BOOMBOX MEETS…SUPERIO

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A cura di Noemi Sudati

Al Lex di Cremona abbiamo incontrato i Superio, gruppo indie-rock, dove hanno suonato, tra le altre canzoni, anche il singolo che ha vinto il premio Universal al Music Tour Fest 2013 accaparrandosi un contratto di distribuzione con l’Universal. Il brano si chiama La conquista del Vietnam e dà il nome al loro disco che uscirà ad aprile. Loro sono Lorenzo Biagiarelli e i due fratelli Ruggeri, Tommaso e Giacomo.

Superio, penso che si riferisca al concetto freudiano, è un nome “impegnativo”.
Diciamo che l’apporto freudiano è stato marginale nel parto di questo nome. In realtà era un nome che avevo in mente da un po’: ci faceva molto ridere pensare ad un supereroe molto egoista che riceve richieste di aiuto ma che non caga nessuno perché preferisce starsene per i fatti suoi. Poi in realtà, se vogliamo fare delle dietrologie, noi suoniamo insieme da quattordici anni e dopo tante situazioni tra le più disparate in cui ci siamo trovati è anche un po’ il sintomo di volerci riappropriare di quello che ci compete, della nostra identità che coltiviamo da tanti anni.

Chi sono i Superio e come siete nati?
I Super-io sono tre fratelli, due naturali e uno acquisito. Nascono ufficialmente alla fine del 2012, ma noi suoniamo assieme dal 2001 quando eravamo dei pischelli di undici anni a cui piaceva strimpellare. Sono un matrimonio riuscito bene, sopra la media nazionale: quattordici anni sono una somma considerevole. Potrebbe sembrare un discorso banale, ma cosa veramente bella è che la differenza, che non potrebbe essere più radicale, che esiste tra di noi crea una sinergia incredibile. Abbiamo tre modi di pensare le relazioni, la vita e il lavoro completamente diversi, ma non c’è nessun elemento di conflitto.

Tour Music Fest 2013: siete stati eletti band dell’anno e avete vinto il premio Universal. “Fare” un disco è stato come vi aspettavate?
In realtà un album non si scrive perché lo devi scrivere, scrivi delle canzoni. E quello che fai quotidianamente è partorire idee musicali o letterarie, o anche solo delle impressioni. Quando hai questa inclinazione a condividere con gli altri, la scrittura è un discorso naturale. La parte dove bisogna stare più concentrati è il processo di revisione perché rischi veramente di fare cose senza senso, per la fruizione intendo. Non che in musica ci siano cose senza senso, ma in una logica di album devi fare una selezione, capire un po’ la direzione che, alla fine, è l’unica cosa che fai razionalmente. Magari arriva il pezzo che ti gasa tantissimo e dici “ok questo è l’indirizzo che voglio dare al mio lavoro”. Il fatto che abbia un comunicante oltre a un comunicato è un valore aggiunto, ma quando scriviamo non è il primo pensiero. Esprimiamo quello che siamo noi tre, noi ci divertiamo e se poi non piace pazienza, piace a noi. Il Tour Music Fest è stato il primo concorso a cui abbiamo mai partecipato in quindici anni perché è un mondo che non ci piace molto. Ed è stato bello perché è proprio quella cosa che fai per caso e funziona benissimo. Di fatto ci ha dato l’opportunità di distribuire il disco con Universal, tutto da guadagnare e niente da perdere.

Se vi dicessi che domani avete l’opportunità di affiancare sul palco un artista, chi scegliereste?
Fabi-Silvestri-Gazè, Blur e MGMT che di fatto sono realtà a cui ci ispiriamo. Abbiamo molte cose in comune, non da ultimo il non avere alcun interesse nel compiacere i gusti più banali. É la supremazia del bello sull’utile. Non è niente di underground, e tuttavia non asservono nessuno, questa cosa è eccezionale.

Avete conquistato un contratto con una major, ma voi vi sentite una band indipendente?
Abbiamo un contratto di distribuzione. L’unica discriminante tra dipendente e indipendente è il denaro: noi siamo indipendenti dal momento in cui ci siamo finanziati da soli il disco. Alla fine si risolve tutto nello scrivere per nessuno se non per te stesso. Solo dopo trovi quel grande piacere di riconoscere che quello che è bello in primo luogo per te stesso è condiviso anche da altre persone.

Band indipendente italiana rivelazione del 2015?
Tommaso: io ascolto musica tipo i Beach Boys, penso che non vadano bene.
Giacomo: oltre a noi? Scherzo. Saint Vincent, in Italia non si ascolta e invece si dovrebbe.
Lorenzo: io dico Hozier anche se non è italiano. È emblematico perché ha messo un pezzo su Youtube che è piaciuto e ha fatto un sacco di visualizzazioni giustificatissime dalla qualità e dall’innovazione. Non a caso gli hanno prodotto il singolo e nell’ultimo anno è stato seguitissimo nel pop-soul.

Stasera presentate “La conquista del Vietnam”. Che effetto vi fa pensare che stasera siete davanti fondamentalmente ai vostri amici e l’anno prossimo potreste suonarla davanti ad un pubblico molto più vasto?
Giacomo: suonare davanti a poche persone fa più effetto che davanti a tante, perché delle poche tu vedi la faccia e le espressioni. Davanti a tante è una figata, ma sono cose diverse, secondo me hanno pari dignità. Quello che fa strano è pensare che una canzone nata in camera nostra sia arrivata dov’è arrivata. Come alla finale del Tour Music: è stata un’emozione al di la del premio. È la bellezza di una cosa che abbiamo fatto noi tre ed è stata apprezzata e giudicata per i suoi aspetti positivi e negativi.
Tommaso: In realtà nel momento in cui porti la canzone fuori da casa tua è praticamente la stessa cosa indipendentemente dal numero, è come essere nudo davanti a dieci o diecimila persone, alla fine fa poca differenza.
Lorenzo: questo è quello che ci auguriamo, ma in realtà penso che esista un punto in cui non fa più differenza.

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