Sindrome di Tôret è il nuovo album del rapper torinese Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, che si definisce “nichilista, torinese e disoccupato perché dire cantautore fa subito festa dell’unità e dire rapper fa subito bimbominkia”.
L’ultimo lavoro vede le produzioni di Kavah e Frank Sativa, con la tradizionale collaborazione di tutta l’orchestra sabauda di Willie e i featuring con Dutch Nazari, Jolly Mare, Roi Paci e il comico Giorgio Montanini.
È un disco molto diverso da tutti i suoi lavori precedenti: siamo andati a farcelo spiegare dal vivo alla Mondadori in Duomo, in occasione del primo instore a Milano.
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Spiegaci il titolo dell’album.

Lo sapete cos’è un torèt? L’idea nasce dal fatto che il disco affronta il tema della libertà d’espressione nelle sue forme variegate, nelle sue contraddizioni, nell’uso che ne facciamo. Per questo motivo ho preso spunto dalla Sindrome di Tourette, a causa della quale le persone che ne sono affette spesso non riescono a controllare ciò che dicono, hanno tic fisici e verbali, dicono cose che spesso li mettono in imbarazzo: parliamo, in qualche modo, di una specie di incontinenza verbale.
Poi ho aggiunto il gioco di parole sul torèt, che è la fontanella tipica di Torino con il toro che sputa l’acqua.

Cosa ti proponevi quando hai iniziato a scrivere Sindrome di Tôret e come ti sembra il risultato ottenuto? Sei soddisfatto? Ti trovi cambiato rispetto ai lavori precedenti?

Sicuramente sì, sono cambiato, ma perché è passato del tempo dal disco precedente, che era collocato in un momento preciso della mia vita. In Educazione Sabauda raccontavo di un periodo della mia vita limitato nel tempo, di circa un anno e mezzo. In questo album, invece, c’è stato un cambiamento di approccio sia da parte mia sia da tutti coloro che hanno lavorato con me: abbiamo voluto scrivere un disco diverso, partendo dal tema centrale, un disco che affrontasse il problema dell’uso e abuso della libertà di espressione. Si è tutti quasi costretti a esprimere un’opinione, anche quando non si è informati sul tema. Si parla di informazione e disinformazione, certa stampa, come Libero e Il Giornale, ne approfitta per fare titoli imbarazzanti. Con la nascita e l’uso delle nuove tecnologie inoltre si sono diffuse le fake news e si sono create nuove forme di espressione.
Quindi in realtà questo disco è partito da un’idea tematica oltre che musicale: volevamo fare un disco suonato in una certa maniera e che avesse un certo tipo di coerenza musicale rispetto a quello precedente.

Le produzioni sono di Frank Sativa e Kavah. Come funziona la creazione e la scelta della base finale per il pezzo? Lavorate insieme oppure se ne occupano loro e poi tu scegli?

Dipende. Con Frank spesso ci troviamo in studio con i musicisti stessi; alcuni brani nascono da un’idea mia, per esempio con C’hai ragione tu sono arrivato in studio con il riff di basso, che ho composto io. Portapalazzo è nata da una mia idea melodica, poi sono arrivato in studio e abbiamo composto.
Con Kavah, invece, lavoriamo diversamente: io gli dico cosa vorrei, gli do dei riferimenti, lui mi manda la base e poi la riarrangiamo con i musicisti.
Non è sempre un percorso lineare, dipende dal pezzo, dal momento.
Non ti so dire bene, perché è la prima volta che lavoro a un disco in questo modo, quindi è una novità anche per me.

Spesso hai detto che i tuoi testi parlano di te, delle tue emozioni e delle tue sensazioni. A livello artistico e anche letterario ci sono riferimenti particolari in questo album?

Nell’ultimo album ci sono molti riferimenti diretti a diverse forme artistiche che mi hanno influenzato e a cui mi sono avvicinato nel tempo, tipo lo stand-up comedy e la satira, che sono due dei fili conduttori del disco.

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C’è Louis C.K.

C’è Louis C.K. nel pezzo C’hai ragione tu, dove nell’ultima strofa riprendo in rima proprio un suo monologo.
Anche a livello musicale, ho voluto riprendere alcuni autori di musica italiana del passato che in qualche modo mi hanno influenzato e che, secondo me, sono presenti anche nella musica di oggi: Battisti, Gaber, Bruno Martino e Vinicio Capossela.

C’è un pezzo come Donna Bisestile, che è un esplicito rimando a Battisti con la frase “non dire no”.

Così come Vendesi è un chiaro riferimento a un tipo di musica più vicino al jazz italiano; Bruno Martino, per la precisione, è stato il primo a proporre un certo genere di jazz in Italia, possiamo dire che esiste uno standard Martino.
Rispetto all’album precedente gli spunti artistici sono diversi, non so se migliori o peggiori, ma senza dubbio diversi.

Nei tuoi live parli sempre di distinzione tra “amor sacro” con Willie Pooh di Educazione Sabauda e “amor profano” con Le Ragazze Del Peyote Ugly in Non è il mio genere, il genere umano. In Sindrome di Tôret c’è più amor sacro o amor profano?

