A cura di Eleonora Musicco e Francesca Maria Montanari

James Bradburne, neo direttore della Pinacoteca di Brera ed ex direttore della Fondazione Palazzo Strozzi a Firenze, non ha bisogno di ulteriori presentazioni. Il suo lunghissimo curriculum ha fatto il giro del Bel Paese non appena è stato posto a capo di quella che è una delle istituzioni culturali più importanti di Milano. Noi di Vox fremevamo dalla voglia di fargli qualche domanda e lui, disponibilissimo a parlare con i giovani della sua nuova città, ci ha accolti. Ci siamo presentati con moltissimi interrogativi ma lui ci ha completamente spiazzate in un dialogo completamente spontaneo. Ecco cosa ne è uscito…

F: Buongiorno, all’incirca tre anni fa è stata creata in università un’associazione culturale che si chiama Vox. Siamo nati come web magazine, ci occupiamo anche di gestire un canale youtube dove pubblichiamo interviste video e ci dedichiamo al panorama culturale milanese e non solo, sotto ogni punto di vista. La nostra redazione in particolare si chiama Art for Art’s Sake. Siamo qui per tentare di dialogare con lei sul quello che è il ruolo di questo luogo di Milano che è un’istituzione che sfortunatamente oggi per i giovani anche un po’ dimenticata… 

JB: ….a parte i 4000 giovani che sono qui tutti i giorni, anche io ho scoperto che Brera è un’ istituzione dimenticata. Io non sono milanese, non sono neanche italiano, come voi sapete, però, arrivando qui, è vero che tutti hanno un affetto forte per Brera e per diverse parti di Brera. Abbiamo fatto recentemente, un paio di settimane fa, un sondaggio per capire che cosa pensano le persone quando dici loro: Brera. Abbiamo intervistato gli anziani, i giovani, gli studenti, i turisti e abbiamo trovato un interessante consenso sull’impatto del contesto fisico: il cortile è impressionante, è in centro a Milano, a due passi dalla scala, altri due passi dal Piccolo. Brera è nel cuore della città, perché ne rappresenta un’ eccellenza. Magari persone che non sono mai venute in una o altra parte sanno che, in Italia, Brera rappresenta forse la migliore, o sicuramente tra le prime tre collezioni dell’arte Italiana esistente, e che è sul palcoscenico internazionale. C’è un certo orgoglio di Brera perché rappresenta un’eccellenza tra le collezioni italiane.

Dall’altro lato è anche chiaro che è un po’ staccata, slegata dalla città perché, infatti, tutti vedono che è un po’ trascurata, un po’ triste ma, nonostante – come abbiamo detto – abbiamo qui 4000 giovani ogni giorno, il problema è che non abbracciano il progetto Brera! Non potete immaginare quanti pochi di loro vadano al piano di sopra a vedere la collezione! Abbiamo 4000 studenti che studiano l’arte, che saranno i prossimi artisti contemporanei e non vanno spesso su a vedere i grandi artisti contemporanei del passato. Questo è un punto da sottolineare. Quando siamo di fronte a un Caravaggio, un Raffaello, un Mantegna, magari un Veronese… ciascuno di loro potrebbe rappresentare uno stimolo incredibile per un giovane artista! Proprio oggi stavo parlando di Raffaello con la mia Vicedirettrice… Lui ha dipinto lo Sposalizio prima di compiere 30 anni! Era un giovane artista contemporaneo che era, sicuramente, a conoscenza dell’arte del passato…come è possibile che oggi non ciò non venga più tenuto in considerazione? La sfida è di ri-presentare, ri-proporre questa arte e di rimettere noi in grado di capire quanto fosse forte questa rivoluzione rappresentata da ciascuno di questi artisti contemporanei. “Perché?” – voi vi chiederete – Ma perché gli artisti contemporanei che adesso studiano, diciottenni, a trent’anni avranno, forse, la fama di un Picasso o di un Anselm Kiefer…tra duecento anni saranno i “vecchi maestri”. Quindi la contemporaneità è molto illusoria. Vogliamo sempre, cosa molto naturale, molto ovvia però, che le cose siano contemporanee. Questo è contemporaneo…No! L’arte non è contemporanea a parte nel momento della sua creazione. Siamo noi contemporanei. Dobbiamo noi assimilare questo. 

