BOOMBOX MEETS…NUOVA LINFA

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A cura di Alessandro Melioli

NuovaLinfa è un collettivo nato nel 2006 a Reggio Emilia, composto dal producer Siddharta (Alessandro Azzali) e dai due mc Madoux (Alberto Mazzieri) e Karafy (Davide Caraffi). Accomunati dalla passione per l’hip hop e da un’amicizia di lunga data, decidono di cimentarsi con la musica al termine degli studi superiori. Il primo demo è del 2008 ed è composto da 5 tracce; nel 2009 esce il primo disco da studio, Sample Attitude, registrato negli studi di Marcello Presi, chitarrista de Il Nucleo, e di Luca Pernici, produttore, tra gli altri, di Luciano Ligabue. In questo periodo iniziano anche i primi live nei locali della regione; da segnalare la loro perfomance a Bologna in apertura al concerto dei Videomind, gruppo formato da Clementino, Paura e Dj Tayone. Nel 2011 esce Duemilaundici, raccolta di pezzi degli anni precedenti con numerose collaborazioni con artisti della scena hip hop indipendente. Il grande impegno nella realtà underground rappresenta un motivo di vanto per questi artisti; numerosi sono i lavoro svolti, anche singolarmente, con colleghi italiani e non. Del beatmaker Siddharta ricordiamo Alessandro Magno, album di sole strumentali, e le numerose collaborazioni, in particolare con altri collettivi e con giovani rapper della realtà locale; Karafy invece pubblica nel dicembre 2014 Rasputin, un EP di 8 tracce frutto di un lavoro personale. A distanza di tre anni dall’ultimo lavoro collettivo, i NuovaLinfa sono tornati con un nuovo album, Talk About It, uscito il 9 febbraio. Noi di Boombox abbiamo avuto il privilegio di poterli intervistare alla presentazione ufficiale del disco.

Come nasce il nome Nuova Linfa?

“Abbiamo scelto il nome NuovaLinfa perché sentivamo di poter portare un apporto nuovo sulla scena hip hop, dato che eravamo una realtà nuova. Il gruppo voleva essere una novità prima di tutto per noi, ma al tempo stesso volevamo essere nuova linfa per tutto il movimento. Cercavamo poi un nome che stesse bene con le nostre caratteristiche e inclinazioni e che suonasse bene fin da subito. Tutti quelli che si mettono a fare qualcosa all’inizio hanno il problema di scegliere un nome: noi siamo sempre stati NuovaLinfa.”

Quali sono le vostre influenze musicali?

Siddharta: “Per fare beat serve avere la conoscenza, l’attitudine e la passione in altri generi, oltre al rap. Mi piace molto il soul che va dagli anni ‘50 a fine anni ‘60 e spingo sempre molto nella ricerca di sample di quel tipo. Ci sono alcuni produttori che mi hanno dato molta ispirazione: Apollo Brown, per l’ultimo album, o un grande classico come J Dilla. Cerco sempre dischi nuovi, anche del passato, e di non fissarmi con un genere. È difficile però che mi faccia contaminare dall’hip hop o da artisti rap americani o italiani.”

Karafy: “Ascolto soprattutto rap. Mi piace anche il cantautorato italiano: adesso ascolto molto Paolo Conte, ho ascoltato tanto Gaber, da ragazzino Guccini e De Gregori.”

Madoux: “Sono sempre stato molto focalizzato sull’hip hop, sia vecchio che nuovo, degli anni ‘90 e degli anni 2000. Inoltre mi piace molto ascoltare i nuovi artisti della scena per capire quali sono le nuove tendenze, per prendere ispirazione, per capire dove si è arrivati o anche solo per curiosità.”

Parlateci di Talk About It. Come è stata la realizzazione e quali sono le aspettative?

