Bentornati con la rubrica più EnricoGhezziana di Vox, il cinema ritrovato. In questo nuovo appuntamento parliamo di un film italiano del 1972, diretto da Valerio Zurlini e che vede nei panni del protagonista Alain Delon. La pellicola in questione è La prima notte di quiete.

È un film strano, inquieto, carico di tensione, mistero ed eros. A cominciare dalla vita del protagonista, un certo Daniele Dominici a cui viene incaricato di diventare supplente di un liceo classico riminese. Sono gli anni delle contestazioni, dei militanti politici che ““Per me neri o rossi siete tutti uguali, i neri solo un po’ più cretini” parole di Dominici, queste vicende sessantottine – che si sviluppano nella classe liceale – sono un piccolo pretesto per introdurci nella narrazione claustrofobica di un paese che riassume i nefasti valori di una società allo sbando, figlia di vizi e passioni che oscillano ed oltrepassano il pudico e l’immorale.

A dettare e a scandire i ritmi del film ci pensano due elementi che si concatenano a vicenda: i coprotagonisti e le atmosfere decadentiste della Rimini rappresentata; molto vicina questa rappresentazione – tra le altre cose – alle atmosfere del cinema di Antonioni. Perché si soddisfano a vicenda le due cose? Le atmosfere sono create – spesso e volentieri – dai coprotagonisti: non è solo la splendida fotografia (o l’ottima soundtrack) a creare un misto di tensione e mistero ma soprattutto è merito dei tanti altri personaggi a delineare le sagome – a tratti caricaturali – della Rimini decadentista di Zurlini: c’è la figura del Dott. Giorgio Mosca (Giancarlo Giannini), c’è Monica (Lea Massari) che interpreta la compagna di Dominici, poi c’è la splendida Vanina (Sonia Petrova) e tante altre figure dai contorni spesso nebbiosi e sfuggenti che – quando vengono a contatto – esplicano con violenza l’ambiguità dell’essere umano.

Ed è attraverso una storia d’amore – d’amore proibito – che si snoderà il laccio che lega le corrotte figure. Il professor Dominici, che incarna anch’egli una forte ambiguità, visto anche il suo passato segnato dagli eventi, non è esente dal giudizio al quale ci sottopone Zurlini, si innamorerà di questa sua alunna, la già citata Vanina: una figura che – da come si evince dai discorsi dei compagni in classe – fa parte di quella società perversa che delinea la Rimini Zurliniana; Vanina però – un po’ come tutti i personaggi – è una doppia figura, anche se non per suo volere: vereconda e immorale.

Il compito di Dominici – mosso da un senso di verità e onestà – sarà quello di svelare le trame masochistiche e perverse che – come una ragnatela – vengono tessute continuamente e senza soluzione di continuità, cercherà di districarsi tra di esse col solo scopo di ottenere l’amore – non quello carnale (come d’altronde lo cercano tutti), ma quello spirituale – della bella Vanina, croce e delizia, salvezza e condanna.

La prima notte di quiete è un gioiello della cinematografia italiana che ha ottimi responsi in più campi: la trama – già citata, per quanto possibile (ho ampiamente detto anche troppo) – la regia, coi suoi movimenti di macchina ansiogeni, plastici, creatori di un realismo spietato ma, soprattutto, è bene citare un momento d’incontro tra la musica e le immagini: una bellissima scena che ha luogo in discoteca, un continuo montaggio alternato tra il volto inquieto di Alain Delon e quei personaggi perversi che muovono il corpo sudaticcio come fossero prigionieri da un vincolo di passione invereconda. C’è anche chi deve molto a questa scena, uno dei più acclamati registi italiani – Paolo Sorrentino – nel suo lungometraggio d’esordio, L’uomo in più, ambienta uno dei più belli piano sequenza del cinema italiano in una discoteca che – per contorni, ambiente e figure – ricorda fin troppo la discoteca riminese del film di Zurlini.

Per concludere, La prima notte di quiete è un pezzo pregiato, una pellicola che funziona nel suo insieme: spietato, mai banale, figlio di quella cinematografia italiana anni ’70, che ancora muoveva i primi passi verso il genere giallo/drammatico, è una pellicola che strizza un occhio al passato (Antonioni e il Fellini de I Vitelloni, su tutti) e con l’altro volge lo sguardo verso il futuro.

A cura di Ennio Cretella

Commenti su Facebook