Anche questa settimana Vox torna con la rubrica del Cinema Ritrovato pronto a farvi riscoprire un nuovo vecchio titolo del panorama cinematografico mondiale.

La proposta che vi facciamo riguarda Le Mepris (Il Disprezzo), un film drammatico del 1963 di Jean-Luc Godard basato sull’omonimo romanzo di Alberto Moravia e ambientato tra Roma e Capri.
Regista e interpreti francesi e ambientato negli anni ’60 il film non ci lascia dubbi: siamo nel periodo della Nouvelle Vague, quella corrente cinematografica che vede il suo fiorire nella Francia di quegli anni grazie alle opere di una nuova generazione di cineasti indipendenti, se vogliamo “rivoluzionari”, che gettano le basi e decretano un nuovo modo per fare cinema. Godard è proprio uno dei padri fondatori di questo movimento, insieme ad altri notissimi nomi come quelli di François Truffaut, Jacques Rivette, Claude Chabrol, Éric Rohmer e Alain Resnais. La rottura con le convenzioni da parte di questi cineasti avviene partendo dal sentimento di delusione che essi provano per le dinamiche industriali in cui ormai anche il cinema francese è caduto; i film vengono fatti per accontentare il pubblico e tenerlo impegnato, ma gli autori della Nouvelle Vague vogliono che il cinema torni ad avere finalità puramente artistiche. Anche Il Disprezzo di Godard quindi si colloca in questo movimento, ma per alcuni aspetti ne rappresenta quasi un’eccezione: se peculiarità della Nouvelle Vague è creare film basati molto su improvvisazione, produzioni leggere con pochi mezzi e bassi budget, Il Disprezzo è l’unica grande produzione internazionale che passerà per le mani di Godard. Il budget di questo film è alto, le riprese vengono fatte al di fuori della Francia e la presenza di Brigitte Bardot nel ruolo della protagonista femminile non farà altro che aumentare la popolarità della pellicola e consacrerà definitivamente l’attrice come mito e sex symbol presso il pubblico di massa. Inoltre, la partecipazione della Bardot sarà anche la causa prima che farà diventare Il Disprezzo il film a più alto budget della Nouvelle Vague, proprio a causa del cachet che le verrà corrisposto.
La trama è semplice, mette in risalto le contraddizioni umane e la psicologia dei personaggi, i loro rapporti ormai deteriorati. Lo scrittore Paul Javal, interpretato da Michel Piccoli, si reca a Roma con la moglie Camille (Brigitte Bardot) per incontrare un produttore cinematografico americano, Jerry Prokosch, che deve sostenerlo economicamente per la realizzazione della sceneggiatura di un film diretto da Fritz Lang (interpretato da sé stesso). Paul, notando l’interesse che il produttore ha nei confronti della bella moglie cerca di approfittarne e fa di tutto per lasciarli soli, sperando che la presenza di Camille possa aiutarlo ad ingraziarsi Jerry e gli faccia ottenere un compenso maggiore. Camille però se ne accorge, e il rapporto già altalenante tra i due coniugi si deteriora ulteriormente a causa di questo fatto, a causa del disprezzo che lei ormai prova per il marito e che non nasconde di esternare. La vicenda continuerà ad aggrovigliarsi e il loro rapporto vacillerà sempre di più tra ripensamenti ed equivoci, fino ad arrivare al tragico finale.

La vicenda può essere interpretata anche sulla base del rapporto di coppia che Godard aveva instaurato con Anna Karina, sua musa e protagonista della maggior parte dei suoi film, e che ormai si stava deteriorando esattamente come si sta deteriorando il rapporto tra Paul e Camille. I riferimenti alla Karina ne Il Disprezzo sono espliciti, dalla parrucca nera che Godard farà indossare a Brigitte Bardot ad intere frasi che, a posteriori, la Karina dichiarerà essere state pronunciate da lei in prima persona nella vita privata e che poi Godard attribuirà al personaggio di Camille nel film. Tutto ciò ad ulteriore riprova che il regista nei suoi film metteva tutto sé stesso, ed era molto abile a costruire storie e trame prendendo spunto e partendo proprio da sue esperienze personali.
Quando negli anni ’60 il film uscì in Italia il compito di farlo piacere anche al pubblico italiano fu di Carlo Ponti, celebre produttore cinematografico. A lui e a chi se ne occupò è quindi da attribuire la “colpa” di aver italianizzato la pellicola di Godard, forse eccessivamente, per fare in modo che il film potesse essere meglio accolto. La versione italiana presenta infatti molte notevoli differenze rispetto a quella originale, a partire dalle scene in apertura di nudo della Bardot che furono eliminate e di cui il pubblico fu privato. Anche i nomi dei protagonisti sono diversi: Paul e Camille diventano Paolo e Emilia, come nel romanzo di Moravia; e ancora, i titoli di coda che nella versione originale sono dettati ad alta voce da Godard in persona nel film in italiano sono muti. Anche la musica subisce un cambiamento e l’atmosfera creata dagli archi di Georges Delerue lascia il posto a una musica jazz composta da Piero Piccioni che crea tutto un altro tipo di contesto musicale in cui la vicenda viene calata. La lista degli elementi che nella versione italiana sono stati cambiati è ancora lunga, partendo dai dialoghi e dalle traduzioni che furono maneggiate in maniera molto arbitraria dalla produzione italiana fino ad arrivare a intere scene e sequenze che tagliate o eliminate hanno contribuito a far perdere la linearità della trama della versione originale.

Nonostante queste differenze l’essenza del film e quello che Jean-Luc Godard voleva trasmettere traspaiono anche nella versione italianizzata, e l’accostamento dei colori, la composizione simmetrica delle immagini e il raffinato stile di regia di uno dei più grandi cineasti (attenzione: non registi, i creatori della Nouvelle Vague non amavano questa parola e anzi si auto definivano auteurs) che il cinema del ‘900 abbia conosciuto sicuramente rimangono visibili agli spettatori anche a seguito delle manipolazioni che la pellicola ha subito da terzi.

A cura di Giorgia Agati

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