Boombox meets…The Citizen

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Intervista @ The Citizen

 

Perugia non è solo una bella città a misura d’uomo del centro Italia, che offre vino e salumi a volontà, ma è anche il capoluogo di band emergenti che vanno la pena di essere ascoltate. Una di queste sono i THE CITIZEN: Francesco Ciaccarini (chitarra e voce), Filippo Catana (basso e cori), Giulia Sciosci (chitarra e cori) e Riccardo Castelliti (batteria). Abbiamo incontrato Francesco per saperne di più.


1. Se doveste definirvi in pochi minuti, come vi presentereste?

Ciao a tutti, noi siamo i The Citizen una band indie/brit-rock formata a Perugia 4 anni fa. Il nostro genere musicale si rifà alla musica rock britannica degli anni ’90 e 2000. 

  1. Come è nata l’idea di creare il gruppo e da chi?

Prima di questa formazione, il gruppo aveva un nome e un assetto diversi. Quando il cantante all’epoca lasciò, ci vedemmo insieme davanti ad una birra io, Giulia e Filippo e decidemmo di farmi passare da batterista a voce solista/chitarrista e di cercare un nuovo batterista, visto che non è facile trovare un frontman che capisse bene quelle che erano le nostre idee. Oltretutto noi 3 ci trovavamo molto bene insieme, anche al di fuori della vita musicale, e un frontman “esterno” avrebbe un po’ snaturato il gruppo.

Avevamo trovato un batterista che per divergenze artistiche ha deciso di abbandonare il progetto ad Agosto 2017, ma fortunatamente già ad ottobre provavamo con Riccardo, che in poco tempo ci ha convinto e ha portato tante ottime idee e miglioramenti.

  1. Come mai vi chiamate proprio THE CITIZEN?

Per il nome vennero fatte varie proposte e impiegammo un po’ di tempo per sceglierlo, alla fine abbiamo scelto quella di Giulia, ovvero “The Citizen”, perché ci piaceva come suonava, era semplice da ricordare ed era affine al nostro stile.

  1. Il vostro album si chiama Spotlight, perché la scelta di questo nome?

Il nome è stato scelto perché, per la preparazione di questo album, abbiamo passato dei mesi abbastanza intensi: shooting fotografici, preparazione di grafiche e un crowdfunding per raccogliere i soldi necessari al fine di registrare il nostro primo CD. Inoltre abbiamo avuto contatti con molte persone e abbiamo iniziato ad usare i social in maniera più consona. Insomma, ci è sembrato un passo importante verso un possibile sbocco professionale della band e ci siamo sentiti sotto i “riflettori”. 

  1. Dove avete inciso l’album?

L’album verrà inciso questo aprile presso gli Urban Recording Studio, qui a Perugia, con cui siamo in contatto da diverso tempo e con i quali abbiamo già registrato alcuni brani in versione acustica, disponibili nella versione Deluxe di Spotlight. Siamo felici di registrare con loro perché hanno dimostrato da subito un forte attaccamento al progetto

  1. Ascoltando l’album sul vostro canale Youtube, mi sembrava di scorgere qualche matrice che si rifà ai Muse, agli Oasis.. Che influenze avete?

Nel canale YouTube abbiamo caricato “Bigger Plans“: un EP registrato a Dicembre 2016, con 5 brani che verranno riproposti nel CD , registrandoli stavolta in maniera più accurata e professionale. Il genere che abbiamo sviluppato in realtà è un mix fra i gusti musicali di tutti e 4 i membri della band, si può dire comunque che le influenze più grandi vengono dal rock britannico: Arctic Monkeys, Oasis, Muse e via dicendo, che sono i gruppi grazie ai quali siamo diventati musicisti. 

  1. Da dove traete ispirazione per le vostre canzoni?

Il processo di creazione è molto “randomico”: dipende dalla vena artistica del momento, dalla situazione sentimentale e dalle esperienze che si hanno in quel periodo. L’ispirazione nasce semplicemente, non vi è modo di spiegarlo a parole, anche perché ogni artista ha un modo diverso. Io spesso mi faccio condizionare dai sentimenti che provo e cerco di suonare qualcosa che mi ricordi quella sensazione, ma questo vale per me e a comporre siamo in 4.

  1. Avete fatto qualche live? Dove? Cosa avete provato?

Sfortunatamente abbiamo suonato dal vivo meno di quanto avremmo voluto, perché è veramente difficile trovare dei locali che facciano suonare dei gruppi emergenti, tanto meno con inediti in lingua inglese. Abbiamo partecipato a dei contest qui a Perugia suonando sia al 110 Café, che all’Umbria che spacca, che all’Afterlife. Ci è capitato anche di suonare  a Terni in delle serate organizzate dai Busthard studios. Suonare dal vivo è sempre la prova del nove ed una grande emozione, scendere dal palco e sentire i complimenti della gente fa sempre piacere. Chi non suona, o non suona inediti forse non può capirlo. Nelle canzoni noi mettiamo una parte di noi stessi, raccontiamo le nostre esperienze e le portiamo a tutti sotto forma di musica. Vedere empatia nelle persone che ti ascoltano è sempre molto bello.

