Boombox meets…Le Capre a Sonagli

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Capre a sonagli

Le Capre a Sonagli prendono vita con questo nome il 1° aprile 2011 con la presentazione dell’ep omonimo. Nell’ottobre 2012, Le Capre a Sonagli pubblicano il loro primo full lenght, SAdiCAPRA. Dopo IL FAUNO (2015), disco evocativo e sporco, tra blues incatramati e lo-fi, tornano sulla scena indie italiana con un nuovo lavoro, Cannibale.

Svelateci subito una cosa, come fate a raccapezzarvi nel vostro flusso creativo? L’inventiva e l’originalità che traspare dal vostro nuovo album Cannibale lascia intendere che voi siate un’enorme fucina di idea e sperimentazioni.

In realtà, la cosa bella, è che a noi viene normale così, tant’è che a volte ci facciamo la domanda contraria “quanto sarebbe difficile fare cose un po’ più semplici?”. Tutto parte dal fatto che noi siamo super curiosi, non tanto dai suoni prodotti dagli strumenti standard, ma dai suoni in generale. Per fare un esempio: siamo in saletta, qualcuno si siede su di uno sgabello che cigola e rimaniamo colpiti dal suono, così decidiamo di immagazzinarlo nei nostri cassetti della memoria per poi recuperarlo quando cerchiamo delle suggestioni per un brano. Per dirvene altri, abbiamo usato: seghe circolari, bottiglie mezze piene di acqua o carta accartocciata. Siamo lucidamente allucinati. Siamo molto seri quando componiamo, ma ci lasciamo andare a delle suggestioni che ci auto-alimentiamo a vicenda ed è lì che si crea il flusso creativo.

Capita spesso che durante la scrittura di un album dobbiate scartare delle intuizioni? Qual è il discrimine che vi fa dire “questo lo registriamo e questo no”?

Capita spesso, perché comunque quando ci lasciamo andare alla nostra fantasia nella composizione dei brani possiamo registrare subito e capire se il suono che abbiamo scelto si sposa bene o no con il nostro lavoro. Nel caso, lo sostituiamo con qualcosa che ci ricorda l’atmosfera che abbiamo in mente. Si tratta di un vero e proprio fai e disfa.

Per i vostri album (i precedenti sono Sadicapra e Il Fauno ndr) utilizzate sempre titoli molti corti, ma che portano dento una pluralità di messaggi. Cosa comunica la parola Cannibale in questo ultimo vostro lavoro?

Il titolo è come quando ti laurei e devi dare il titolo alla tua tesi, prima la scrivi tutta e poi trovi una parola o un insieme di parole che cercano di far chiudere il cerchio al progetto che hai creato. Cannibale è anzittutto il protagonista delle nuove storie che raccontiamo nei nostri brani, ma siccome l’album è partito come un progetto sonoro con ritmiche di batteria tribali e come un progetto grafico che ricorda la tribalità e la carnalità, questa era la nostra parola per chiudere il cerchio.

Rimanendo agli album, le vostre copertine sono sempre fighissime, già graficamente si può assaporare chi siano i Le Capre a Sonagli. Qual è il vostro approccio a questa parte grafica, e non musicale, del vostro lavoro?

Ci teniamo particolarmente. Per i primi due album la copertina è stata realizzata da noi, decidendone pure il materiale e la tipologia di stampa. Erano due serigrafie su cartone. Il Fauno ricorda al tatto il sughero, per dire, da tanto che ci abbiamo lavorato per curare anche l’aspetto sensoriale. Cannibale invece l’abbiamo supervisionato, demandando il lavoro ad una persona fidata, che è Stefano Bonora, il quale si è occupato di tutto il progetto grafico. Per noi è importantissimo mettere la testa anche su questo elemento del nostro lavoro, per il fatto che alla fine la tua musica va a finire su di un supporto fisico. Per noi, l’aspetto sensoriale, prendere il CD in mano e che questo trasmetta qualcosa anche al tatto, è molto importante.

Osio Sopra, le montagne, le valli, gli Orbi… cosa rende l’ispirazione de Le Capre a Sonagli così tribale?

Le ispirazioni sono varie. Siamo quattro musicisti, ciascuno con i suoi ascolti e le sue preferenze musicali. Siamo molto curiosi anche da questo punto di vista, ascoltiamo di tutto. Noi diciamo sempre che è come se fossimo quattro spezie, diverse l’una dall’atra, che portano ciò da cui sono ispirate in quel momento, lo mettono in uno shaker e il risultato, in questo caso, è stato Cannibale. Per questo album siamo voluti partire dalla batteria, quindi dalla ritmica, per scrivere i pezzi. Prima era più un flusso che proveniva da altre suggestioni o da altri strumenti. Nel nostro ultimo lavoro ci siamo detti “partiamo dai ritmi di batteria”, gli abbiamo sviluppati tutti assieme in saletta: il batterista suonava, consigliato da tutti gli altri. Fatta questa parte iniziavamo a lavorarci a “otto mani”, come diciamo noi, cercando di arricchire le tracce il più possibile con quello che ci veniva in mente, che proveniva dalle diverse ispirazioni di ognuno di noi e il risultato finale è quello che potete sentire. A riguardo dobbiamo ringraziare Tommaso Colliva, il produttore del nostro album, perché la sua sensibilità in fase di mixaggio non ha snaturato il nostro lavoro, anzi, ha enfatizzato ciò che ciascuno di noi ha portato al progetto.

A cura di Andrea Predieri

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