È come la musica. Voi siete troppo giovani adesso, ma vi garantisco che quando avrete quaranta, cinquant’anni, i brani dei vostri 18 anni avranno un potere fantastico e tutta questa orribile musica che vostra figlia ascolta non potrà mai raggiungere l’altezza della musica dei vostri tempi! Il problema è che ognuno a 18 anni in un momento diverso! Vediamolo nei termini dell’arte: si susseguono un elenco lunghissimo di “Jugend Still”, “Art Nouveau”, “Ars Nova”, arte moderna, contemporanea…è quasi Faustiano! Vogliamo fermare il tempo! E questo è normale, è umano, vogliamo mettere un’etichetta dappertutto pensando che saremo sempre belli e giovani! Il tempo questa è la cosa che rappresenta la ricchezza di una collezione come quella di Brera: mostra che il tempo è una realtà importante e ci permette di ri-capire la contemporaneità di ciascuno di questi artisti di ri-sperimentare la nostra contemporaneità. L’arte non è contemporanea! Era contemporanea quando Raffaello a 27 anni ha fatto lo Sposalizio! O Caravaggio! Facciamo un percorso: Andrea del Sarto, Rosso e Pontormo, l’allievo di Pontormo: Bronzino, l’allievo di Bronzino!…e poi, però, arriva Caravaggio. E mettere un Allori al fianco di un Caravaggio e vedere che Caravaggio ha distrutto tutte le regole! Lui era anche un ragazzaccio! Aveva una storia anche di dimensione molto contemporanea, nel senso che ha vissuto il suo tempo in maniera molto attiva.

Quindi io credo che la grande possibilità di Brera sia di riproporre queste opere, non a fianco di opere che oggi sono contemporanee, ma di riproporre questa arte come arte contemporanea! E questo ha un grande senso emozionale…come nei brani della vostra adolescenza! Dobbiamo lasciare che i quadri, ma i quadri di Raffaello al posto di Anselm Kiefer, entrino nei cuori! E questa è la sfida, l’unica sfida! Il problema è che è una grande sfida e che qui non abbiamo per niente la preparazione necessaria. Dobbiamo essere in grado, noi per primi a ricevere questo messaggio! Dobbiamo avere una minima preparazione! Perché lo Sposalizio è un’opera contemporanea? Perché ha dipinto cose che sono assolutamente paradossali, che hanno provocato dibattito e che erano viste come provocazione! Ma non possiamo più vederle perché non viviamo quel tempo!

Perché l’arte contemporanea è più facile da interpretare? Perché la maggior parte dei riferimenti sono già conosciuti! Siamo noi quella storia, la viviamo noi! Facciamo un esempio banale: ho fatto una mostra, vent’anni fa quasi, sul sangue come simbolo, e abbiamo esposto questa grande opera di Andrés Serrano: sangue e seme: due elementi insieme che, nell’ ’84, all’inizio del problema con l’AIDS, era una forte simbolo. 10 anni prima non avrebbe avuto alcun senso! Da questo quadro dobbiamo capire qualcosa…e se non capiamo non vediamo.

Adesso, stranamente, è più facile fare un’opera d’arte che cita il terrorismo, che cita il Bataclan perché sappiamo tutti, lo abbiamo vissuto! però quando Raffaello dipinge un giovane Giuseppe e la Vergine, non capiamo più che questo era difficile…perché Giuseppe doveva essere molto più anziano per garantire la verginità della Vergine, ma è ovvio! E lo stesso Rosso Fiorentino…lui ha fatto anche di più! Ha dipinto un Giuseppe giovane e bello che ti fa pensare: perché lui non era il padre del Bambino? È veramente una provocazione! Però non vediamo più…è sotto un “ah questa vecchia tavola…”. Anche Rosso Fiorentino è stato un grande ribelle ma anche un grande conservatore!

