Con lo squillo del telefono e lo scorrere delle lacrime si apre il film: irrompendo in una scena di vita quotidiana, di vita sul nascere di una famiglia per bene, mamma papà e figliolo. Sulle lacrime che irrigano il volto inizia la musica, I Heard It Through The Grapevin, di Marvin Gaye, e con questo stacco incomincia il film vero e proprio, unificando, attraverso i volti e la musica, i protagonisti del film nella mente dello spettatore prima ancora che sullo schermo. Se anche alla prima scena di calze e pantaloni tirati sulla gamba maschile lo spettatore non si rende conto delle stranezze, la situazione in cui ciascuno dei personaggi per la prima volta è colto, e la loro l’espressione confusa e stupita, aiutano ad intuire quella che alla fine dei titoli sarà la realtà – l’imprevisto scatenante di tutto il film.

https://www.youtube.com/watch?v=az-VjJLwn2I

Colti vicino al telefono mentre lo ripongono, o successivamente nell’atto di preparare un viaggio, e dopo ancora nel tragitto stesso, dall’aereo alla macchina, che li porterà alla visione del campo trebbiato e del polso tagliato cui è diretto il film, i personaggi si presentano in sintesi rapide e funzionali della vita e della carriera da loro condotta fino a quel punto.

L’assenza di flashbacks (previsti in produzione) permette di narrare la morte come vera assenza, e il morto come un vuoto che si muove attraverso lo schermo: lo stesso vuoto che lo spettatore prova nel figurarsi Alex nel volto e nel carattere – lo stesso vuoto e lo stesso freddo che i personaggi vedono incline sui loro discorsi. Lasciato il funerale, ospiti nella casa dove Alex viveva, i vecchi amici si ritrovano a parlare del passato e delle antiche illusioni, intessendo la narrazione con i soliti scherzi e interrompendola con i vuoi improvvisi sostenuti dal morto sepolto. Profughi sognatori dal ’68 delle contestazioni, ognuno di loro si è fatto una vita diversa dal sogno, ognuno di loro ha tradito una parte di sé per vivere bene. In questo senso l’assenza di Alex riflette la morte per consunzione degli stessi principi morali che mossero il gruppo: traspare, il suicida, come l’unico grande vero e unico sognatore, di cui tutti, di volta in volta, si sentono traditori e traditi, cedendo ad infamie e cinismi che non riusciranno mai a cogliere il punto, la vera ragione dell’ultimo atto. Quando anche uno di loro riesce a parlarne, la conversazione cade in un silenzio impossibile da scardinare. Ogni discorso gira intorno all’oggetto, all’assenza che ha mosso tutti per permettere loro di rivivere un ultimo sprazzo di giovinezza, un ultimo commiato prima del tramonto. Così nei sorrisi della ritrovata complicità si avverte, sottotraccia, il dilaniamento della carne e il fallimento, la depressione, la vanità della vita, il tradimento, esattamente come, nelle righe perpendicolari e parallele dei campi, negli occhi dello spettatore rimane la stridente linea obliqua del suicidio, camuffata sotto il polsino e scomparsa nella sovrimpressione avvenuta: in quanto di più sano e naturale cresce, l’intima disperazione di una vita e di tutte le vite possibili si nasconde. Rimane questo: dimenticarsene e andare avanti.

Film del 1983, The Big Chill fu diretto da un allora giovanissimo Lawrence Kasdan. Il montaggio rapido, le intromissioni musicali e gli scambi di battute ne fanno una visione tanto godibile da riuscire a sovrastare la depressione – esattamente come nella finzione scenica. Fu l’inizio di una bella carriera per molti attori: Tom Berenger, Glenn Close, Jeff Goldblum, William Hurt e Kevin Kline parteciparono al film. Curiosamente, fu la prima grande produzione anche per Kevin Costner, qui bravissimo nella parte del morto: sono sue le gambe e i polsi del cadavere. In fase di montaggio furono eliminati tutti i flashback su Alex – e con essi tutte le scene con il volto dell’attore.

a cura di Giovanni Peparello

Commenti su Facebook
SHARE