Il cinema ritrovato: Il ponte sul fiume Kwai

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‹L’essenziale è che questi ragazzi abbiano la sensazione di esser sempre comandati da noi, e non da queste scimmie. Finché si regoleranno in base a questa idea, saranno soldati e non schiavi.›

Capolavoro letterario di Pierre Boulle, e successivamente capolavoro cinematografico di David Lean e Sam Spiegel, Il ponte sul fiume Kwai potrebbe, a buon ragione, essere definito come uno dei migliori film di guerra di tutti i tempi. È un racconto che, pur non raccontando direttamente di una battaglia, rappresenta con la più vivida follia le assurdità di un’etica militare assolutamente intollerabile.

È in corso la Seconda Guerra Mondiale quando, nella giungla birmana, arriva ad un campo di prigionia giapponese un comando inglese, guidato dall’incorruttibile Tenente Colonnello Nicholson, magistralmente interpretato da Alec Guinness. Il colonnello Saito, alla guida del campo di prigionia, si ritrova costretto a dover torturare Nicholson, reo di opporsi con tutto sé stesso al mandare ai lavori forzati i suoi ufficiali. Ed è proprio all’inizio del film che lo spettatore inizia a porsi degli interrogativi, su quanto possa veramente essere definito etico il comportamento dell’ufficiale inglese: resistere alle privazioni, nascondendosi dietro alle dichiarazioni della Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra, oppure cedere di fronte alle richieste, che arriveranno ad essere disperate, del comandante giapponese? Tali richieste, difatti, consistono nella costruzione, di lì in capo a tre mesi, del famigerato ponte sul fiume Kwai, necessario all’esercito giapponese per muovere la propria artiglieria attraverso la giungla thailandese.

Il Tenente Colonnello Nicholson, vittorioso nel personalissimo tête-à-tête con il colonnello Saito, ottiene quindi la guida dei lavori di costruzione del ponte che, secondo i progetti iniziali, era stato progettato in una zona non conforme alla propria buona riuscita. Nel frattempo, un commando alleato guidato dal Maggiore Warden e dal Soldato semplice Shears, quest’ultimo fuggito precedentemente dal campo di prigionia e scelto per le proprie conoscenze del territorio, parte alla volta del ponte con l’unico obiettivo di azionare dei detonatori al passaggio di un treno carico di truppe.

Il gruppo di ufficiali inglesi, cappeggiato da Nicholson, si rende quindi partecipe dell’ottima realizzazione del ponte sul fiume Kwai, forti di conoscenze ingegneristiche e di manodopera specializzata neanche lontanamente paragonabile a quella giapponese. Costruzione che assume, man mano, i caratteri di una rivincita personale degli inglesi, pronti a dimostrare la propria superiorità sugli aguzzini. Terminato in tempo utile, secondo le richieste di Saito, e pronto all’inaugurazione, il ponte non vedrà tuttavia terminato il proprio viaggio inaugurale, con le cariche piazzate da Warden e Shears che faranno il proprio dovere. E sarà proprio Nicholson, in punto di morte e conscio del proprio lavoro al servizio dei giapponesi, a far detonare le cariche, in una scena finale concitatissima che chiuderà sul Maggiore Clipton, unico contrario alla collaborazione, mormorante ‹Pazzia… Pazzia…›

Premiato con ben sette Oscar, tra i quali quello per il miglior film, Il ponte sul fiume Kwai si ispira liberamente alla costruzione del ponte ferroviario sul fiume Mae Klong, e non sul Khwae Yai. Ricreato dal vero sull’isola di Ceylon, e non in studio, per volere del produttore Spiegel, il ponte fu nella realtà dei fatti teatro di condizioni di lavoro ben peggiori e spaventose. Il vero ufficiale inglese fu il Tenente Colonnello Philip Toosey che, contrariamente al Nicholson romanzesco, fu ben poco accondiscendente a collaborare con i giapponesi, che continuò a disturbare con atti di sabotaggio. Tanto che, nel programma della BBC Timewatch, un ex-prigioniero del campo affermò di come sarebbe stato eliminato un ufficiale con le convinzioni di Nicholson.

Il film deve inoltre parte della propria fama al motivetto che viene fischiettato dalle truppe inglesi in marcia, conosciuto come Colonel Bogey March: il motivo, oltre a rappresentare l’orgoglio ferito degli inglesi costretti alla prigionia, si collegò da subito ad un altro motivetto celebre al tempo, che rivangava versi volgari su Hitler.

a cura di Andrea Tenconi

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