Quindi, io credo che – tornando sul tema – Brera abbia un posto molto privilegiato nel cuore di Milano come città e nei cuori dei milanesi, e nei cuori degli italiani. Fuori dall’Italia è meno conosciuta…ma comunque Brera ha un posto nel cuore di Milano…e anche la biblioteca Braidense, una delle più belle biblioteche del mondo! L’orto botanico, una meraviglia, e l’osservatorio! Brera è un posto magico che vive nel cuore e nell’immaginario di questa città. Lo scopo è di rimetterla nel cuore e rivalorizzarla e, come ho detto, ri-proporla come luogo contemporaneo, con l’arte contemporanea sopra (come ho detto) e l’arte contemporanea sotto, ovvero l’Accademia. I giovani che la abitano tutti i giorni e che saranno i futuri artisti contemporanei di domani devono poter riscoprire la magia di questo luogo fisico, e il visitatore deve poter essere reinserito nel cuore dell’esperienza!

E: Io ho studiato Brera, ho studiato la collezione e ho a che fare con molti dei dipinti che ci sono in Pinacoteca tutti i giorni o quasi. Mi chiedo se questo luogo non sia solo per “addetti ai lavori”, cioè lei dice: “per guardare Raffaello, qualcosa dobbiamo saperla” o no?

JB: Mah… “NI”…nel senso che così suona un po’ come la tradizione della curatela: l’arte parla per se stessa. E, di fatto, è vero, l’arte parla per se stessa: ci sono macchie di colore, ci sono figure…eccetera…parla per se stessa. Una bella Madonna con Bambino è una ragazza, giovane, con un bambino…bene. Io capisco! L’arte parla per se stessa.Però, quando io parlo con i miei amici cinesi loro chiedono: ma chi è la ragazza?

Però io sono più…non lo so…io mi aspetto di più. Io credo che l’arte possa parlare molto più fortemente se siamo preparati. E questo non vuol dire “per gli addetti” soltanto, ma vuol dire “aiutami a capire che Guanyin (divinità buddhista cinese) ha mille braccia per abbracciare perché rappresenta la compassione”, perché non solo la testa, ma anche il cuore ha bisogno di comprendere! In giapponese il carattere tradizionale per “cuore” rappresenta sia mente che cuore, l’esperienza che lega la nostra spiritualità di cuore e di testa. Quindi io credo che siamo obbligati, ed è necessario, preparare le persone ad entrare in un luogo d’arte e, come stavo dicendo, è più facile per l’arte contemporanea perché sappiamo già tutto! Nessuno deve citare le cose! Io non devo spiegarmi quando vedo le sette torri di Anselm Kiefer! Abbiamo tutta la storia della seconda guerra mondiale, della Shoà, abbiamo tutto in testa! Quindi sembra che nessuno abbia bisogno di spiegazioni, tutto chiaro! Però tutto è chiaro nel momento della sua contemporaneità. Raffaello, nel suo tempo, era chiarissimo. Nessuno doveva spiegare che cosa fosse uno Sposalizio. Invece, i miei amici contemporanei, anche giovani, che non capiscono e non leggono i testi che hanno fornito questa iconografia, hanno bisogno di una preparazione!

Quindi per me non è una discussione elitaria, né di addetti, ma si tratta di dire “se vogliamo andare oltre alle macchie di colore e di personaggi (escludiamo il lato moderno, l’arte astratta) …scusate, a un certo punto, se non siamo preparati abbiamo soltanto macchie di colore ed io credo che l’artista avesse ben altre idee e non soltanto macchie!! Quindi, magari per voi un Jackson Pollock ha bisogno di più spiegazioni e chiarimenti!

Torno al tema museo. Se non prendiamo a cuore e sul serio il passaggio del tempo e la sua realtà (che è profondissima) si giunge all’inevitabile passaggio all’invisibilità delle cose che sembravano ovvie. Torniamo all’esempio della musica: per rendere contemporanei dei brani di vent’anni fa dobbiamo recuperarne il contesto.

