Cinque classici del cinema giapponese

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Qualche settimana fa ho deciso – un po’ di fretta e preso dall’euforia – di affrontare un lungo viaggio dall’altra parte del mondo, precisamente in Giappone. Niente aerei, niente alberghi, niente di niente.                È bastato rimanere nella mia stanza col computer aperto. Il mio viaggio in Giappone è stato reso possibile grazie alla forza ipnotica del cinema. Mi è sembrato di essere a Tokyo a bere sakè – o di trovarmi in mezzo a una risaia – a volte ho anche avuto paura che qualche spirito mi si materializzasse davanti, ma sono rimasto tutto il tempo difronte lo schermo. Intorno a me si era creato un mondo diverso. Ed è stato meraviglioso.

Il senso di questo articolo è semplice, nonostante sia difficile trovare le parole per descrivere ciò che andrete a leggere, ovvero riuscire a fare come me e viaggiare in modo low cost comodamente da casa fino in Giappone. Cinque film essenziali per capire l’essenza del cinema Giapponese. Un cinema a tinte diverse – con il folklore sempre presente – ci si muove tra paure, cinismo, voglia di vivere e di ricominciare a farlo, un cinema che affronta le emozioni dell’essere umano senza pietà, lo spoglia da tutto il materialismo. Sparisce l’umano e si svela l’essere.

Cinque classici del cinema giapponese

1) Viaggio a Tokyo (Tokyo Monogatari) di Y. Ozu (1953)

Il film essenziale per comprendere i valori della società giapponese e le loro mutarsi nel periodo del dopoguerra, in questo lungometraggio ritroviamo – come in tutti i lavori di Ozu – il grande tema della famiglia giapponese al centro di un mondo che va troppo veloce. I coniugi Hirayama decidono quasi alla soglia dei settant’anni di andare a trovare i figli che abitano a Tokyo, affrontando un lungo viaggio in treno alla volta della capitale, sarà per loro l’occasione non solo di ricongiungersi con i figli ma anche di visitare finalmente il centro vitale del Giappone. Arrivati a Tokyo però si rendono conto come i figli siano – nei loro confronti – freddi e dediti al lavoro. L’unica persona che prenderà a cuore i due anziani sarà Noriko, la vedova del loro secondogenito morto in guerra. Viaggio a Tokyo è un affresco del mondo che cambia, la disgregazione dei valori familiari e del loro fondamento attraversano tutto questo film, con un finale amaro che non lascia scampo e speranza per quello che verrà.

2) Vivere (Ikiru) A. Kurosawa (1952)

Un film di rara bellezza nella sua estrema semplicità. Cinico e mai banale. In Vivere assistiamo alla scoperta – da parte dell’impiegato comunale Watanabe –  di avere un tumore allo stomaco. Vedevo da 25 anni, per 30 non si era mai assentato dal lavoro, è incapace di raccontare la sua situazione di estrema fragilità al figlio che non riesce neppure a capire le ragioni che spingono il padre a quell’insolito comportamento. Quel comportamento è la vita. Watanabe ha iniziato a vivere. E per far sì che quei suoi ultimi mesi di tempo non siano sprecati decide di dedicarsi alla realizzazione di parco pubblico – invocato a gran voce da delle donne del quartiere – che subisce continui rimandi.  Il film è – come ho già detto – cinico e spietato. Non si prova pietà per il povero Watanabe, si prova solidarietà, rabbia per chi lo circonda, quasi vorremmo aiutarlo noi. Ma non possiamo, nessuno può. Sarà lui, con un’estrema prova di forza, ad aiutare gli altri. Quegli stessi impiegati – colleghi di Watanabe e vittime della satira di Kurosawa – non capiranno il messaggio di speranza lasciato dal protagonista. La sconfitta sta tutta nel ricordo svanito, ma non è la sconfitta dell’uomo Watanabe vinto dalla morte, è in realtà la sconfitta della società moderna.