  1. Il vostro slogan è “Be Part Of The City”. Di quale città (anche in senso astratto) state parlando e quale sarebbe la vostra città ideale?

Lo slogan, come la maggior parte delle cose, è nato per caso. Volevamo creare una frase ad effetto e che fosse coinvolgente. La città menzionata potrebbe essere identificata come la comunità delle persone che ci seguono e che ci hanno sostenuto sia partecipando ai live, sia contribuendo al crowdfunding per la registrazione del CD! Quindi ecco la nostra città ideale: sarebbe quella formata dai nostri “Citizens”.

  1. Il vostro concerto ideale?

Penso che sia quello di tutti i musicisti, basta guardare qualche concerto in DVD             delle band menzionate.

Attrezzature professionali, un grande palco e tanta gente che canta, salta, urla e si emoziona grazie a qualcosa che hai fatto tu e tu soltanto. Già ora vediamo qualcuno dei “fan” più accaniti che ogni tanto canticchia una nostra canzone durante i concerti ed è una sensazione veramente unica (all’inizio forse anche strana, ma poi ti ci abitui e ne diventi dipendente).

  1. Vi definite una indie-rock e britpop band. Mi date una vostra definizione di indie? (visto che ormai è un termine abusato impropriamente)

Boh. Diamo questa definizione perché non sappiamo come definire il nostro genere. L’ indie che abbiamo conosciuto era il rock “senza impegno” e urbano dei primi 2000, mi vengono in mente alcuni concerti degli Arctic Monkeys, in locali grandi come un tinello, dove musicisti e spettatori devono fare a gomitate. Anche il nostro nome è un po’ indie in questo senso. 

  1. Come funziona il vostro processo creativo? Pensate prima alla musica e poi ai testi o viceversa? Mi raccontate come è nata una track dell’album?

Normalmente io o Giulia proponiamo una base musicale già strutturata o con un accenno di struttura. Questa viene registrata, fatta sentire ed elaborata al momento in modo da iniziare a prendere confidenza. Alla prova successiva si risuona e si prova insieme quello che si è provato a casa, per capire se c’è armonia fra gli strumenti. È capitato in alcune occasioni di partire anche dal testo, quindi dalla linea vocale e di adattare il tutto intorno ad essa.

Una delle storie più belle è quella inerente ad “NBK” una delle prime canzoni che è stata creata dal gruppo, arrivò Giulia dicendomi «ho fatto questo riff, lavoraci che non ho tempo». Mi fece sentire tutto, ci lavorai un po’, ma finita la struttura non avevo idea nè di che linea vocale nè di che testo mettere. Il problema era che avevo meno di 7 giorni per finire tutto e portarla live ad un contest, quindi decisi di scrivere un testo a caso almeno per suonarla alle prove, ma alla fine il testo rimase quello. Quindi se qualcuno ci chiedesse di cosa parla NBK, non sapremmo rispondere.

  1. Chi si occupa dei testi?

Non abbiamo uno scrittore unico, il più prolifico di solito è Filippo, ovvero il bassista, ma spesso anche io e Giulia scriviamo dei testi. Come per la creazione della musica, anche i testi dipendono molto da quello che si sta vivendo in quel periodo della propria vita per sfogarsi o per sviluppare un pensiero. 

  1. Come mai cantate solo in inglese? Avete in cantiere qualche canzone in italiano?

Il nostro stile è molto influenzato dal Brit-rock. Cantare in italiano con questo stile è pressoché impossibile. Ci abbiamo riflettuto molto, ma non ci siamo neanche mai sforzati di provare a creare qualcosa in italiano. È vero che, nell’attuale situazione musicale in Italia, è difficile sfondare se non si canta in italiano, ma l’inglese è molto più versatile, si adatta molto meglio al nostro stile e ti apre molte più porte nella musica internazionale. Il nostro sogno infatti è quello di poter suonare anche all’estero e magari trovare delle etichette estere che siano interessate al progetto.

  1. Com’è la dinamica della vostra band, vi capita mai di avere diversi punti di vista? Come vi gestite?

Dopo 4 anni che si suona insieme ci si inizia a capire ed è difficile ormai portare delle idee che si discostino molto dal genere del gruppo. Avere punti di vista diversi è all’ordine del giorno, ma quasi sempre si tratta di piccolezze che portano la canzone in una direzione rispetto che un’altra. Le modifiche comunque vengono sempre messe ai voti e vince la maggioranza. Si tende a cercare di ottenere un risultato che soddisfi e rappresenti tutti.

A cura di Elisa Zampini

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