BOOMBOX MEETS…THE CAT AND THE FISHBOWL

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A cura di Valentina Aiuto

Continua la rassegna di interviste fatte in occasione del Folk Fest tenutosi sabato scorso all’Arci Ohibò. Questa è la volta di Filippo e Matteo, i due componenti dei The Cat and the Fishbowl.

Stasera siete qui grazie ad un contest organizzato appositamente per selezionare una band di apertura del Folk Fest. Come è stato riuscire a vincere ed essere qui oggi?

Loro hanno aperto, una settimana fa circa un contest sulla loro pagina fb, per cui chiunque volesse poteva partecipare, hanno selezionato da un certo numero di band una short list di 3 band e a quel punto siamo stati votati dal web e ci hanno mandato ad aprire la lineup ufficiale del festival. Siamo stati aggiunti proprio all’ultimo, per cui ci sentiamo già fortunati ad essere qua.

Chi sono i The cat and the Fishbowl? Come nasce il vostro progetto?

Filippo: Il progetto nasce da lontano perchè all’inizio c’ero solo io. Ho vissuto in Francia per due anni e quindi il fatto di essere solo in un paese straniero ha fatto si che io mi avvicinassi a tutto ciò che è il mondo dell’indie folk, dell’acustico. Mi sono comprato tutti gli strumenti inutili come lo xilofono, l’armonica, il guitalele, una chitarra acustica. Poi tornando a Milano sentivo la necessità di tornare a suonare veramente, perché prima lo facevo solo a casa, e su “Villaggio Musicale” ho contattato Matteo. E’ stato subito amore.

Matteo: Io facevo – e faccio ancora – parte di una band locale. Ma questo genere che facciamo con Filippo è molto più affine alla nostra sensibilità, è molto naif. E’ tutto molto semplice, con qualche melodia e poco altro. Sfruttiamo l’effetto ‘songs from the apartment’.

Quali sono le vostre influenze musicali, quelle che ognuno di voi ha portato e che, messe insieme, hanno funzionato?

Per The Cat and the Fishbowl partiamo dai re del folk, quelli che sono Bob Dylan e Johnny Cash, quest’ultimo su tutti. E poi ci piace molto quella che è la scena attuale partendo da Justin Townes Earle che abbiamo fatto questa sera, passando per i The head and the heart, per i Mumford and sons – per attrarre un pubblico più vasto possibile -, Johnny Flynn che è stato a Milano quest’estate. Ci piacciono questi cantanti che hanno una voce un po’ più intensa, vorremmo avere tanto una voce profonda solo per poter dire cazzate a cui tutti credono, perchè puoi dire qualsiasi cosa con la voce di Johnny Cash. Abbiamo sempre amato l’acustico e amiamo i gruppi che fanno indie folk contemporaneo.

Se doveste invece pensare ad una band o ad un cantautore contemporaneo che vi piace particolarmente?

Abbiamo tanti cantautori italiani che ci piacciono e che ci piace suonare quando siamo in sala prove, come il nostro feticcio Dente. Facciamo anche una sua cover di “Da Varese a quel paese”. Dente, Brunori si avvicinano molto a noi come idea di musica. Sentiamo molto italiano, la prima volta che Filippo ha preso una chitarra ha suonato gli Afterhours, “Male di miele”. Inoltre, siamo un po’ schizofrenici linguisticamente parlando perchè facciamo canzoni sia in inglese che in francese che in italiano. Filippo scrive la maggior parte delle nostre canzoni, in inglese e in francese, io – dice Matteo – mi dedico di più all’italiano.

Qual è secondo voi il festival perfetto? Esiste già? Come lo fareste, dove, che respiro dovrebbe avere, quali band dovrebbero suonare?

Filippo: Io sono stato due anni fa in Bretagna alla Vieilles Charrues e quello che mi ha colpito è stata la vastità e, allo stesso tempo, la tranquillità che si vive in quel festival. Nello stesso giorno, sono stato fortunato, ho visto Bob Dylan e i Kasabian. Poi c’era l’angolo hip hop francese, lasciamo stare. C’era anche una parte dedicata al jazz. Era un festival di ampio respiro. Per me il festival per eccellenza deve essere grandissimo, si deve far tenda, si deve far campeggio.

Matteo: Una cosa per me fondamentale, invece, è la coerenza stilistica. Io non amo personalmente questo ‘cacioranismo’ che si fa nei festival, anche perché si scontrano pubblici diversi che hanno sensibilità diverse e a volte reciprocamente intolleranti. Preferisco la coerenza, cosa che rende più difficile fare un ottimo festival. Ci deve essere musica italiana, ma anche internazionale.

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