Boombox meets…The Izers

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Nebbia e freddo. Mi presento a Mantova in una mattinata di fine dicembre, con una visibilità che rasenta il nulla, in compagnia di quello che è uno dei miei soci quando si parla di concerti e di musica. Motivo ufficiale: visita della città. Motivo reale: incontrare i The Izers. Non li conosco di persona, non li ho mai sentiti dal vivo, ma me ne han parlato un gran bene. Li ho ascoltati, so che sono una band indie/alternative rock, un pizzico funky e con una venatura garage. Mi piacciono, sono bravi; non a caso hanno vinto da poco il contest Sputnik Rock, storico concorso per band emergenti di quella fetta di Italia. Sono in tre: Matteo, Simone e Corrado. Manca John, il batterista di origine inglese. Mi colpisce fin da subito la loro allegria e spensieratezza e avverto che i tre sono legati da un’amicizia che oltrepassa il mero rapporto professionale. Ci troviamo in una città d’arte, capitale della cultura italiana 2016, circondati da opere stupende a parlare di musica, quella che è l’arte degli Izers. Tutto ciò mi esalta e tra una battuta e una risata, tra un caffè e un video di Mick Jagger che parla in barese finalmente do il là alla nostra chiacchierata semiseria.

Chi sono i The Izers? Quando inizia la vostra avventura e come mai la scelta di questo nome?

Matteo: Siamo gli Izers e siamo nati a Mantova nel 2012. La formazione di adesso è quella finale: John alla batteria, Corrado basso e voce, Simone chitarra e synth, io voce, chitarra e synth. Io e Corra ci conosciamo da tanto tempo e abbiamo suonato in diversi gruppi, sia cover band che non, però questi progetti non sono mai sfociati in qualcosa di importante. Sono le classiche esperienze che si fanno da adolescenti senza un reale obiettivo. Eravamo partiti con un altro nome, che era New Hampshire, ci siamo accorti però che c’era anche una band di sessantenni (risate), così abbiamo cambiato. Il nome non significa niente, suona bene, è carino e ci sono tanti richiami a cose che sappiamo noi: per esempio si riferisce ad una canzone degli Strokes, nostro gruppo di riferimento. Inoltre è una parola della grammatica inglese, è un suffisso che prende il significato della parola. Camaleontico.

Il vostro primo EP Points Of View è del 2013.

Matteo: Sì è stato il nostro primo lavoro di inediti. Abbiamo sempre fatto tanti generi diversi, eravamo partiti con una cover band dei Led Zeppelin. Poi nei primi anni di liceo ho conosciuto Is This It degli Strokes e, dopo un periodo di pausa, abbiamo deciso di ricominciare facendo pezzi nostri quando io e Corra ci siamo ritrovati in università. Nel 2012 abbiamo fatto pochi concerti perché non avevamo molta roba nostra, poi nell’estate dell’anno dopo abbiamo iniziato a registrare l’EP con molta calma, dato che è stato tutto autoprodotto nello studio in casa del nostro batterista dell’epoca. Un po’ alla volta abbiamo fatto le canzoni, una al mese, impiegando quattro/cinque giorni per canzone. Il materiale tecnico per registrare era quello che era, ma ci sentivamo in massima libertà e facevamo molte cose insieme, da cucinarci i pasti ai momenti di svago. È stata una bella esperienza.

Avete citato gli Strokes. Quali sono le vostre influenze?

Simone: Di sicuro gli Strokes. Anche Velvet Underground, i Ramones, i Television, gli Interpol, Vampire Weekend, più in generale tutta la wave che è partita negli anni duemila a New York, la post garage wave, che si rifà alla garage wave degli anni Sessanta e Settanta. Di italiani ci piacciono molto i Subsonica. Corrado ama invece il post punk e il funk pop degli anni Ottanta, infatti nelle nostre canzoni si sente in particolare lo slap di Mark King. Ci piace poi Jamiroquai. In generale ognuno si lascia influenzare da un genere diverso. A noi non piace dire: “noi facciamo questo genere, questi sono i tre gruppi a cui ci ispiriamo e dobbiamo fare come loro”. In realtà ci piace contaminarci e già nel primo EP non c’era un filo conduttore tra le tracce, sono scostanti se prese a caso. Questa è una nostra precisa scelta, ci piace lasciare spazio alle influenze di ognuno anche se crescendo i lavori diventano sempre più omogenei.

A fine ottobre è uscito You’ll Probably Never Listen To This. Che evoluzione c’è stata rispetto all’EP precedente e che esperienza vi portate dietro in questo lavoro?

