Boombox meets…Plan De Fuga

691

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con i Plan De Fuga.

Nel panorama italiano in questo momento ce ne sono davvero pochi come voi. Tre aggettivi per descrivervi come band?

Innanzitutto grazie del riconoscimento, è sempre difficile dare o darsi delle definizioni ma come aggettivi potremmo dire personali, trasversali, ostinati. Personali perché abbiamo sempre cercato di distinguerci a modo nostro attraverso le nostre canzoni, i testi e la produzione artistica per lasciare un segno, grande o piccolo che sia, nel panorama musicale italiano. Ad oggi nella musica è stato fatto quasi tutto ormai ma dare una propria versione personale consente di essere riconoscibili e come i nostri fan ci hanno dimostrato negli anni scoprire che anche in un genere “classico” come il rock le sfumature di carattere di una band fanno ancora tanta differenza.
Trasversali perché siamo quattro musicisti dagli ascolti e dalle esperienze molto diverse, quindi il nostro sound è il frutto delle influenze musicali di tutti. Il che spiega le diverse sfumature che si possono notare da brano a brano o a volte addirittura all’interno dello stesso: ci sono canzoni che iniziano piano e voce come potrebbe aver fatto Sinatra e finiscono con del noise che ha un sapore decisamente più Sonic Youth. Diciamo che abbiamo sempre cercato di non incanalarci negli standard di genere, ma preservare e rendere coerenti le nostre diverse anime musicali.
Ostinati perché il panorama e il mercato musicale in Italia oggi vivono un momento difficile. La musica che non vive in tv, ma che viene da cantine e garage, trova sempre meno spazio e di conseguenza fatica a sopravvivere. Tutto questo, però, non ci ha mai tolto la passione e il piacere di continuare il nostro percorso grazie alla stima e agli apprezzamenti che negli anni ci sono arrivati dal pubblico durante i concerti, cosi come da network nazionali quali Virgin Radio che ci trasmette fin dal primo singolo ufficiale del 2010, ma anche da etichette storiche del rock come Carosello Records che ci ha preso con sé dal secondo disco a oggi. Tutto questo ci conferma di aver qualcosa di veramente nostro da dire e di trovare ascoltatori anche negli ambienti più diversi pronti ad apprezzarlo.

Fase1 è uscito lo scorso maggio, mentre Fase2 è previsto per la primavera 2016. È come se voleste iniziare i vostri ascoltatori ad un percorso a più step. Da cosa sono uniti i due lavori? Quali sono, invece, i punti di svolta di Fase2?

Il nostro in realtà è un unico disco diviso in due fasi, il passaggio all’italiano è stato un processo che ha richiesto tempo e di cui non riuscivamo inizialmente a immaginare l’impatto sul pubblico vecchio e nuovo. Si è trattato, quindi, di una vera e propria Fase1 anche per noi, per capire come sarebbe cambiato il nostro carattere musicale: volevamo mantenere “invariato” lo stile, ma far sì che i testi raggiungessero con immediatezza il pubblico italiano.
Fase1 e Fase2 avranno molti punti di contatto tra cui soprattutto la scelta di trattare tematiche sociali, come avveniva anche nei primi dischi in inglese. Proprio attraverso il cambio di lingua, siamo riusciti in maniera più incisiva a spingere l’ascoltatore a riflettere sullo stato attuale del nostro Paese. Ma non solo, a livello sonoro c’è una certa continuità, ma anche una naturale evoluzione perché per una band come la nostra la ricerca stilistica è continua e incessante. Inoltre, dividere un disco in due parti, è uno dei trend attuali del mercato discografico sempre a caccia di spazi negli ormai pochi e saturi canali mediatici così da poter dare alle band più esposizione.

Dopo due primi album totalmente in inglese, ora Fase1 e Fase2 sono in italiano. Cosa vi ha portato a questo cambiamento?

Oltre a un grosso imprinting come ascoltatori di musica in lingua inglese che sicuramente ci ha parecchio influenzato, abbiamo sempre cercato di produrre musica italiana che potesse confrontarsi anche con le grandi produzioni internazionali e i nostri primi due album sono stati scritti in inglese proprio per poter raggiungere anche un pubblico straniero.
Quando ci siamo trovati a suonare di fronte al pubblico inglese e americano abbiamo avuto la conferma che il progetto aveva raggiunto il risultato sperato ma, contemporaneamente, abbiamo avvertito la differenza di impatto dei testi in inglese su un pubblico madrelingua rispetto a quello italiano. Essendo forte la nostra esigenza di stimolare e far riflettere attraverso i testi delle canzoni, abbiamo cercato di arrivare con la stessa forza al nostro pubblico. Da qui la scelta di scrivere in italiano. A oggi “Plan de fuga-Fase1” ci ha già dato ottimi riscontri quindi possiamo dirci fortunati e soddisfatti della decisione presa.

Per voi il rapporto con il pubblico è sacrosanto, infatti avete deciso di registrare le tracce di Fase2 direttamente durante i live. Cosa vi aspettate da questa esperienza? Com’è il vostro pubblico italiano?

Suonare live di fronte al pubblico è la cosa che più ci ha spinto a dedicare anni alla musica.
Sentire gli applausi, vedere i volti sudati e sorridenti della gente cantare con te le tue canzoni sono emozioni per noi insostituibili e per questo, anche se le registrazioni della Fase2 si stanno svolgendo in studio come per la prima parte, abbiamo scelto di non interrompere la serie dei concerti nonostante le difficoltà logistiche e i ritmi serrati che la cosa comporta. Vogliamo portare nella Fase2 tutta la carica emotiva che il pubblico ci sa trasmettere concerto dopo concerto.

Il 27 febbraio parte il “Fase2 Tour” dall’Arci Ohibò di Milano, per poi andare a toccare tutti i punti dell’Italia. Qual è la parte che vi piace di più del vostro lavoro?

Sin dal nostro debutto discografico nel 2010, ma anche negli anni precedenti a esso, abbiamo vissuto esperienze fantastiche: dal tour americano alle altre performance all’estero, dall’Heineken Jammin’ Festival con mostri sacri quali Aerosmith e Stereophonics alle centinaia di palchi italiani su cui ci siamo esibiti nei tour.
Ogni volta conosci gente nuova, affronti difficoltà e ne vieni fuori in un modo o nell’altro, puoi sentire come la tua musica viene percepita da persone totalmente differenti: è qualcosa di magico.
Siamo una band nata e cresciuta “on the road” e questa rimane la nostra matrice fondamentale, anche se dal primo demo autoprodotto ai dischi in studio l’esperienza della registrazione ci ha permesso di conoscerci meglio musicalmente, di sperimentare ed evolverci disco dopo disco; abbiamo avuto la fortuna di collaborare con persone speciali che ci hanno accompagnato e sopportato durante questa crescita quindi la fase creativa ci ha regalato belle sensazioni e splendidi ricordi.
Insomma difficile a dirsi: forse entrambe.

A cura di Giorgia Dughetti

Commenti su Facebook
SHARE