CECHOV SBARCA AL TEATRO LITTA

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A cura di Francesca Bonfanti e Francesca Maria Montanari

Se qualcuno ci chiedesse se a Milano abbiamo mai avuto la fortuna di imbatterci in Amore, quello vero, totale, fatto di un cuore gonfio di speranza e anche un po’ di terrore, la risposta sarebbe Sì.

Amore ha trovato dimora tra giovedì 5 e domenica 8 marzo 2015 nelle sale squisitamente barocche del Teatro Litta. È stato portato sulla scena dalla Compagnia Macelleria Ettore in una veste surreale e inedita, la quale si poteva intuire non soltanto dal titolo “SAPEVO ESATTAMENTE CHE COSA FOSSE L’AMORE PRIMA DI INNAMORARMI. Uno studio sui Racconti di Anton Cechov”, ma soprattutto dal fatto che ad accompagnare i quattro attori vi fossero anche le musiche originali dal vivo dell’artista Renzo Rubino, per la prima volta nei panni di “cantattore”. E siccome non si sa mai cosa può far innamorare l’occhio di ciascuno di noi, vi raccontiamo cosa hanno visto e amato i nostri. Perdonate l’omonimia, speriamo non ne uscirete troppo confusi!

Francesca: Sapevamo di stare per salire su una giostra emotiva fra le più frequentate e predilette dal teatro e non nascondo che, prima dello spettacolo, il timore di assistere all’ennesimo “tributo al dio Amore” ha attraversato la mia mente… Ma, come solo nei migliori foyer può succedere, già prima dell’apertura del sipario è accaduto qualcosa di inaspettato. Stavo attendendo che la maschera mi consegnasse il biglietto e il mio sguardo ha incrociato quello di un ragazzo alto e vestito di un completo blu, intento a sorseggiare una birra. La matita nera attorno ai suoi occhi ne enfatizzava lo sguardo che smaniosamente attendeva il compiersi di un incantesimo. Si tratta di Renzo Rubino, l’artista noto per aver preso parte, vincendo pure la competizione dei Giovani nel 2013, a due Festival di Sanremo.

Mi sono avvicinata e abbiamo iniziato a parlare di musica, della sua musica, come se fossimo due amici che si ritrovavano dopo qualche tempo. Rapido scambio di sorrisi, di foto (e di qualche battuta sul mio cappello) ed è dovuto scappare in scena, ma prima di salutarmi, mi guarda e sorridendo sussurra “ Quello che farò stasera sarà diverso da tutto ciò che hai visto finora a teatro. Sei pronta?”. Neanche il tempo di rispondere che Renzo si era già dissolto.

 

Francesca: Quattro attori su un palcoscenico, ma un’infinità di storie che si susseguono senza raggiugersi mai, lasciando dietro di sé tracce e ricordi che inutilmente e istintivamente cercheremo di unire come punti di un unico grande dipinto, per trovare quel quid che parli anche di noi e dei nostri amori, o meglio, del nostro modo di amare. Sconosciuti, amanti, padri; figlie, madri, mogli e ancora amanti, tutti sempre più stanchi e disillusi nelle loro relazioni, nei loro schemi e abitudini di cui non ricordano più origine o scopo. Sull’intimo palcoscenico il testo di Carmen Giordano dà vita ad alcuni dei mille volti e maschere che uomini e donne possono indossare, in una girandola inarrestabile e coinvolgente, dall’andamento sincopato e fotografico ma assai efficace. Particolarmente riusciti alcuni passaggi, in cui le scelte di regia danno l’impressione di aver avuto davanti a noi dei veri e propri tableaux vivant dall’atmosfera hopperiana; così quando per un istante le due coppie si trovano una dietro l’altra, passato e futuro si allineano, in un’unica scena in cui l’origine di un amore e la sua attuazione si guardano e si studiano.

 

A rendere dolce e spontanea questa catarsi subentra la musica di Renzo Rubino, il quale in un’armonica alternanza di piano e clavicembalo accompagna questo turbine di incontri e parole a ritmo di valzer, blues e ballate pop (tant’è vero che un orecchio attento poteva riconoscere, di tanto in tanto, le melodie più note dell’artista).

Renzo fa tutto questo restando in silenzio: le note e il suo sguardo seguono ogni gesto, bacio, sorriso e lacrima. Vorrebbe prendere la parola, ma non è ancora arrivato il momento.

Sul finale, quando i protagonisti tentano di spiegare Amore come uno splendido algoritmo fatto di teorie psico-pseudo scientifiche, dimostrando così di aver vissuto le storie di Cechov in modo disattento, accade l’inaspettato. Renzo comincia a cantare e canta la verità dell’Amore, che altro non è, come lo stesso Anton Cechov ci ha raccontato nei suoi Quaderni, che un sentimento che mostra quella condizione di normale abbandono ad uno stato di felicità in cui l’uomo dovrebbe sempre trovarsi.

Rubino canta: “Amor sei davanti a me così vicino che ti posso toccar… Portami via, portami via e con te resterò “ . E che cosa possiamo dire noi oggi all’artista, che qualche anno fa scriveva “insieme fra sette notine danzeremo per sempre e poi basta”, se non che aveva ragione?!

 

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