Simone: Di sicuro i concerti fatti in questi anni. Poi abbiamo fatto una prima esperienza in studio e abbiamo capito certe ottiche di produzione. Personalmente da quando sono andato in studio ascolto i pezzi più famosi con un’ottica del tutto diversa, cerco di capire come una cosa è stata registrata, come un suono è stato prodotto e la scelta artistica del suono. Crescendo poi abbiamo cambiato gusti musicali, per esempio adesso abbiamo iniziato a proporre tra di noi un album a settimana per ampliare i gusti e ricercare un suono diverso.

Dove avete prodotto l’album?

Simone: Lo abbiamo prodotto in sala prove, infatti abbiamo fatto un grosso lavoro di pre-produzione di quattro mesi prima di registrare, da gennaio a maggio 2015. Ci siamo messi a fare i pezzi col metronomo, scegliendo i tempi e come fare suonare il pezzo, inserendo pian piano gli arrangiamenti. Poi in studio insieme a Giovanni Bottoglia de L’Invasione Degli Omini Verdi siamo stati indirizzati verso le tecniche di registrazione. A lui va il merito della registrazione, ma è stato autoprodotto, scritto tutto insieme. I testi sono di Matteo ma la musica è di tutti e quattro, batterista compreso.

Il vostro 2015 è stato un anno molto intenso. Quanto ha influito l’arrivo di John alla batteria su questo cambio di ritmo?

Matteo: Tanto. In passato avevamo trovato batteristi molto validi, gente che sapeva suonare, ma nessuno era committed, cioè nessuno si sentiva parte del gruppo. Erano persone che venivano a suonare ma non volevano impegnarsi nella parte creativa della band. La mentalità inglese di John aiuta, sia dal punto di vista umano che musicale. Ha un modo di fare diverso. É da un anno che suona con noi e si è appassionato subito al progetto. Era proprio quello che ci serviva: noi infatti preferivamo una persona meno talentuosa alla batteria ma che ci metteva più anima. Per esempio, il vecchio EP fu finito di registrare a dicembre 2013, per tutto il 2014 abbiamo suonato qua e là ma non avevamo progetti perché c’era la sensazione che qualcosa mancasse. Le canzoni di You’ll Probably Never Listen To This sono state fatte nel tempo, erano sempre lì, le provavamo, ma solo grazie a John il groove è cambiato. Lui ha portato qualcosa di nuovo musicalmente e le cose hanno iniziato ad ingranare grazie alla sua impronta. In brevissimo abbiamo deciso di registrare, tempo due mesi abbiamo fatto il preventivo. Ha portato tanto: con lui abbiamo fatto di più in un anno che in due anni con altra gente.

Simone: Per quanto riguarda i concerti nel 2015 abbiamo fatto 32/33 date auto-organizzate. Per un gruppo indipendente è un bel numero, soprattutto perché facciamo tutto da soli. Quest’anno siamo arrivati a Bologna, in Trentino, in tanti posti che fino a poco tempo fa sembravano proibitivi. Siamo felici di ciò.

C’erano delle aspettative sull’album? Come sta andando e come lo sentite adesso che è fuori?

Corrado: Le aspettative erano più personali, cioè eravamo curiosi di capire come avremmo reagito noi prima ancora di pensare al successo. Non puoi fare affidamento sul successo, magari quello arriva dopo il terzo o il quarto album. Ci sono troppe variabili. Le aspettative che avevamo è che ci facesse trovare un po’ di concerti e, per quanto mi riguarda, sono rimasto stupito dall’ottima risposta di chi lo ha ascoltato e degli addetti ai lavori. Non mi aspettato che venisse apprezzato così.

Matteo: Solo dopo mi sono reso conto di molte cose che non avevo colto durante la registrazioni. Il punto di arrivo di questo album era quello di registrarlo bene, di fare un bel lavoro. Poi quando abbiamo iniziato a pubblicizzarlo, tutto si è incastrato alla perfezione. Per esempio l’album è stato terminato a maggio ma lo abbiamo buttato fuori dopo sei mesi, casualmente il giorno dopo la fine dello Sputnik. A posteriori è andato tutto bene e ascoltandolo adesso devo dire che siamo stati bravi, dato che era la prima volta che andavamo in studio. Siamo soddisfatti.

Simone: Come primo risultato in studio è stato un ottimo risultato, abbiamo fatto un buon lavoro. Ovvio che c’è ancora da migliorare, adesso che siamo entrati nell’ottica della produzione sappiamo come migliorare il suono e crescere come lavoro, non fermandoci su un unico genere. Stiamo già lavorando su nuovi pezzi, ma per ora puntiamo a fare conoscere questo EP e farci pubblicità. Una bella mossa è stato quello di metterlo sulle piattaforme di streaming dove tutti possono raggiungerci facilmente, Spotify o iTunes, grazie alle quali hai l’opportunità di farti conoscere e di farti aggiungere alle playlist.

