha deciso di esibirsi in una doppia live performance, acustica ed elettronica. Considerato uno dei più interessanti cantautori del panorama italiano attuale – opinione già testimoniata dalla vincita del premio Tenco nel 2012 –, ha deciso di esporre al giudizio di un pubblico che sa essere esigente il suo ultimo lavoro: Egomostro. Trattasi di un concept album molto introspettivo e articolato in testi che scavano dentro la sua personalità pubblica e privata e cercano, in una dimensione distruttiva e sofferente, la via per la catarsi e il ritrovamento di sè. Date tali premesse, garantisco che le aspettative non sono state deluse.

Di questo – come è stato definito da alcuni – “meraviglioso mostro elettro-acustico” ho scelto di lasciarmi incantare dalla metà più romantica e pulita, quella della vecchia scuola con la chitarra acustica da riaccordare fastidiosamente quasi prima d’ogni pezzo. Come infatti è accaduto davvero.

L’atmosfera generale si riempie subito di vibrazioni calde e positive con l’impeccabile voce di Barbara Cavalieri, che presenta il suo ultimo eccezionale album: So Rare. Il pubblico ricolma quasi tutta la sala ed è estremamente variegato e allo stesso tempo selezionato.  Alle h 18.10 le luci si spengono. Colapesce sale su di un cubo – lo stesso dell’installazione raffigurata sulla copertina dell’album –, prende in mano il microfono e fa partire uno show unplugged unico, reso tale dagli arrangiamenti inediti e da una selezione rielaborata di pezzi sia del primo album – Un meraviglioso declino­ – che del secondo ­– Egomostro, appunto.

Ad amplificare la bellezza dell’esibizione contribuisce la mano sensibile di Alessandro Baronciani, che con i suoi acquerelli è riuscito a dare vita materiale e poesia ai racconti di Colapesce. La musica quindi prende forma e diventa arte visiva, le emozioni si snocciolano e l’io di ognuno inizia a vestire i panni dell’egomostro di Lorenzo, così timido ed introverso sul palco da lasciare spazio solo alla voce e alla performance, con un rispetto quasi raro, sia per se stesso che per il suo pubblico. È in un teatro, eppure non ha bisogno di recitare un ruolo che non gli appartiene per intrattenere e raccontarsi.

In un tessuto intrecciato di passato e presente, con brani come Satellite, Talassa, Restiamo in casa e poi Egomostro, Maledetti italiani, Reale, la tela si riempie di colori sofferti e vividi e il quadro finale diventa commozione allo stato puro. Un’ora e mezza è già volata. Le luci si spengono di nuovo e Lorenzo esce di scena. Lo spettacolo è finito, ma l’opera d’arte la si può portare a casa.

Un suo testo cita: “L’amore è anche fatto di niente”. E se mi è dato far valere “niente” l’aver scoperto un lato di Colapesce così intimo e passionale, dichiaro in questa sede d’aver provato l’amore vero.

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