BOOMBOX MEETS…VINCENT BUTTER

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A cura di Valentina Aiuto

In occasione dell’arrivo a Milano del FolkFest, festival romano itinerante, Boombox ha intervistato alcuni degli artisti esibitisi durante la serata all’Arci Ohibò. Per cominciare la carrellata, ho deciso di pubblicare come prima intervista quella fatta ai Vincent Butter. A rispondere alle mie domande sono Paola Mirabella – degli Honeybird and The Birds – e Andrea Pulcini – dei Persian Pelican.

Chi è il fantomatico Vincent Butter?

Vincent Butter è un etnomusicologo che scopre che le canzoni che venivano trasmesse in radio e che erano prive di archiviazione rimanevano intrappolate nell’etere, tra le frequenze radiofoniche. A tal proposito inventa questa sorta di macchinario per archiviare queste canzoni e, negli anni, raccoglie una serie infinita di antologie, che poi però non riesce a pubblicare a causa della sua morte. Tutto questo materiale, a distanza di anni e anni, arriva nelle mani di due persone – cioè noi – che decidono di dar vita a tutta questa musica.

Come vi siete trovati a creare questo progetto, vista soprattutto la vostra provenienza da altre due band?

Sveliamo gli altarini: è nata da una sorta di avvicinamento di vita personale e poi dall’amore è scaturito l’amore di fare musica assieme. Passavamo molto tempo assieme anche a casa. Ognuno faceva il suo lavoro, quindi ognuno suonava le sue cose in cucina e, nel momento della digestione, abbiamo trovato degli spunti creativi per cominciare a fare delle nostre canzoni, che all’inizio erano solo piccole confetture molto melodiche, molto pop. Poi pian piano la cosa è cresciuta, ci siamo piaciuti a vicenda ed abbiamo deciso di registrare un ep e di portarlo in giro per farlo ascoltare a più pubblico possibile. E’ stato tutto molto tranquillo, senza grandi aspettative, la cosa è venuta fuori naturalmente.

Come nascono i vostri testi? Da cosa prendete spunto e come li elaborate?

I testi hanno origine di varia natura, spesso derivano da esperienze di vita, più spesso derivano da letture, film, spettacoli, citazioni. Crediamo che quando digerisci qualcosa – che sia cibo o un film -, quella cosa l’hai assimilata. Cerchiamo di essere il più ricettivi possibile e di centrifugare tutto all’interno di noi e poi dar vita a qualcosa di diverso, di nuovo, un po’ come facevano quelli della nouvelle vague, che prendevano degli elementi del cinema degli anni ’40-’50 per dar vita ad una nuova ondata. La tradizione a cui ci ispiriamo è principalmente quella cantautoriale folk statunitense oppure latino americana. Chiaramente a questa cosa associamo delle storie inusuali, di piccole azioni quotidiane. C’è poi la difficoltà di scrivere un testo in italiano, che è una lingua alla quale ci siamo approcciati adesso entrambi, in questo piccolo progetto. Attualmente, infatti, cantiamo in inglese, spagnolo ed italiano. Stiamo cercando di far crescere sempre di più i testi in italiano, in quanto è bellissimo raccontare nella propria lingua.

Come vi immaginate un festival perfetto? Come dovrebbe essere un festival a cui vorreste partecipare?

Vicino al mare e di respiro internazionale. Sarebbe bello un festival in cui si mescolasse l’indole locale del paesino con la presenza di pubblico di altre nazionalità. Atmosfera molto rilassata, senza dover correre da un palco all’altro, senza concerti in parallelo e magari qualche piccolo spettacolo in teatro. Includerei anche la musica classica. Un piccolo concerto con l’orchestra non sarebbe male.

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