David Cronenberg, vincitore del Leone d’Oro alla carriera al recente Festival di Venezia, è un regista che ha realizzato film che riescono sempre a dirci qualcosa di nuovo. La pellicola che andremo a “ritrovare” è Videodrome del 1983, film horror-thriller a sfondo satirico nonché uno dei primi cult del maestro canadese in cui troviamo alcuni dei temi ricorrenti del suo cinema.

La storia racconta le vicende di Max Renn, uno degli uomini a capo di Civic Tv, un canale televisivo via cavo che, per attirare più spettatori, alterna alcune scene molto violente e altre addirittura pornografiche. Un giorno, un suo collaboratore riesce a scovare con delle frequenze pirata un programma, Videodrome appunto, prodotto in un paese del terzo mondo, a base di torture e stupri: Max, convinto di avere lo show che cambierà la sua carriera, cercherà di acquisirne i diritti ma in realtà finirà inconsapevolmente in un vortice di incubi.

L’attacco alla spregiudicatezza delle televisioni commerciali non è tanto nascosto, ma è utile sottolineare come Cronenberg riesca a leggere la contemporaneità di allora in modo originale e sfacciato. Bisogna fare attenzione tuttavia a parallelismi col presente, che sono tanto interessanti quanto inutili, perché il punto focale del film rimane sul chiedersi che effetti ha la tv su di noi, una domanda che vale sempre la pena porsi e che ogni volta ci porta a riflettere.

Ma non finisce qui: il regista canadese mostra, come anche nei suoi altri lavori, le conseguenze della tecnologia sulla pelle del nostro protagonista, ovvero le mutazioni corporali come effetto di ricezioni di onde elettromagnetiche, emanate dalla trasmissione dello show. Queste in primo luogo si presentano come allucinazioni, quindi condizionamento del pensiero, e poi come alterazione del fisico, quindi una ricaduta pratica dei deliri: si sottolinea quindi come l’elemento orrorifico non sia solo spettacolarizzazione ma abbia un significato nell’economia del film.

È un lungometraggio da recuperare in ogni caso: o per iniziare a conoscere uno dei registi più innovativi delle ultime decadi, oppure semplicemente per continuare a chiedersi se la televisione sia la realtà e la realtà meno della televisione.

A cura di Fabio Facciano

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