Calibro 35 @ Circolo Magnolia

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Dicesi ottima accoglienza: Ottone Pesante, o Come fare dell’ottimo Metal senza corde. Di gruppi che si dedicano a generi pesanti con strumenti a fiato ormai siamo abituati a vederne (Zu docet), ma solo con tromba, trombone e batteria? Vestiti da operai (come nel video del singolo Grindstone) giocano di loop, distorsioni e effetti mentre la batteria martella senza sosta da ritmi quasi free jazz a grindcore. Per chi crede che fuori dal jazz con la tromba si possano fare solo le cover di Bregovic questa è una buona sberla in faccia. Destabilizzanti e divertenti, assolutamente da tenere d’occhio.

Tutto intorno è solo nebbia ma il Magnolia è pieno. Mi accorgo che al concerto dei Calibro ci sono tutti: giovani, hipster, vecchi e bambini. Luci basse, un discorso tratto da chissà quale pellicola cinematografica annuncia che stiamo per lasciare il pianeta.
Piccolo preambolo: c’è stato un periodo in cui la maggior parte dei registi di film polizieschi ha tentato la fortuna nei nuovi mondi che lo zio Sam stava già sperimentando da tempo: la fantascienza. S.P.A.C.E., l’ultimo lavoro dei Calibro 35, segue questa strada. Dimenticatevi l’etichetta di “quelli delle sigle poliziesche” perché quello che propongono non sono più degli inseguimenti tra le strade trafficate della Milano che odia. Non più auto della polizia ma astronavi e Milano è solo un piccolissimo puntino dallo spazio.

An Asteroid Called Death e si parte: “Ladies and Gentleman, we’re floating in space.”

I Calibro sono una macchina da guerra. Non perdono un colpo, non una nota fuori posto. Non dicono una parola se non per ringraziare la troupe e i due terzi degli Ottone Pesante che partecipano saltuariamente al live, dando man forte al flauto traverso e ai vari sax di Enrico Gabrielli.

Non c’è nulla da fare, sono uno di quei gruppi che fino a quando non muoverai il culo per andare a sentirli non potrai mai capire e apprezzare la vera portata della loro musica. Chiaro, anche a casa si possono apprezzare benissimo le loro doti musicali o nel videomaking (ogni loro singolo diventa un cortometraggio sempre degno di nota, vedi l’ultimo Bandits On Mars), ma è proprio nel live dove si spigiona la loro vera essenza. L’hic et nunc diventa indispensabile ed è evidente dal fatto che nonostante l’assenza della voce, che tendenzialmente facilita l’ascolto, non risultano mai pesanti, pur facendo un genere che alle lunghe potrebbe tranquillamente diventare ripetitivo.

Lasciano parlare la musica. Polistrumentisti e tecnici, a dir poco impeccabili, ma allo stesso tempo non distaccati dal pubblico, che senza iPhone al cielo ammira. Martellotta e Gabrielli, uno di fronte all’altro, sembrano duellare. La batteria di Rondanini, che tra le altre cose collabora con gli Afterhours dopo l’uscita di Giorgio Prette, macina chilometri senza batter ciglio, che ti chiedi come faccia. Un metronomo, dritto e costante per un’ora e mezza di concerto. Cavina da parte sua non è da meno, non ti fa rimpiangere gli Zeus.
Peccato per la voce che si sente poco, mi fa notare un mio vicino.

Un minuto di pausa e arrivano i classiconi, quelli che balli anche se il vicino ti guarda male. Ma non è questa la fine perché il pubblico non è sazio e allora ancora fuori con una Stainless Steel che anche Tom Morello si toglierebbe il cappellino.

Tutti a casa, i Calibro sono tornati.

A cura di Giovanni Pedersini

 

 

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