Non è detto che i film “dimenticati” siano solo i prodotti di nicchia, destinati a particolari subculture o a una fetta di critica cinematografica settoriale. Molto spesso, anzi, anche i grandi capolavori del passato vengono tralasciati, magari anche dei veri e propri successi globali. Unica “pecca” per loro, chissà, è forse non essere nati nell’era digitale, dove la condivisione totalizzante e continua ci permette di venire a conoscenza con qualunque realtà. Cionondimeno i grandi film sono immortali, e come tali vi presento oggi uno dei capisaldi del cinema giapponese quale Viaggio a Tokyo, di uno dei migliori cineasti giapponesi di tutti i tempi (secondo, forse, solamente ad Akira Kurosawa) quale Yasujiro Ozu.

La pellicola, uscita nel lontano 1953, racconta una storia bella e toccante: una coppia di anziani, Shukichi e Tomi, decide di lasciare il loro piccolo paese in campagna per andare a trovare in treno i figli a Tokyo. Dapprima alloggiano dal primogenito, poi dalla primogenita, ma col passare dei giorni capiscono che i figli, alle prese con il loro lavoro e le loro famiglie, non hanno veramente tempo per loro. L’unica che li prende davvero a cuore, dedicandosi a loro, è la nuora Noriko, vedova del secondogenito morto in guerra 8 anni prima e decisa a non risposarsi. Tuttavia, durante il viaggio di ritorno in treno, Tomi si rende conto di essere gravemente malata, arrivando a casa quasi in fin di vita. Tutti i figli dei due, inclusa la nuora, si recano a trovarli, soltanto per assistere impotenti alla morte della madre. Dopo il funerale, Noriko è l’unica a fermarsi ancora per qualche giorno a far compagnia all’anziano vedovo. Shukichi, in un significativo dialogo che segna il potente cambio di mentalità del tremendo dopoguerra, la ringrazia per la gentilezza e la disponibilità dimostrata, anche da parte della defunta moglie: dimostratasi superiore ai loro stessi figli, la ragazza viene infine esortata ad andare avanti con la sua vita.

Ozu, profondamente attaccato alle tradizioni del suo paese, è un regista legato dunque al realismo cinematografico, tipico di molte opere del dopoguerra. Tuttavia, questo film, al tempo, ebbe un successo che superò di gran lunga l’omaggio del regista alla sua terra e l’analisi dell’evoluzione della famiglia comune: fa riflettere il fatto che, nel 2012, sia stato votato come il film migliore di sempre in un sondaggio tra registi cinematografici indetto dalla rivista “Sight&Sound”. Tra i votanti, per capirne l’influenza e l’importanza, c’erano Woody Allen, Quentin Tarantino, Guillermo del Toro, Michael Mann, Martin Scorsese e Francis Ford Coppola.

Come tutti i racconti migliori, Viaggio a Tokyo non ha età, colore o sovrastrutture: è una storia qualunque che diventa propriamente di chiunque grazie a un artista tanto preciso quanto semplice quale Ozu. Ne sono un chiaro esempio i suoi tratti di regia distintivi quali l’alternanza di inquadrature statiche, nelle quali si svolge l’intera azione (possibile grazie a una macchina da presa fissa, che non si muove), e di campi/controcampi, i quali vengono usati spesso e volentieri per rendere visivamente il distacco di colui che parla o è inquadrato dal resto della scena. Non è mica cosa da poco.

 

A cura di Luca Mannea

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