Cos’è:

È una moglie che ingenuamente si lascia usare come una bambolina, e crede che questo sia amore. È innanzitutto Nora, che finalmente diventa adulta quando si accorge della maschera che da sempre aveva scambiato per il proprio volto, quando capisce di essersi curata per anni di tutto tranne che di se stessa. È  la fragilità di una persona che cerca in sé il coraggio necessario per recuperare un’identità perduta da tempo, per afferrare quella maledetta maniglia e uscire di casa, per togliere la parrucca indossata fin dall’inizio dello spettacolo e toccare di nuovo i propri capelli, per far vedere al pubblico che la vera Nora forse non è quella che ha visto fino a questo momento.

Scegliere di seguire quest’intuizione significa avere la forza di rinunciare a tutto ciò che è sicuro per l’incertezza e l’ignoto, un coraggio che Nora non riesce a trovare: richiuderà quella porta, si rimetterà addosso dei capelli non suoi. La libertà rimarrà un desiderio, resterà semplicemente un fondale blu retroilluminato che contemporaneamente fende le due pareti della scenografia e ne rimane soffocato. Quel mare che ritorna sonoramente lungo tutto lo spettacolo, il mare di Capri che ha salvato la salute di Torvald, è un profumo troppo lontano, un possibile ma irraggiungibile esterno rispetto a questa casa e prigione, è il grande ignoto, l’apertura, la fuga, il “mal chiuso portone” di Montale da cui si scorge il giallo dei limoni.  La differenza tra allegria e felicità, schiavitù e libertà è una linea sottile e non sempre così riconoscibile: la gabbia d’oro, d’altronde, è bella e sicura per un uccellino – il nomignolo preferito di Torvald – che non sa di poter spiegare le ali e immergersi nel cielo.

Com’è:

Tanto la recitazione quanto la scenografia si mostrano a metà tra naturalismo ibseniano e deformazione onirica. L’entrata in scena dei personaggi coincide con un reale ingresso nell’appartamento, le relazioni si sviluppano con dialoghi che potremmo sentire in una casa qualunque, ma in alcuni momenti decisivi il realismo viene incrinato da un’atmosfera da vero e proprio film horror. Solo qui c’è un cambio dai normali e rassicuranti piazzati a delle illuminazioni oblique che proiettano ombre inquietanti, almeno quanto la presenza del procuratore Krogstad, che come un fantasma si aggira silenziosamente per quella che diventa una casa infestata: solo Nora lo può vedere e, ovviamente, il pubblico, che rimane straniato da questo efficace cambio di codice.

Le allucinazioni di una sempre più sconvolta Nora, non a caso abitano solo una parte della scena che, come lei, è spaccata a metà. La parete a sinistra è squadrata, realistica, con cassetti che si aprono e chiudono, mensole di legno, tavolo e sedia dipinti, come una normalissima casa dalle tonalità pastello e spersonalizzate: un grigio chiaro, un bianco panna, un marroncino insignificante. Una parete che ricorda una casetta di pan di zenzero, ricamata, precisa, dove ogni cosa ha il suo posto, anche i segreti: Nora conosce questa casa alla perfezione, e trova nella sua stessa prigione mille nascondigli dove mantenere la sua autonomia all’oscuro dal marito e forse da se stessa.

Una scelta registica davvero efficace, che ci mostra una Nora da sempre schiava inconsapevole, così da preparare solo gradualmente l’arrivo della coscienza della protagonista. La parete di destra dà invece tutta un’altra atmosfera: come l’immagine di uno specchio deformante, le assi di legno sono piegate da un peso invisibile, le finestre sono finte e storte, il pavimento è, da quel lato, pendente, quasi che la casa volesse trattenere dentro i suoi abitanti. È altrettanto interessante notare come l’attenzione ibseniana all’elemento della porta venga rielaborata dal regista: due sono le porte, come i livelli su cui è costruito l’intero spettacolo, quella sulla sinistra che conduce ad un appartamento ancora più interno alla casa, lo studio di Torvald, quella sulla destra, deformata, che si apre obliquamente all’esterno.

Perché vederlo:

Quegli spettacoli che ti lasciano la voglia di portare la storia cui si ha assistito con te forse sono quelli che hanno compiuto realmente la loro vocazione. La lunghezza dello spettacolo anziché risultare un peso è stato l’elemento che ha permesso lo srotolarsi del percorso interiore della protagonista con la calma richiesta dallo stesso drammaturgo, perché Nora non è una donna isterica: la sua decisione non è dettata da un raptus di follia. Grazie al rifiuto di questa istintività – una scelta controcorrente per la scena contemporanea – lo spettatore ha avuto il tempo di immedesimarsi  e affezionarsi alla vicenda, i cui nuclei pulsanti sono stati resi evidenti grazie ad una regia che ha saputo esaltare l’opera e non se stessa. Tutti gli aspetti di cui è composto lo spettacolo risultano omogenei e significanti, sapientemente rivolti verso lo stesso scopo di rendere normale e confortevole la prigione in cui Nora scopre di aver vissuto senza accorgersene. Uno spettacolo che, come un bravo prestigiatore, rivela solo lentamente, fino al colpo di scena finale.

Casa di bambola
di Henrik Ibsen
Associazione Teatrale Pistoiese Centro di Produzione Teatrale
con il sostegno di Regione Toscana e Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo
con Valentina Sperlì, Roberto Valerio, Michele Nani, Massimo Grigò, Carlotta Viscovo
Adattamento e regia: Roberto Valerio
Scena: Giorgio Gori
Costumi: Lucia Mariani
Luci: Emiliano Pona
Tieffe Teatro Menotti, via Ciro Menotti, 11, Milano

A cura di Miriam Gaudio

Commenti su Facebook
SHARE