Nuovo appuntamento alla riscoperta dei grandi cult finiti nel dimenticatoio, pellicole capaci di fare la storia, ispirare ma che spesso e volentieri devono fare i conti con il nemico naturale della memoria: il Tempo. Il film che vi proponiamo questo mese è relativamente recente (2004), tuttavia già probabilmente scordato da alcuni e alle volte sconosciuto ai più giovani… Le conseguenze dell’amore è stato la consacrazione davanti al grande pubblico di Paolo Sorrentino, personalità tra le più influenti, discusse ma soprattutto capaci del cinema italiano contemporaneo. Avventuriamoci allora alle radici della sua arte, nel momento in cui si è concretizzata la fortuna del suo talento.

Titta Di Girolamo (Toni Servillo) è un uomo mite, silenzioso e inquieto residente da dieci anni in una scarna camera di un hotel svizzero. La sua esistenza si basa su poche e ripetitive azioni, tuttavia la capacità di osservare nel dettaglio la vita circostante e l’agire continuamente con estrema ponderatezza lo rendono incredibilmente acuto, brillante. Il grande pregio è quello di saper bluffare sempre fino in fondo, come chi si può dire abbia fatto della sua stessa esistenza una finzione. Le sue conoscenze si restringono alla coppia di anziani un tempo proprietaria dell’albergo ed ora, caduta in rovina, ospite del medesimo, il nuovo direttore, la donna delle pulizie e la giovane barista che tutti i pomeriggi osserva intensamente senza però riuscire mai nemmeno a salutare. Il mestiere, la vita pregressa, la sua identità sono un segreto che nessuno può né deve sapere, poiché come un famoso finanziere diceva sempre: “quando due persone conoscono un segreto allora non è più un segreto” … La dimensione è quella della riservatezza, conosce la natura dell’uomo e per questo tende ad allontanarsene, non scorge nessuna fonte di divertimento nel reale perché anche se nessuno lo ammette “la verità è noiosa!”. L’improvvisa necessità però di dover interagire con l’ambiente circostante lo porterà a delineare nuovi “progetti per il futuro”.

Molte delle marche di riconoscimento del regista sono presto riconoscibili (anche se è bene precisare che alcune di esse sono già presenti nel precedente lungometraggio L’uomo in più), prima fa tutte il sodalizio con l’attore napoletano, in quel momento soprattutto teatrale, Servillo. Il Sorrentino sceneggiatore infatti predilige qui come in tutte le sue opere successive protagonisti maschili, possibilmente soli e malinconici, traendo ispirazione, per sua stessa ammissione, dal Re per una notte (1982) di Martin Scorsese. Impossibile non scorgere l’attenzione al dettaglio, una cura spasmodica nelle inquadrature che cercano di cogliere quello che per sua stessa natura sfuggirebbe all’occhio anche del più acuto osservatore. Un attentissimo assembramento del filmato con il sonoro crea atmosfere evocative, frasi che nascono cult senza nemmeno essere state ancora recitate. L’omaggio spinto al plagio dell’inesauribile fonte e maestro Fellini, in una cornice di situazioni al limite dell’iperbolico, nomi umoristici e tanto relativismo gnoseologico. La quotidianità non è mai quella che appare, le dinamiche sono complesse mentre l’uomo spesso fin troppo semplice. L’obiettivo non è mai insegnare ma suscitare un qualcosa di profondo che si tratti di una riflessione artistica, piuttosto che d’introspezione. E ovviamente la natia Napoli e tutta le virtù della sua secolare tradizione artistico-popolare.

Consigliare questo film per un appassionato è d’obbligo, presentarlo ad un curioso è operazione assai più delicata. Esso però rappresenta a tutti gli effetti un tassello importante nel panorama contemporaneo e fornisce certamente un’ottima possibilità d’evasione dalla monotonia tematica alla quale, ahimè, si è irrimediabilmente sottoposti in questo periodo.

A cura di Andrea Valmori

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