BOCCIATI SUL CAMPO: SPIACENTI, NUMERO DEL TRIPLETE NON RAGGIUNGIBILE

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A cura di Stefano Francescato
Il caldo fa stramazzare tutti, sportivi compresi. Non c’è più nulla da vedere, dopo la finale di Champions si sprofonda in un vuoto cosmico estivo che inghiotte tutto, calcio, tennis, ciclismo, pallavolo… Tutti vanno in ferie, qualche dirigente FIFA non soffrirà l’afa perché sarà al fresco, mesi e mesi di lavoro sono finalmente ripagati da un meritato riposo. Ma noi, stoici come sempre, abbiamo guardato quel poco che si parava davanti ai nostri occhi e anche questa settimana abbiamo selezionato tutti quei moniti senza cui la vita non sarebbe completa. E lo abbiamo fatto da una sdraio. In spiaggia. Invidiosi, eh?
– Per perdere quattro finali consecutive ci vuole un impegno non indifferente. Soprattutto alla luce del fatto che il Barcellona ha fatto tre su tre, sia come finali vinte in 10 anni sia come trofei in saccoccia quest’anno. Si scherza, ma sabato sera, nonostante un Suarez intristito dall’assenza del suo stuzzichino serale, la Juve non ha brillato: Tevez aveva lasciato la grinta a Torino, Morata pure ma almeno realizza il classico gol di rapina da Playstation, l’unico a salvare la baracca è stato un certo portiere, che in quello stadio ci aveva vinto un Mondiale con la parata più bella della sua carriera. Troppo forti, troppo agili, troppo belli (tranne Messi e il suo look sbarazzino). Ma una buona notizia c’è: si è liberato un posto di lavoro, quello di quel tale alla Cisalfa a cui è venuto in mente di vendere le magliette del Triplete.
– Mai pronunciare una promessa che non puoi mantenere. “Io al Milan? Mai”, cit. Sinisa Mihajlovic, oggi allenatore del Milan. L’Italia è un Paese bellissimo, in cui le parole contano meno di niente e succede che un ex interista, che ha portato la Sampdoria in Europa (forse) si trovi a dover rimangiarsi le parole al miele di cinque anni prima. Ma il Milan fornisce molti acrobati della parola ornata, da Allegri che inveiva contro la Juve dopo il gol di Muntari a Cerci, tornato a testa bassa nel “calcio che non conta niente” per poi ripartirne altrettanto scornato. Se aggiungete che il presidente di professione fa il politico…
– Pensavate che quel figone di Federer fosse l’unico tennista svizzero? Sbagliato. Esiste anche un certo Stanislas Wawrinka, già vincitore a Wimbledon l’anno scorso, che è riuscito a battere Djokovic in finale, cosa che Rogerone cerca di fare da centotrentasette anni. La fortuna del principiante porta il Roland Garros di nuovo in Svizzera, a casa di un possibile astro nascente del tennis mondiale (a 30 anni non tanto nascente…). E che non si ripeta quello che è successo a Wimbledon l’anno scorso, dove il trofeo finì a un perfetto sconosciuto (Cilic chi?), che ne aveva battuto un altro altrettanto oscuro (Nishikori chi?). Ma il problema di Stan è: con quante w si scrive il suo cognome?

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