Per esempio, quando sono stato direttore a Francoforte al Museo di Arte Applicata abbiamo aperto tutto un dipartimento sull’arte digitale. Il grande dilemma con il digitale, oltre il fatto che non è chiaro cosa sia la collezione, è che giocare sull’originale gioco sul computer senza la consolle del computer stesso vuol dire che non è possibile capire la gioia di questa esperienza. Immaginatevi tra cent’anni! Come possiamo spiegare, come storici, come possiamo riproporre l’esperienza, la passione degli anni ’80? Ciascuno con il suo computer, era tutto nuovo! O lasciamo perdere – non abbiamo bisogno di portare tutto avanti – oppure facciamo un museo. Ok, io vorrei riproporre ad un ragazzo che è nato nel 2080 l’esperienza di vita prima dell’era di internet e dei social network! Quindi, è lo stesso con l’arte! non dipende dal punto in cui cominciamo, io posso parlare dell’ars nova o di Guillaume de Machaut nel 1300. Ars Nova, nuova musica…era come la differenza tra the Rolling Stones e i Sex Pistols. Era uno shock! Adesso sembra tutto molto medievale e infatti dobbiamo riproporla, dobbiamo fare intrattenimento, ma lo dico per voi! Per me tra Rolling Stones Can’t get no satisfaction ed i Sex Pistols c’era una differenza enorme, invece per voi è passato. La vostra musica elettronica è totalmente diversa ed io non so come spiegarvela – per fortuna voi lo sapete fare! Però, se tra trent’anni sarete curatrici della musica della prima parte del 2000, voi avrete l’incarico di spiegare ai vostri figli perché quella musica aveva un tale impatto su di voi. E adesso stiamo parlando di un’arte dipinta cinquecento anni fa! Quindi non siamo noi contemporanei. La contemporaneità non esiste nella cosa stessa, esiste in noi. Quindi non è un argomento da addetti ma bisogna riportare i vostri nipoti a riappropriarsi della contemporaneità.

E: Capisco. Stiamo cercando di dire: “quello che vedi può centrare con te, anche se è arte del passato può centrare con te oggi”.

JB: Assolutamente, ma come le letture. Se leggete Dante spero vi dica qualcosa! Parliamo di Art for Art’s sake. Se l’arte ha un’importanza, un ruolo nella nostra vita, noi dobbiamo sempre riappropriarcene, che sia scritto ieri o no. Parlando di letteratura, senza il filtro della bellezza per sé, la letteratura…leggiamo la letteratura di cinquecento anni fa anche con piacere, è più difficile capire perché il contesto è diverso però dobbiamo portare con noi tutto il nostro passato.

Faccio un esperimento di pensiero, thought experiment: tra 150 anni tutte le 7 miliardi di persone che abitano questo pianeta saranno morte. Non ci sarà una singola persona, mettendo a parte le tecnologie, ma diciamo non una sola persona. Qual è il nostro incarico? Portare pezzi del passato nel futuro tramite il racconto, tramite la letteratura, tramite le tracce perché le tracce senza persone non dicono niente! Quindi tutto è qui, tutti non dovrebbero ricordare tutto, però per tutto deve essere ricordato qualcosa. La nostra cultura è la somma della nostra attiva riappropriazione. Dobbiamo contaminare il nostro presente con le spore del passato finché non contaminiamo il futuro. Se queste spore muoiono, finiscono! Ci sono racconti che non esistono più, ci sono lingue che non esistono più, ci sono specie che non esistono più. Il nostro grande incarico, nella cultura, è di portare avanti il massimo e di ri-contaminare al massimo il futuro con il passato. E il tempo gioca in tutto questo un ruolo determinante.

E: ma perché ne vale la pena secondo lei?

JB: Vale la pena? Buona domanda, una bella domanda per Marinetti: distruggiamo e bruciamo i musei! È un argomento non solo di Marinetti, lo hanno fatto anche nella rivoluzione francese e infatti i musei sono nati, per convenzione, nel 1794 in cui il dibattito era: cosa facciamo con tutta questa “roba” che abbiamo preso da Luigi? Cosa facciamo? Buttiamo via, è il passato che non vogliamo più ricordare.

