A volte accadono le cose più incredibili, come che un cinghiale prenda improvvisamente coscienza del linguaggio e guidi una ribellione segreta contro gli «Altri su due zampe», o che un romanzo come Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci, edito da Minimum Fax, irrompa nella stanca cinquina del Premio Strega con la concreta possibilità di sottrarre il primo posto alla monumentale cattedrale cartacea di Albinati, La Scuola Cattolica, edito da Rizzoli. In questo caso potremmo dire che, almeno per una volta, hanno vinto gli indiani.

Il cinghiale che uccise da Liberty Valance di Giordano MeacciTutto comincia con la singolare epifania di Apperbohr, anche se sarebbe meglio definirla più kantianamente come un’appercezione– sempre che si possa tirare in ballo il filosofo tedesco quando si parla di setole e grugni pelosi. Con la scoperta del linguaggio, Apperbohr si trova improvvisamente immerso in un nuovo mondo, fatto di segni e parole, e al contempo isolato da tutto ciò che prima lo circondava, scoprendosi tanto unico quanto solo. È da questa inquietudine, che iniziano i vagabondaggi di Apperbohr per i boschi del Monte Arlecchino, le cosiddette cinghialerie, portandoci a far la conoscenza del vero protagonista del romanzo, ovvero Corsignano, l’immaginario paesino tra Umbria e Toscana attraverso cui Meacci ci guida.

Il cinghiale che uccise Liberty Valance è un romanzo-mondo; ma sebbene si tratti un mondo ben circoscritto, come quello di un paesino dell’Appenino tosco-umbro, i destini dell’Universo e dell’Umanità sembrano essersi dati appuntamento qui, quasi che i fatti accaduti a Corsignano tra il 1999 e il 2000 fossero correlati in un qualche modo con la bomba di Hiroshima e la crisi petrolifera del ’77 e così via. Tutto si concentra nello spazio ristretto dei viottoli di paese e delle stradine di provincia, una totalità conchiusa nelle vite stesse degli abitanti di Corsignano, che lo stile di Meacci, con le sue continue dilatazioni e contrazioni, eleva a protagonisti della storia universale, addensando dentro la lingua stessa del romanzo il Tutto a cui aspira.

È un tentativo di epica quella descritta da Meacci, come suggerisce il titolo stesso del romanzo, ispirato al noto film di John Ford, L’uomo che uccise Liberty Valance (1962), una delle pellicole fondative del mito del Vecchio West, o meglio, una delle pellicole che più si interroga su tale mito, su come nasca e si sviluppi, su come e quando leggenda e realtà finiscono per accavallarsi; non a caso la visione del film occupa uno spazio decisivo della narrazione, costituendone uno dei filoni principali. Senza ripescare le teorie di Franco Moretti e la sua definizione di epica contemporanea, è evidente che Il Cinghiale che uccise Liberty Valance viva di una rapsodia propria, con il gusto per le digressioni e le genealogie familiari che ricordano il Faulkner di Go Down Moses!, ma con una frammentarietà narrativa e una varietà di forme che fanno pensare allo sperimentalismo di un Wallace che abbia letto Pasolini e conosciuto Fellini.

Il grande merito dell’iper-narrazione di Meacci è quello di mostrare come Lucentini avesse torto, quando disse che «un disco volante non può atterrare a Lucca»: sebbene di UFO veri e propri non se ne vedono (bisogna accontentarsi di misteriosi cerchi nel grano di natura, forse, cinghialesca), il mondo immaginario, quello popolato di spettri e demoni, si fonde nella percezione degli abitanti corsignanesi col tessuto del Reale, fornendo un meraviglioso contrappunto che non inficia il realismo, talvolta anche drammatico, delle situazioni narrate, ma lo rafforza gogolianamente, alleggerendolo dal patetismo di molta letteratura nostrana. Una perturbazione continua della percezione comune, che si serve della prospettiva di Apperbohr come solo elemento propriamente “fantastico”, e della sua immersione progressiva nella stranezza dei casi umani. Un Candido peloso e senza maestro, anzi, maestro lui stesso dei suoi simili, quasi uno Zaratustra dei boschi, vicino e distante dalla vita degli uomini come degli altri cinghiali, al cui limbo vagante la scrittura di Meacci ci riporta continuamente.

Come ha scritto Giorgio Vasta su Il Manifesto (responsabile involontario, oltretutto, della nascita di Apperbohr, come ha affermato Giordano Meacci in un’intervista apparsa su Lo Straniero) Il Cinghiale che uccise Liberty Valance «è l’avventura della lingua», descritta così mirabilmente da Meacci da evitare i cliché postmoderni sul linguaggio per mettere in mostra la drammaticità dell’esperienza della parola, del nominare, ovvero lo scarto tra pensiero e esperienza, l’impossibilità di dare un nome a certe cose, quando le parole «non hanno significato, sono distruttive, invadenti, sono il male che interviene a spiegare quello che è già tutto lì». È la lingua stessa del romanzo, densa, stratificata, a volte difficile, ad introdurci all’esperienza di Apperbohr, chiedendo al lettore uno sforzo in più, di affrontare brivido che si prova appena entrati in acqua, solo per potersi godere una nuotata a bracciate piene nei borghi di Corsignano. E ci si trova così immersi in un universo estraneo e familiare al contempo, fatto di nomi storie e persone che a fine romanzo potremmo dire quasi di conoscere, e non conoscere affatto.

A cura di Nicolò Valandro

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