Ci sono entrambi. Ottima Scusa si può dire che tratti più il tema dell’amor profano, mentre Le Chiavi in Borsa più l’amore sacro.  In realtà in entrambi i casi c’è il tema della comunicazione dentro.
In entrambi i pezzi si parla di cosa ti aspetti dall’altro, anche in un rapporto sentimentale. In Ottima scusa la frase portante del pezzo è “la gente starebbe un po’ meglio se capisse che cazzo vuole da sto cazzo di amore”, poiché a mio parere ci sono rapporti in cui ti aspetti molto dall’altro, l’amore non è così altruista in certi casi. Mentre ne Le Chiavi In Borsa c’è una ragazza che mi guarda negli occhi come se cercasse qualcosa da me, come se mi facesse domande a cui non rispondo, vuole trarre da me queste risposte, le va a cercare anche negli occhi senza dialogo, forzando la mano.

A tal proposito, in Willie Pooh scrivi di un uomo analfabeta sentimentale. Quanto di Willie Pooh, sentimentalmente parlando, c’è in Ottima Scusa?

Sono la stessa persona, perché in entrambi i casi ho affrontato quel tema di disincanto davanti all’amore. Però la differenza c’è: in realtà Ottima Scusa è anche un mio tentativo di restituire dignità ai rapporti che vengono definiti superficiali; al netto di relazioni che sembrano più solide, ma che sono basate sulla menzogna e sulla finta condivisione da parte di persone che stanno insieme da molto più tempo, io ho voluto restituire dignità ai rapporti occasionali, a quelle persone che incontri per caso, ma con cui c’è comunque una reale condivisione anche solo di qualche ora, c’è un reale scambio, non solo di fluidi.
A differenza di Willie Pooh, che era un discorso generico sull’amore, Ottima Scusa si riferisce di più a un determinato tipo di rapporti.

Secondo te cosa manca ai tuoi pezzi per finire in radio? È un tuo obiettivo o non ti interessa?

Non lo riterrei propriamente un obiettivo, altrimenti dovrei lavorare diversamente nella composizione, ma è ovvio che non disdegnerei.
Il paradosso è che secondo me non è che manca qualcosa per finire in radio, è che c’è troppo.
Metti Che Domani è stato pensato anche per questa esigenza, è molto radiofonica, ma per quanto sia radio friendly per la sua atmosfera, in realtà poi tratta un tema difficile, ci sono dei contenuti che in qualche modo possono toccare e infastidire gli ascoltatori e, ancor di più, le stesse emittenti radiofoniche.
Io ritengo che, come è normale che sia, se parliamo di radio generalista e di tv generalista, esse hanno contenuti appunto generalisti, che non scendono mai nelle pieghe di qualcosa.
È molto meglio parlare di amore in maniera leggera: accendi la radio perché vuoi compagnia, mentre lavori o sei in macchina, quindi non hai voglia di contenuti che facciano riflettere. Vuoi stare un po’ più leggero.
Come cantato, inoltre, c’è ancora molta strada da fare per arrivare al livello di quelli che in radio ci finiscono.

I tuoi tre album preferiti? I dischi che ti hanno sempre ispirato?

Sicuramente Turbe Giovanili di Fabri Fibra e Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not degli Arctic Monkeys; poi per un periodo c’è stato Nevermind dei Nirvana, ma col tempo mi sono avvicinato a un altro tipo di scrittura, quindi non lo inserirei più tra i miei album preferiti.
Probabilmente Malibu di Anderson Paak mi ha molto influenzato negli ultimi due anni.

Per quanto riguarda artisti contemporanei, c’è qualcuno che ti ha influenzato sia in Italia sia all’estero?

Malibu di Anderson Paak è un disco recente, poi Kendrick Lamar e J. Cole sono rapper da cui traggo molta ispirazione.
In Italia certamente di meno, non per supponenza, ma perché in realtà in Italia traggo ispirazione da Giorgio Montanini, dallo stand-up comedy, da forme d’arte diverse dalla musica. Nell’ultimo periodo ho riscoperto Gaber, ma non è così contemporaneo.
Ascolto tutta la musica italiana che esce: mi è piaciuto molto il disco di Coez, Dutch Nazari è uno dei miei artisti preferiti nonché un fratello, Calcutta, I Cani con Contessa, che secondo me è uno dei migliori autori che abbiamo oggi in Italia.
Li ascolto tutti perché ognuno di essi può darmi indirettamente qualcosa.

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Cosa ci puoi dire per quanto riguarda la città di Torino? Qual è la tua opinione rispetto a una città come Milano? Quale ritieni più stimolante a livello musicale?

