Il cinema ritrovato: La morte corre sul fiume

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‹Dream, little one, dream
 Oh, the hunter in the night
 Fills your childish heart with fright
 Fear is only a dream
 So dream, little one, dream…›

Queste parole che si sentono sui titoli di testa sono profondamente inquietanti, in parte a causa del coro di bambini che la canta, ma anche a causa del contesto creepy-crawly del film per cui sono state scritte. La morte corre sul fiume è forse la quintessenza della storia horror americana! È l’unico film che Charles Laughton abbia diretto, ed è scioccante, vergognoso, e decisamente deplorevole che fu così mal ricevuto alla sua uscita iniziale. Il suo anticonformismo ha sopraffatto pubblico e critica che, spaventato dal suo coraggio e audacia, ha stroncato il film. La sua miscela di horror-slapstick e umorismo macabro è stato perso su un pubblico mal equipaggiato per tale iperbole. Umiliato e offeso, Laughton, tristemente, non ha diretto ancora una volta. Naturalmente, quando la storia ha capito, La morte corre sul fiume è stato restaurato donandogli un po’ di dignità, ma è comunque triste pensare a ciò che Laughton avesse potuto fare se il suo debutto alla regia fosse stato cullato anziché soffocato.

Basato sul romanzo ononimo di Davis Grubb, la trasposizione di Laughton è visivamente pittorica, una fiaba oscura di un fratello e una sorella, indeboliti e perseguitati dalla religiosità isterica e dall’ignoranza del mondo degli adulti. Questo è un lavoro di stupore, di incanto e di orrore. La trama è semplice: Ben Harper (Peter Graves), è un padre fannullone e un marito senza speranza, e soprattutto un truffatore, che sta per essere impiccato per aver preso parte ad una rapina. Prima della sua cattura nasconde la sua parte di bottino nella bambola della sua giovane figlia, Pearl (Sally Jane Bruce), e lo confida a suo figlio John (Billy Chapin). Ben Harper viene messo a morte lasciando orfani i figli e la moglie Willa (Shelley Winters) vedova. Poco dopo arriva in città il reverendo Harry Powell – un macabro Robert Mitchum in quello che sarebbe diventato il suo ruolo più riconoscibile. Powell è un sedicente predicatore fanatico evangelico, che ha diviso la cella con Harper da cui ha cercato di estorcere informazioni sul bottino, ma l’unico indizio che ottiene è una citazione biblica: ‹e un bambino li condurrà›.

Powell si attira le simpatie di Willa e della gente del paese. Sposa la vedova Harper e attraverso sottili intimidazioni e lusinghe cerca di indurre i bambini, soprattutto John, a rivelare dove si trova il denaro, ma questi diffidano di lui e non aprono bocca. Quando Willa smaschera il piano di Powell, questi la uccide e, minacciando John e Pearl, scopre il nascondiglio del denaro ma i bambini riescono a scappare dando il via alla caccia.
L’atmosfera di terrore quasi intimidatorio e il montaggio travolgente trasforma La morte corre sul fiume in uno standard espressionista. Il film è una grande prova di “Southern Gothic“. La luce dona poesia al film che raggiunge i livelli del cinema espressionista tedesco e dei primi noir, traboccante di alti contrasti e angoli frastagliati. Il casting del film è impeccabile. Le prestazioni, per la maggior parte, sono esagerate ed a volte discordanti. Lillian Gish, come matriarca che da protezione ai bambini in fuga, illumina lo schermo, e l’assassino di Mitchum è un vero e proprio infinto cuore di tenebra. Non c’è da meravigliarsi che cineasti come i fratelli Coen, Spike Lee, David Lynch, Terrence Malick, e Martin Scorsese abbiano avuto dal film come una grande influenza.

Questo è uno di quei film che sembra migliorare col passare del tempo. È sicuramente uno dei film più spaventosi mai realizzati, se non ‘spaventoso’ sicuramente è profondamente inquietante: c’è qualcosa circa la tenacia ricerca di Powell dei bambini, un’ossessione che suggerisce una mente sconvolta. Questo senso di disagio aumenta quando i bambini intravedono il loro inseguitore al chiaro di luna, un ombra dunque; la sua posizione spavalda e il contorno del suo cappello sono terribilmente e immediatamente riconoscibili.

Ci sono così tanti aspetti diversi nel film e non sorprende se è diventato un film di culto. Allora perché fallire commercialmente e criticamente al suo rilascio? La ragione più convincente è che stato dolorosamente al passo con i tempi. Nella metà degli anni ’50 l’America era un paese prospero ed estremamente ottimista sul suo futuro. Questo piccolo contorto racconto morale ha offerto un lato oscuro dell’umanità che la gente non si cura di prendere in considerazione. E viene messa in evidenza un’epoca di povertà e austerità che la maggior parte degli americani volevano mettere saldamente dietro di loro.
La morte corre sul fiume merita dunque lo status di classico senza tempo, una visione essenziale per tutti gli amanti del cinema.

a cura di Antonio Mancina

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