3) I racconti della luna pallida d’agosto (Ugestu Monogatari) di K. Mizoguchi (1953)

Affrontiamo ora un film che ci riporta indietro nel tempo (ancora di più rispetto agli altri già citati) fino ad arrivare nel Giappone di fine XIV secolo. Le storie di quattro personaggi che si intrecciano, tra sensi di colpa, voglia di avere un tenore di vita migliore, paura per le angherie subite in un piccolo villaggio, il tutto condito da una dose estrema di fantasia e folklore tutto tipico giapponese. Genjuro e suo fratello Tobei vivono, insieme alle loro mogli Miyagi e Ohama, in un piccolo villaggio preda di razzie da parte dei soldati. Genjuro – avido mercante –  decide di vendere le proprie merci nella vicina cittadina per aumentare il profitto, Tobei invece lo segue per coronare il sogno di diventare samurai. Le loro vite prenderanno delle pieghe diverse, fatte di sensi di colpa e rimorsi. Le loro mogli infatti – vittime delle ambizioni dei mariti – rimarranno senza nessuno che le resti vicino e affonderanno in un baratro perenne. Un film che si muove tra dimensione onirica e realtà spietata, racconta sapientemente gli intrecci dei quattro protagonisti senza lasciare – ancora una volta – spazio ai sentimenti. Ancora una volta riflettiamo su cosa è giusto e su cosa è sbagliato. E ancora una volta vediamo il disgregarsi dei valori.

4) Kwaidan (Kaidan) di M. Kobayashi (1964)

Vincitore del Premio Speciale della Giuria al festival di Cannes del 1965 e con una nomination come Miglior film straniero in concorso agli Oscar, Kwaidan si piazza di diritto come uno dei film principali per conoscere meglio il Giappone e i suoi miti. Diviso in quattro episodi, Kwaidan narra storie di fantasmi. Non preoccupatevi però, non è un vero e proprio film horror. Ha una bellezza inaudita, delle inquadrature (…e anche dei fantasmi) che fanno perdere il fiato. Il primo episodio è forse il più cattivo dei quattro: la storia è semplice, un valoroso samurai vive in una casa in rovina con sua moglie. Decide di partire e la abbandona, così facendo trova una nuova donna con di rango sociale più alto. I rimorsi sono tanti, così torna dalla sua amata. Ad attenderlo il fantasma di lei. Le successive tre storie raccontano di uno spirito delle nevi che si innamora di una sua vittima, di un talentuoso musicista cieco che viene assoldato da degli spiriti per raccontare delle gesta di guerra dei defunti e infine uno scrittore che vive la propria storia del terrore. Il folklore in questo film è estremizzato: i paesaggi ipnotici, le danze e il teatro giapponese prendono vita in questo meraviglioso affresco cinematografico.

5) I Sette Samurai (Schichinin no Samurai) di A. Kurosawa (1954)

Chi non ha mai sentito parlare di questo film? I Sette Samurai è forse l’opera cinematografica giapponese più conosciuta in tutto il mondo, di una magnificenza disarmante. Il dramma storico (jidai-geki) più imponente nella filmografia di Kurosawa e non solo. Ambientato nel Giappone dell’Era Sengoku, un villaggio preda di banditi decide di assoldare dei Ronin (Samurai oramai decaduti) per proteggere le loro vite e il loro raccolto. Dal reclutamento fino alla battaglia finale assisteremo a un dramma umano – che strizza l’occhio anche all’intrattenimento – di sette vite che si intrecciano per proteggere un gruppo di semplici contadini. Sette samurai, sette eroi, sette fratelli. Nessuno dei sette attori sarà inferiore agli altri, spicca però un Toshiro Mifune in grande spolvero (l’attore feticcio di Kurosawa per eccellenza) a interpretare l’iconico Kikuchiyo, grazie anche alla quale ci sembrerà quasi di vivere in prima persona la difesa del villaggio, sarà anche compito suo e del suo personaggio di unire tutti, i contadini un po’ spaventati dall’arrivo dei samurai e a cementificare il gruppo. Dopo aver visto questo capolavoro difficilmente resisterete alla tentazione di guardare altri film che seguono lo stesso filone narrativo.

Mettetevi comodi ora, scaldate un po’ di sakè e godetevi questa esperienza tutta orientale!

a cura di Ennio Cretella

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