A proposito di social e streaming. Ho visto una vostra foto con Kevin Parker…

Simone: Sì è stata una bella esperienza, eravamo a Verona al Teatro Romano. Noi eravamo lì a mangiarci una pizza, è stato lui a uscire dal tour bus e chiederci una foto (risate). No a dire il vero io e Corrado avevamo già conosciuto i Pond, band formata dai componenti dei Tame Impala, perché li abbiamo sentiti l’anno scorso a Padova. Quest’anno volevamo conoscere Kevin Parker e ci siamo riusciti prima dell’inizio del concerto fuori dal tour bus. È stato molto disponibile, abbiamo fatto una bella chiacchierata.

Cito Kevin Parker perché ho sentito una sua intervista dove diceva che dal suo punto di vista le piattaforme di streaming sono un bene perché permettono di raggiungere un grosso numero di persone. Alla fine quello che conta per un artista è farsi conoscere, anche se gratuitamente. Per voi qual è l’importanza dello streaming e dei social nella realtà indipendente? Come stanno cambiando anche le modalità di guadagno?

Simone: Sì diciamo che ci sono più opinioni. Altri ritengono che lo streaming sia una truffa colossale, per esempio Thom Yorke, perché chi ci guadagna è lo streamer e non l’artista. Dipende se la tua priorità è far conoscere la tua musica o viverci. Lo streaming al giorno d’oggi è essenziale, non puoi vivere senza una piattaforma: è comodo, è tutto lì e riesci a venderti bene.

Matteo: Per quanto riguarda le band indipendenti è un’arma a doppio taglio. Dal punto di vista economico lo streaming non è il massimo se fai musica per guadagnarci soldi, ma per noi è vitale. Se prima potevo mettere i pezzi solo su YouTube, ora invece con Spotify posso farmi sentire da tutti in maniera più semplice. Ad esempio un gruppo sconosciuto può finire in una playlist figa con gruppi fighi con milioni di followers e diventi famoso in poco tempo. Per i social il discorso è analogo. Io seguo i social della band e mi sono reso conto che i fan sono molto più attenti al lato umano e apprezzano molto di più la foto del gruppo di amici che suona o che si diverte. È utile anche creare un blog dove spiegare cosa facciamo come gruppo quando non suoniamo, mostrando l’amicizia che ci lega. A me da fan piacerebbe sapere come sono dietro le quinte, non so, i Tame Impala o gli Interpol.

Avete vinto un contest, avete suonato tanto in questi anni. Vi chiedo un giudizio sulla scena live indipendente.

Corrado: Esiste una scena live indipendente? Battute a parte, la scena è ancora di nicchia, molti locali chiudono o fanno serata da discoteche perché coi dj si spende meno e si attirano più persone. Inoltre fare suonare una band è uno sbatti per il gestore, sia per via dell’attrezzatura, che per gli impianti. Il fenomeno dei contest non lo abbiamo mai snobbato, sono un’opportunità per farsi conoscere, ma molti non sono limpidissimi nella gestione e dal punto di vista economico. I contest devono avere una convenienza per chi si iscrive e solo pochissimi prevedono un rimborso spese. Questo ovviamente non incentiva. Lo Sputnik invece è un bel contest perché fa molta selezione ad un prezzo accessibile.

Simone: Il problema della scena indipendente è che non si vuole farla diventare scena a causa soprattutto dei gruppi che cercano di creare competizione invece che aggregazione. All’estero è diverso. John ci racconta che in Inghilterra la competizione è ancora più feroce, ma da loro ci sono tantissimi gruppi e anche se non fanno aggregazione escono lo stesso. Molti locali non ti pagano nemmeno, vai là, suoni e basta. Da noi il discorso è diverso. È vero che alcuni locali sono più accoglienti, ma qui ci sono pochi gruppi e se decidono di fare competizione invece che unirsi sono destinati a non emergere mai.

Matteo: Sì è una guerra dei poveri, è un problema di orgoglio. In fondo siamo tutti sulla stessa barca e se tu mi superi non hai tanti benefici. Hai più benefici se facciamo serata insieme. Ci sono band che non sono nessuno che si sentono delle rockstar, arrivano in ritardo, saltano il soundcheck. Serve più umiltà da parte di tutto il movimento.

In conclusione, una canzone per descrivere il vostro 2015.

Simone: The Less I Know The Better, Tame Impala. Nella canzone si parla di una storia finita, ma che in realtà è un nuovo inizio. Il nostro 2016 deve essere così.

Matteo: Let It Happen sempre dei Tame Impala. In passato noi abbiamo sempre fatto le cose calcolando e solo da quando abbiamo consolidato il gruppo con John abbiamo deciso di lasciare che le cose facessero il loro corso. Provare, fare le cose e divertirsi. Il resto poi viene da sè.

Corrado: Colle Immane dei Verdena, un po’ cupa ma energica.

A cura di Alessandro Melioli

Per saperne di più:

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https://open.spotify.com/artist/0M2qUKrgFiIbijVhmcI8Kn

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