Torino, soprattutto negli ultimi anni, si sta ravvivando sempre di più.
Tra i dischi che mi hanno più influenzato c’è il primo disco dei Subsonica, che rimanda all’attitudine torinese nel fare musica, che è un po’ diversa da quella milanese.
Milano è una città che offre molte più chance lavorative proprio nell’ambito musicale.
In questo momento Torino ha un altro approccio: per un ambiente un po’ più di nicchia come quello del jazz, per esempio, ultimamente ci sono molti eventi.
C’è fermento e c’è sempre stato, però è un po’ più sotterraneo e rispecchia il modo di vivere la città, è un po’ più “provinciale”, poiché Torino è un po’ più piccola e più chiusa, però è una città che, se ti sceglie come portavoce, poi ti porta davvero su un palmo di mano, come è successo con i Subsonica in passato.
Milano, avendo così tanta offerta ed essendo così grande, è più dispersiva. Il passaggio fondamentale è che qui sei molto più vicino alle major discografiche, quindi in qualche modo vieni ancora più influenzato, devi fare ciò che funziona in quell’ambiente lì. A Torino, invece, essendo più lontani, c’è più possibilità di movimento e più possibilità di sperimentare.

Hai subito un’ascesa dopo Educazione Sabauda. Ti ascolta molta più gente e sei addirittura andato in tv, come hai vissuto quest’ultimo anno e mezzo?

Cerco di vivere capovolgendo il punto di vista, cerco di imparare: si alza l’asticella, quindi devo diventare più bravo io.
Ho iniziato a prendere lezioni di canto, mi sono messo a studiare la musica in un altro modo, ad applicarmi a nuove forme di scrittura e di comunicazione.
Voglio migliorare io per primo.
Quando sono andato da Fazio, ero in ansia perché volevo essere all’altezza della situazione, dato che cerco sempre di non deludere.
Questo album è la naturale prosecuzione del precedente.

Rispetto al pezzo In Teoria, di qualche tempo fa, ti senti diverso?

In Teoria è stato il mio primo pezzo rap. L’ho scritto quando avevo diciannove anni, ora ne ho trentadue e potrei essere il padre di quella persona lì.
Mi rivedo e provo quasi tenerezza nell’ascoltare quella canzone, vorrei tornare indietro e abbracciare quel ragazzo, dirgli “Tranquillo, non sei così coglione, stai tranquillo!”.
Ora però sono totalmente un’altra persona: dall’epoca mi sono laureato, ho iniziato a fare un lavoro che non mi piaceva, mi sono licenziato, ho iniziato a fare rap. Sono completamente cambiato.
Quando ai concerti mi dicono “Fai In Teoria, che bel pezzo che era!”, io rispondo “L’ho scritto 20 fa, ma di che parliamo?!”.

Ai live, a mio parere inspiegabilmente, ti chiedono spesso perché non fai featuring con Caparezza.

Non apriamo questa parentesi (ride, ndr.). Davvero è uno dei migliori artisti che abbiamo nel panorama italiano, ma io con Caparezza non c’entro niente! Io non lo capisco: tutta la stima per Caparezza, ma sono due generi e due stili di scrittura completamente diversi. Proprio per quanto riguarda l’approccio musicale, tra me e Caparezza c’è tutta la musica italiana. Siamo due cose totalmente diverse.

Parlaci delle collaborazioni fatte, eventuali e impossibili.

Molta altra gente mi chiede perché non faccio featuring con Mezzosangue, ma cosa c’entriamo io e Mezzosangue? Bravissimo anche lui, è un fenomeno, ma non abbiamo niente in comune.
Con Rancore collaborerei, ma semplicemente perché abbiamo più cose in comune.
Anche con Claver Gold c’è molta stima reciproca, ma è un tipo di rap molto più verboso, lui mostra un’attitudine alla scrittura più tecnica rispetto a ciò che cerco di fare io.
Ah, poi c’è anche Murubutu, per come scrive è il miglior rapper che abbiamo in Italia, ma io e lui non abbiamo mai fatto un pezzo insieme nonostante ci vogliamo benissimo; non è che io sono andato da lui, gli ho chiesto di fare un pezzo e lui ha rifiutato, e nemmeno viceversa. Ho grande stima nei confronti di Murubutu, avrei voluto essere un suo alunno, è una persona splendida, ma ognuno fa il suo.
Non collaborerei con nessun rapper che non sia Dutch Nazari, gli altri li ascolto ma non mi va di forzare la mano.
In Educazione Sabauda c’erano Tormento ed Ensi, ma se per Ensi è stata una questione legata al territorio, a Torino, per Tormento, invece, era una sorta di tributo. Mi ricordo di quando a quindici anni ascoltavo i Sottotono e facevo la bocca storta per provare a imitare Tormento, lui è stato molto importante per la mia formazione.
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Ricco di riferimenti, percorso tematico forte e definito, cura nei dettagli e arrangiamenti coinvolgenti.
Sindrome di Tôret riconferma il Willie che conosciamo, con una maturità più forte ed idee ben precise. Probabilmente sarà difficile eguagliare lo stesso successo di Educazione Sabauda ma sicuramente è un album da ascoltare più volte, e quale occasione migliore del live il 17 novembre ai Magazzini Generali di Milano?!

A cura di Gigi Minerva e Cristina Morgese
Foto di Cristina Morgese ©

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