BOOMBOX MEETS…SILENCE, EXILE & CUNNING

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A cura di Federico de Feo

Abbiamo incontrato i quattro giovani componenti dei Silence, Exile & Cunning.

Leggendo il nome del vostro gruppo, notando una notevole assonanza, ho pensato subito a Crosby, Still, Nash & Young. Il nome nasce come tributo a questo grandissimo gruppo, che ha segnato la musica degli anni 60, oppure è legato ad altre motivazioni?
In realtà la similitudine è puramente fortuita: non ci sono elementi nella nostra musica (almeno così ci sembra) che vogliano essere un tributo esplicito a questa colossale band. E no, non è nemmeno un tributo ad Emerson, Lake & Palmer, sebbene questi rientrino negli ascolti di alcuni di noi. Silence, Exile & Cunning (silenzio, esilio e astuzia) vuole essere un tentativo di recuperare la definizione che J. Joyce dava dell’arte nel suo “A Portrait of the Artist as a Young Man”, con la quale sentiamo una certa affinità. Allo stesso tempo, il nome ci sembrava terribilmente attuale nella sua capacità di descrivere la condizione della musica di oggi. Diciamo che sono questi i motivi per cui l’abbiamo preso come nostra bandiera.

Ascoltando le vostre canzoni si sentono numerose influenze di gruppi come gli Arctic Monkeys o i Franz Ferdinand. I vostri punti di riferimento musicali sono rappresentati soprattutto dall’area indie rock britannica o è solo una sensazione?
Molto spesso, ad un primo ascolto, è questo l’aspetto che emerge di più. In realtà però, sebbene ci siano dei riferimenti anche espliciti ad un sound tipico della scena indie rock anglosassone, questo è solo un aspetto di quella molteplicità di influenze che cerchiamo di far confluire nel nostro lavoro, avendo ognuno un background musicale di gusti ed ascolti estremamente personale. Cerchiamo costantemente perciò di far convergere queste diverse influenze, di modo che coesistano sopportandosi a vicenda in un risultato unitario. Per esempio, noi sentiamo molti elementi funk, trip hop, stoner, elettronici in quello che scriviamo. E’ questo forse un percorso che si può vedere meglio nel materiale su cui stiamo lavorando più di recente, ma abbiamo sempre avuto questo obbiettivo.Dovendo fornire una risposta concisa alla domanda, però, possiamo dire che in gran parte l’assimilazione a questi celebri esponenti dell’indie rock contemporaneo è solo una sensazione, probabilmente dovuta al fatto che la ridondanza di questi ascolti tra il pubblico porta forse ad approssimare, a riconoscere un sound che già si ha ben chiaro e a non riconoscerne di nuovi.

Il titolo del vostro album Exù prende il nome da una dea brasiliana che rappresenta l’inizio o il cambiamento. La dea è riuscita a propiziare il vostro cammino?
 Possiamo dire di si, decisamente. Il lavoro confluito in Exù ci ha consentito di girare in modo capillare svariati palchi importanti della Lombardia. Alcuni esempi: al Magnolia estivo abbiamo suonato prima dei Casinò Royale, abbiamo aperto per i Ministri, per Dente (Bergamo, Lazzaretto), e abbiamo partecipato a festival con un grande afflusso di pubblico. (tra gli altri ricordiamo il MayRock a Crema e l’UMF a Pavia) Fuori dalla Lombardia invece per esempio abbiamo aperto il concerto degli Zen Circus al Frogstock, l’estate scorsa. Può non sembrare molto, ma relativamente ad un primo EP (auto-prodotto in tutti i suoi aspetti, specialmente per quanto attiene a promozione e distribuzione) possiamo ritenerci davvero soddisfatti.

 Nell’immediato futuro quali sono i vostri obbiettivi?
 Al momento siamo alle prese con i primi lavori di registrazione di un primo disco. E’ ancora presto per dire, con un certo grado di precisione, quando questo vedrà la luce. Ciò nonostante le aspettative sono molto buone e alte. La fase di composizione ci ha permesso di esplorare territori nuovi, di contaminare e di sperimentare, pur senza tradire alcuni elementi che da diverso tempo ci contraddistinguono, primo tra tutti la coralità delle voci. Ad ogni modo sarà un lavoro per il quale intendiamo concentrarci molto sulla qualità della proposta, senza lasciare niente al caso e senza tralasciare aspetti quali promozione, distribuzione, booking e anzi, puntando a migliorarli. Questi rappresentano in un certo senso un territorio ancora inesplorato per noi, ma abbiamo la fortuna di collaborare con delle persone stupendamente competenti e stiamo imparando molto già da ora. Siamo molto concentrati, ecco.

Secondo voi quale sarà il miglior gruppo, della scena emergente italiana, nel 2015?
È molto difficile dare una risposta netta a questa domanda. Non ci sentiamo di indicare un nome preciso. Tuttavia ci sono, secondo noi, dei requisiti fondamentali che una band della scena emergente dovrebbe rispettare per collocarsi in una posizione, per così dire, d’eccellenza.Anzitutto pensiamo alla musicalità, intesa anche e soprattutto come competenza musicale. Uno dei vantaggi della cosiddetta scena emergente è proprio quello di avere vincoli di tipo economico meno stringenti, nel senso di una meno spiccata propensione al profitto. Forse è proprio in un contesto come questo che i musicisti possono dare la prova più autentica delle loro capacità musicali in senso stretto. Questo ci può portare a considerare un altro aspetto, quello dell’originalità della proposta, della sperimentazione, diciamo della novità musicale. Questi sono elementi importanti, attraverso i quali un complesso dovrebbe idealmente poter acquisire una certa internazionalità, trascendendo i confini nazionali con un prodotto forte, e con una marcata identità musicale. Ovviamente ci sono dei trend ai quali, volenti o nolenti, bisogna almeno in parte aderire, ma troviamo che un equilibrio ragionato fra questi e l’affermazione della propria identità musicale e di immagine possa essere un punto di forza per formazioni musicali di qualunque genere.

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