Perdersi nell’immensità della produzione cinematografica è inevitabile, per tutti. Ogni anno vengono distribuiti centinaia di film in tutto il mondo, ma soltanto alcuni appaiono ai nostri occhi. Altri invece sono film così vecchi che vengono dimenticati senza pietà. Il cinema da, il cinema toglie.

È per questo che Vox ogni settimana vi propone questa rubrica, il cui scopo è quello di riportare in vita vecchi capolavori e nuovi film che sono stati solo di passaggio, nella speranza di ridare l’importanza a loro dovuta, e donare a voi l’emozioni del cinema ritrovato.

Uscito nelle sale nel lontano 2001 e riproposto tre anni dopo nella versione director’s cut, più lunga di circa 20 minuti, Donnie Darko è diventato col tempo un vero e proprio film di culto nonostante i bassi incassi al botteghino al tempo della prima uscita (517.375 dollari).

Opera prima del regista Richard Kelly, la pellicola è un perfetto connubio tra la pazzia interiore e il cinema dei grandi.

Donald Darko detto Donnie è un ragazzo con dei disturbi mentali che vive assieme alla sua famiglia, che lo ama e lo appoggia anche nelle scelte più discutibili. Donnie è in cura da una psicanalista che lo aiuta a combattere la sua malattia, ed è proprio a lei che confida quanto gli è accaduto: nella notte del 2 ottobre 1988, quando l’esistenza della sua famiglia venne sconvolta dalla caduta di un motore d’aereo precipitato direttamente nella sua camera da letto, Donnie non era nella sua stanza. A salvarlo sarebbe stato Frank, il suo nuovo coniglio gigante/amico immaginario, grazie ad un episodio sonnambulismo che portò Donnie nel campo da golf di Middlesex. Trovato da due giocatori, Donnie si ritrova in pigiama sdraiato sull’erba e con una sequenza di numeri scritta sul braccio: “28:06:42:12“, che poco prima gli era stato detto essere il tempo rimanente alla fine del mondo (28 giorni, 6 ore, 42 minuti e 12 secondi).

Avendolo salvato da una morte assurda, in coniglio gigante Frank in cambio gli chiederà così di fare cose riprovevoli e sempre più pericolose.

Interpretato da un Jake Gyllenhaal alla sua migliore prova davanti alla macchina da presa, il film parla agli spettatori in una maniera tale che questi ultimi vogliano davvero provare ad immedesimarsi nei panni di un malato di schizofrenia, con le sue mille difficoltà, la lotta continua e immaginaria con amici inventati nella sua mente malata, l’amore buio, le amicizie difficili e la famiglia politicamente in contrasto.

A cura di Marco Teruzzi

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