E: ed è abbastanza attuale come tema, visto che in diverse parti del mondo si distruggono monumenti, opere d’arte…

JB: Molto! Io mi ricordo che in uno dei dibattiti a proposito della CNAM (Conservatoire National des Arts et Métiers – ndr) Henri Grégoire ha detto: “questa è la chiave della crescita della Francia. Dobbiamo riappropriarci e mettere fine alla rivoluzione” e quindi il Louvre è nato come scuola aperta al pubblico, invece di essere una cosa chiusa, reale, per addetti. Era aperta per le persone che avevano il tempo, al pomeriggio, di andarci. Stiamo parlando, ovviamente, di una classe borghese ma, nonostante questo, l’intento era di non distruggere perché, se si fosse distrutto, niente si sarebbe potuto tramandare.

Io credo che l’arte, a un certo punto, abbia un valore intrinseco però può essere misurato in qualità di emozione e comunicazione che proviamo: nessuno viene in un museo per guardare un quadro, andiamo al museo per parlare del nostro sguardo sui quadri. La cosa che conta è che discutiamo a proposito di un’opera d’arte e, a parte gli addetti che sono talmente preparati che non hanno bisogno di nessuno, le normali persone che vanno in un museo ci vanno per esplorare, per utilizzare l’arte. Questo è fatto tramite conversazione, interrogazione…con il tuo ragazzo, con la scuola, con i genitori, con il nonno e la nonna. Sappiamo da ricerche longitudinali, in cui le persone sopra i 30 anni sono intervistate ogni cinque anni, che la visita in un museo veramente lascia traccia profondissima non soltanto per quanto riguarda il contenuto ma anche sulle emozioni, le emozioni soprattutto in relazione ad un altro essere umano. Sai quante volte capita, a tutti e nelle più diverse fasi della vita: per esempio io ho un’amica che si ricorda del suo primo bacio in un museo! Certo oltre a questo lei si ricorda pure del quadro: esiste un legame indissolubile tra emozione, arte e cultura, un legame che dovrebbe essere indissolubile!

Secondo me vale la pena fare tutto questo lavoro, creare questo momento in cui le persone si riappropriano, con l’emozione, di tutto il nostro passato. E siamo tutti diversi! Ci sono persone che sanno guardare bene, e queste vengono per i quadri, e ci sono persone che piangono quando leggono le poesie di Montale…va bene anche questo! Dobbiamo sempre legare la nostra vita con l’emozione della cultura e le tracce che ci hanno lasciato i grandi artisti, che siano scrittori, artisti visivi, che siano musicisti, che siano matematici – ci sono persone che si commuovono quando incontrano la purezza e la bellezza della matematica – non importa!

Il fatto è che, come essere umano, io credo che la cultura ci porti avanti e noi dobbiamo creare un contesto in cui questo sia facilitato. Quando io vedo una galleria in cui non ci sono le didascalie, in cui i quadri sono sotto illuminati, in cui non c’è alcun luogo dove sedersi, in cui c’è troppo rumore…ecco sono tutti ostacoli per la mia preparazione a ricevere tutto ciò che l’arte ha da darmi. Non dobbiamo toccare la collezione, è la collezione più bella del mondo e la biblioteca anche. Dobbiamo però creare un contesto in cui tutti possano essere pronti, rispettati, non utilizzando le parole degli addetti, non escludendo ma includendo sempre, perché non tutti vengono con una preparazione simile. Il problema della maggior parte degli scritti in un museo è che sono scritti per gli addetti, in un linguaggio opaco Quindi non è una cosa di intelligenza né di formazione. Il rispetto sta nell’aprire le porte a tutti, con diversi linguaggi! Ovviamente, non possiamo scrivere lo stesso per tutti ma dobbiamo immaginarci che tutti hanno il diritto di appropriarsi di questa arte, dal bambino all’adulto…magari non sanno chi è Bronzino: non vuol dire che sono stupidi ma che non è il loro campo!

Abbiamo riservato un’ultima domanda a Mr. Bradburne legata al mondo dell’università e della cultura. Per scoprire cosa ci ha risposto…stay tuned!

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