«Volevo fare un film contro la polizia, ma a modo mio.»
(Elio Petri)

L’omertà del potere è un’arma a doppio taglio e ferisce nel modo in cui viene tenuta in mano. Il crimine paga quando sei dalla parte giusta, oppure può mandarti in tale crisi di coscienza che non vuoi fare altro che sabotarti. Italia degli anni 60, in pieno clima repubblicano, la politica sfrutta il potere della legge per mascherare le proprie nefandezze, portando avanti il mezzo della repressione come baluardo della civiltà.

Elio Petri dirige, nel 1970, Gian Maria Volontè in “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”. Il protagonista della trama è un ufficiale della polizia, appena nominato capo della sezione omicidi, ma soprattutto è un killer. Ed è il paradosso che scatena le vicende della storia, resa splendidamente dalla colonna sonora di Ennio Morricone: il mandolino usato come un clavicembalo riesce ad associare un forte tono grottesco allo sviluppo degli eventi, spesso portandoli al ridicolo. Ricordando chiaramente un noto personaggio storico, l’intento del film vuole essere di chiara accezione politica, nonostante la trama si sviluppi intorno all’intreccio psicologico. La missione del regista è di esprimere un contesto in un’ottica molto perversa e ambigua, non negando allo spettatore dei messaggi sociali inseriti in una visione buffonesca.

La storia si sviluppa su tre atti, ciascuno denotato da eventi paradossali. Il film si apre con un omicidio: il capo della sezione omicidi si presenta a casa di una signora molto avvenente, la quale lo stava aspettando.

Il piacere sessuale tra i due viene stimolato tramite dei giochi di ruolo ispirati alle scene del crimine. Tuttavia, la richiesta della donna viene esaudita veramente: alla domanda di essere strangolata nel letto, il capo risponde deciso e l’ammazza brutalmente. Dopo averla lasciata lì, non si preoccupa di lasciare tracce dappertutto, soprattutto le impronte delle scarpe e una sua cravatta nel bagno. Si mette in scena la vera farsa del film, per cui la polizia inizierà a montare un caso di omicidio avendo il colpevole sempre sotto il naso.

Il Cinema Ritrovato: indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

Dopo le prime ispezioni nella casa della donna, viene ritrovata la cravatta, riconosciuta da uno degli ufficiali della caserma. Nel mentre, il protagonista si reca dal proprio superiore, mostrando preoccupazione intorno al caso poiché ammette di aver avuto una relazione con lei. Il proprio superiore non si mostra minimamente interessato alla cosa, mostrando una certa noncuranza di che si tramuta subito in manifesta omertà. Il viaggio introspettivo del protagonista inizia ad essere abbastanza fitto: e se alla fine non lo prendessero mai?
Le indagini vengono dirottate sull’ex marito di lei, ma l’ufficiale che aveva riconosciuto la cravatta chiede al proprio capo di poter effettuare una perquisizione a casa sua. La reazione è decisamente denigratoria, ma non si oppone alla perquisizione in casa propria. Tuttavia, decide di eliminare tutte le cravatte di quel colore dagli armadi.
Il conflitto che vive il protagonista non lo lascia mai tranquillo, facendosi prendere spesso dai ricordi dell’amante uccisa. Perciò, il capo della polizia decide di voler prendere in giro il sistema compiendo un crimine e sabotandosi a sua volta consegnando di persona la cravatta incriminata. Con questo gesto si sviluppa la farsa finale: il capo della sezione omicidi sta mettendo a nudo tutta la corruzione e ipocrisia. Tuttavia i superiori non possono imprigionarlo per evitare di venire invischiati anche loro. Così egli non viene carcerato, ma semplicemente licenziato.

L’atto del capo però non aveva un vero intento rivoluzionario, ma più simbolico per dimostrare che il potere della legge deve superare tutto e tutti. Nel momento dell’estromissione dal potere, il capo si pente di tutto e implora miseramente di poter essere riammesso con loro.

Il film poi finisce senza mostrare se egli venga perdonato o per sempre bandito. Ma l’ultimo paradosso della trama è il più esplicativo: il potere logora chi non ce l’ha, e chi pensa di poterlo esprimere attraverso la violenza sarà sempre il primo a cadere. E, successivamente, a pregare in ginocchio di potervi essere riammesso.

 

A cura di Edoardo Marcuzzi

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