Boombox meets…Caso

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Abbiamo avuto il piacere di fare due chiacchere con Andrea Casali (in arte Caso) prima di vederlo esibirsi, voce e chitarra, nella splendida cornice del Palazzo Avogadro (Sarezzo) all’evento organizzato da Indiealet il 18 Dicembre.

Il primo impatto che ho avuto ascoltandoti è pressoché uguale a quello con Giovanni Truppi. Siete due artisti diametralmente opposti, ma vi ponete di fronte a quello che fate in una maniera molto simile, onesta. Come si fa a essere totalmente sinceri e portare sul palco quello che si è senza troppi filtri?

Di preciso non so dirtelo, perché ho sempre fatto così. Sicuramente ci vuole anche un po’ più di coraggio a fare questo e non lo dico perché io o altri come Giovanni facciamo così, però quando saliamo sul palco ci mettiamo proprio a nudo. Con una maschera sarebbe tutto più semplice, soprattutto quando ti esibisci da solo. Io ora sto provando l’esperienza con la band ed è tutta un’altra cosa, sei molto più protetto nei rapporti che hai con quelli che suonano con te, mentre nelle situazioni come stasera in cui sei tu, il pubblico e basta devi arrivare e creare l’empatia giusta oppure la serata si guasta.

Lo trovo più coraggioso e naturale.  Anche mentre scrivo le canzoni penso a questo, al fatto di esprimere quello che sono e quello che penso senza un filtro accomodante o un’immagine che non mi appartiene. Non riuscirei.

Pensi che il pubblico percepisca questo approccio?

Sicuramente non è per nulla scontato o riconoscibile da tutti. Va anche a gusti: c’è un pubblico un po’ meno curioso, un po’ meno dentro l’ambiente dell’underground che noi respiriamo e di cui riconosciamo queste sfumature, che si accontenta della forma, preferendo la versione patinata e pettinata. Non importa se l’artista sia vero o meno. È una mia ipotesi, poi non tutto quello che dirò è vero. (ride, nda)

Però non è la prima volta che mi viene fatta notare una somiglianza fra me e Truppi. Un mese fa in provincia d’Arezzo un ragazzo che collabora a stretto contatto con lui è venuto a vedere il mio concerto mi ha detto le stesse cose.

In Atletica Leggera dici “penso che l’impresa più grande per un uomo sia riconoscere il proprio Cervino”. Colpisce il verbo che usi: riconoscere. Tutti si concentrerebbero già sulla scalata, sulla conquista del Cervino, mentre tu ti concentri sul ricercarlo, il riconoscerlo e dire “è quello!”.

Infatti è la frase centrale del disco. Molti mi chiedono “Ma tu l’hai scalato il tuo Cervino? L’hai raggiunto?” e io dico proprio “No, aspetta, prima di scalarlo devi riconoscerlo, è la tua vita.”

Sempre restando nella filologia del testo, alla fine di  Fino agli alberi sottili parli di questa strana forma di misericordia che ognuno nel bene e nel male riconosce nella propria vita (“Ma sai a volte la strada inventa apposta una curva per tenerci in piedi. Che sia un dispetto, o eccessiva cura, questa strana forma di misericordia ci fa provare pena per noi stessi e rabbia per vederci così scomposti e inermi, solo costretti a restare in corsa”). Per te che cosa è?

Quel testo in particolare racconta quella che è una malattia di una persona anziana, che in quel caso era proprio mia nonna però vista dagli occhi di un bambino, che è mio fratello che ha venti anni in meno di me e riconosce il cambiamento, le difficoltà e se vuoi le mancanze della persona più anziana ma non riesce a dargli un nome, non riesce a capire un cazzo di cosa sia tutto questo, perché non riconosce, perché il bambino che aveva allora sette/otto anni ancora non riconosce cosa è la malattia, cosa è anche la dipartita, la malattia senza guarigione che ti porta proprio ad andartene. È una strana forma di misericordia perché la vita si inventa questa curva apposta per tenerla in vita anche se poi questo bisogno di vita, detto proprio schiettamente, non c’era perché per lei e per chi le stava attorno erano solo sofferenze. Quindi sì, è una misericordia che sembra quasi farti un favore mentre forse invece sarebbe meglio il contrario. Però ecco sono stagioni della vita che credo che tutti incontriamo e che è bello anche viverle nel bene e nel male, ti fanno crescere. A mio fratello, sicuramente hanno contribuito a farlo crescere.

Una cosa di cui vado orgoglioso riguardo a quella canzone è che molti poi hanno riconosciuto cose nel testo che io stesso non avevo notato, come un mio amico che mi ha fatto notare nel verso finale quegli alberi sottili sono i cipressi del cimitero. Io quando l’ho scritto non è che ci pensassi molto, pensavo sì al vialone ma non mi ero figurato proprio l’immagine, e lui è riuscito a dare un significato più nitido del mio, l’ha completata lui quasi.

A quel disco rimarrò particolarmente legato perché l’ho vissuto molto bene, proprio mentre lo scrivevo e lo registravo. Quando fai un disco è come se fermi un momento della tua vita. Può piacere o no, ma quel momento tu ce l’hai lì per sempre. Tra venti anni magari lo ritiri fuori, lo riascolti e dici “sì, è quel momento lì”, come rivedere una fotografia.

Ultima domanda: nei tuoi testi ricorre sempre il tema della bicicletta quindi vorrei sapere il tuo ciclista preferito e perché?

Devo per forza dire Gimondi perché è di Bergamo, la mia città. In realtà io non sono mai stato appassionato di ciclismo ma uso la bici come mezzo di trasporto perché vivo e lavoro in città. Ne scrivo sempre perché entra in tutte le mie giornate e di conseguenza nelle mie canzoni. Però la mia compagna ha molto a cuore la figura di Gimondi (ne è anche un po’ innamorata) e quindi ha fatto innamorare anche me. La sua storia è quasi da romanzo: proveniente da una famiglia povera, mentre va in giro a consegnare il pane in bicicletta viene notato e messo alla prova dalla sua futura squadra. Da riserva viene ripescato per un giro d’Italia e a sorpresa lo vince, da ultimo riesce ad arrivare alla vetta, pur rimanendo eterno secondo dietro Eddy Merckx (Il Cannibale).

Infatti è molto bello quando passiamo in bicicletta entrambi per Porta Nuova, da dove parte la strada per città alta, dove arrivava una tappa del giro di Lombardia (che poi lui vinse), e molto romanticamente ci raccontiamo ogni volta la storia dicendo: “Chissà cosa avrà pensato quando avrà visto la sua città alta prima di tagliare il traguardo” e ci emozioniamo (ride, nda). Quindi dico Gimondi, assolutamente.

A cura di Giovanni Pedersini

CASO: https://www.facebook.com/casomusic/
https://casosidistrae.bandcamp.com/
INDIEALET: https://www.facebook.com/indiealetmusicfest/
CACAO PROD.: https://www.facebook.com/cacaoprod/

 

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