La rubrica del cinema ritrovato oggi si occupa di un film del 1961, La Notte di Michelangelo Antonioni. Un regista che nel secolo scorso è riuscito a imporsi nel panorama cinematografico italiano, inizialmente aderendo al movimento neorealista, e poi successivamente distaccandosene per andare a creare uno stile di regia tutto suo. L’intera opera di Antonioni è caratterizzata da una serie di temi ricorrenti, dei fili conduttori che animano le sue pellicole e tengono insieme le sorti dei personaggi. Il pessimismo, l’esistenzialismo che il regista riprende da autori come Camus e Proust, l’introspezione psicologica e l’impotenza dell’essere umano sono solo alcuni degli aspetti che convergono anche in questo film.

La vicenda si apre, siamo a Milano e ci vengono presentati i due protagonisti: Giovanni (Marcello Mastroianni) e Lidia (Jeanne Moreau); i coniugi Pontano. Lui, scrittore che ha appena pubblicato un libro, è la classica incarnazione dell’intellettuale nell’Italia del boom economico; lei, sprezzante e silenziosa figura femminile che Antonioni decide di dipingere sul grande schermo. I due si trovano in una camera d’ospedale, dove un loro amico è ricoverato in punto di morte. Usciti dalla clinica si perdono di vista per svariate ore, in cui lei vagherà per le vie di Milano e lui aspetterà il suo ritorno chiuso in casa. La scelta del titolo di questo film è piuttosto emblematica, la vicenda infatti inizia e si esaurisce nell’arco di una giornata, dal mattino al finire della notte. In questo arco di tempo relativamente corto Antonioni riesce a restituirci un quadro più che esaustivo del contesto storico in cui ci si ritrova. Siamo negli anni ’60, l’Italia sta conoscendo lo sviluppo industriale e lo scrittore Giovanni Pontano incarna perfettamente quell’inquietudine e quell’incertezza che hanno caratterizzato le menti della classe intellettuale del tempo. Questo genere di tematiche ha animato molto il dibattito culturale dell’epoca, coinvolgendo e preoccupando, oltre lo stesso Antonioni, anche altri registi, di cui un esempio è Pier Paolo Pasolini. Celebre infatti è la posizione di diffidenza che egli aveva nei confronti della civiltà dei consumi, del ruolo dell’artista che nella società si sente sempre più subordinato e il conseguente annichilimento che egli prova ritrovandosi schiacciato dal contesto urbano di cui fa parte. Questi sono i temi che vengono affrontati nei primi film di Pasolini e che si trovano anche nelle opere di Antonioni. Da un lato quindi il mondo industriale, in cui l’arte può entrare solo a patto che sia legata al sistema produttivo, dall’altro quello della tradizione letteraria e dei sentimenti. Sentimenti che vengono analizzati anche grazie ad un’altra dicotomia che il regista crea: quella tra i due coniugi, tra il mondo maschile di Giovanni e quello femminile di Lidia. Affinché si capisca veramente questa spaccatura bisogna andare ad analizzare gli altri due film che con “La Notte” vanno a formare la cosiddetta trilogia dell’incomunicabilità di Michelangelo Antonioni, e che sono “L’ avventura” (1960) e il successivo “L’eclissi” (1962). In queste pellicole risulta importantissima la figura femminile, e il ruolo che il regista le attribuisce. Lidia, come le altre protagoniste donne di Antonioni, viene presentata come essere più sensibile, capace di possedere una psicologia più articolata e profonda rispetto ai personaggi maschili che egli mette in scena. Lidia, infatti, intraprende un percorso personale molto intimo, che la porta quasi a chiudersi in sè stessa per tutta la prima ora del film, per poi aprirsi sinceramente col marito nella scena finale. Sembra che il regista voglia costruire un climax silenzioso, che vede i personaggi scavare pian piano nella loro interiorità per poi arrivare a confrontarsi alla fine della storia. Lo stesso ritmo della narrazione ci fa intuire questo percorso: lenta e con pochi dialoghi all’inizio, si concentra sugli scorci urbani che la città di Milano offre; si movimenta e “esplode” nella seconda metà del film.

Tornando alla trama, Giovanni e Lidia si ritrovano ad una festa a casa dei signori Gherardini, dove Giovanni fa la piacevole conoscenza della figlia Valentina, interpretata da una giovanissima Monica Vitti. L’ uomo è attratto da lei, forse ci vede ciò che la moglie ormai non è più per lui: dinamica, appassionata, non distaccata emotivamente come

Invece è ormai Lidia. Giovanni e la ragazza si baciano, Lidia li vede e in un secondo momento, in cui si aprirà emotivamente con Valentina, le confesserà di non provare gelosia nei confronti del marito; è infatti in uno stato di rassegnazione, ha capito e interiorizzato ormai da tempo la fine del suo matrimonio, e anche lo spettatore l’ha capito con lei.

Quando la notte è giunta al termine Giovanni e Lidia salutano Valentina e sulla strada verso casa affrontano finalmente il discorso tanto taciuto. Lidia ammette la sua infelicità a Giovanni, gli dice che non lo ama più, che “se stasera ho voglia di morire è perché non ti amo più. Vorrei non esistere più perché non posso più amarti”. Giovanni si arresta, ammette le sue colpe ed entrambi i protagonisti si arrendono alla fine del loro rapporto. Lei tira fuori una lettera che Giovanni le scrisse anni prima, quando stavano bene ed erano innamorati, una lettera commovente dove lui esprime l’amore totale che provava per lei. Questo confronto coniugale dura lo spazio degli ultimi dieci minuti del film, quelli in cui finalmente ciò che pensano entrambi esce allo scoperto, e poi scatta un bacio, Lidia oppone resistenza restando convinta che sia troppo tardi, che ormai non ami più Giovanni. Ma a questo punto la camera si sposta, i due non-più-innamorati escono dal campo mentre continuano a baciarsi e allo spettatore non rimane che un dubbio: quella sarà l’ultima volta in cui faranno l’amore o si rassegneranno a vivere per sempre insieme un rapporto ormai distrutto da anni?

A cura di Giorgia Agati

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