“È l’album della maturità, è il manifesto dei NuovaLinfa. È un album potente e d’impatto. Abbiamo impiegato tre anni per realizzarlo, durante i quali ci siamo presi i nostri tempi per scrivere i testi e per scegliere i beat. Noi però non facciamo musica di mestiere. In realtà tre anni non sono tanti, dal momento che facciamo tutto noi: dalla comunicazione, alle produzioni, alle liriche o a trovare i live. Il concept lo sapevamo già tre anni fa, dopo l’uscita di Duemilaundici. In questi anni abbiamo perfezionato il lavoro già fatto, dato che questo album voleva essere uno stacco rispetto agli altri lavori. Il disco, in linea di massima, era già pronto un anno fa e abbiamo deciso di farlo uscire adesso per non indugiare troppo a lungo, altrimenti si perde tempo nel cercare sempre le imperfezioni. Se si indugia troppo, infatti, si rischia di dover fare lavori che vorresti già cambiare dopo poco tempo. Notiamo una grossa crescita rispetto ai lavori precedenti, abbiamo più esperienza nel mondo hip hop e siamo anche più maturi come età. Nella realizzazione dell’album abbiamo collaborato con quattro artisti americani: Fresh Daily, Senor Kaos, Miles Bonny e Reks. I provini e le produzioni le abbiamo fatto in studio da noi, le voci le abbiamo ri-registrate da Malosmokies degli SPNS, poi ci siamo spostati a Milano da Night Skinny dove abbiamo mixato e masterizzato l’album. Volevamo fare qualcosa di qualità, dato che ormai chiunque può fare i beat in casa. La differenza la fa la qualità e l’unico modo era cercare di andare da uno che sapeva dove mettere le mani; Night Skinny, nel suo ambito, è il migliore in Italia. Il riscontro è già positivo soprattutto all’interno dell’ambiente. L’album rappresenta noi e il percorso che abbiamo fatto in questi ultimi anni ed è un prodotto di cui siamo fieri di portare fuori.”

Qual è stata la vostra esperienza coi live? È vero a vostro avviso che in Italia la musica live non funziona? Inoltre diteci la vostra riguardo al mondo hip hop indipendente.  

“Inizialmente suonavano nei locali della zona e nelle varie feste dell’unità. Il primo vero concerto è stato nel 2009 al Maffia, storico club underground. Qui venivano organizzate due serate hip hop al mese nelle quali potevamo farci conoscere. Siamo stati fortunati perché prima del 2010 trovavamo un po’ di spazio a suonare dato che non c’era crisi e c’erano tanti locali e tante situazioni nelle quali esibirsi. C’erano molto spazio per i giovani emergenti. Fare rap da lì in poi è stato più complesso; se ti fai un nome riesci comunque a suonare fuori dalla tua realtà. Sul discorso dei locali e della scena live riteniamo che i locali siano quelli che fanno andare il genere zoppicando. In Italia c’è una mentalità per cui pare che il locale ti faccia un favore a chiamarti a suonare; se non ti va bene c’è sempre un’altra band pronta ad essere chiamata a meno. È una gara al ribasso. In altri paesi dove la musica undergruound va forte, quali Germania, Inghilterra e Stati Uniti, sono i locali stessi che ti chiamano perché chiamando te il loro locale migliora, cresce, ha appeal e viene più gente. Essendoci più gente ti pagano; il pagamento è una conseguenza e non è mai in dubbio. In Italia il pagamento spesso è un problema, è una fatica. Quando si chiama una band un minimo rimborso va dato, anche solo per la benzina; è un principio basilare. Per quanto riguarda la realtà hip hop indipendente, riteniamo che ci sia tanto materiale; molto sono riusciti a fare dei passi importanti e firmare con etichette grosse. Da 4/5 anni l’hip hop in Italia sta andando e ne traggono benefici tutti. Nell’indipendente ci sono tante buone situazioni, purtroppo lo spazio è ancora limitato.”

Per saperne di pù:
www.nuovalinfa.it
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