BOOMBOX MEETS…NOVA LUMEN

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A cura di Alessandro Melioli

Lo scorso venerdì sono saliti sul palco del Linoleum i torinesi Nova Lumen e noi non abbiamo perso l’occasione per scambiarci quattro chiacchiere.

Un nome affascinante Nova Lumen. Sembra quasi che il vostro progetto si voglia porre come una nuova stella nel cosmo musicale. Come mai la scelta di questo nome e come nasce questo progetto?

Ciao! Intanto grazie, ci fa piacere che il nome abbia suscitato queste immagini, speriamo si avverino. La band nasce nel 2011 come Lumen e diventa Nova Lumen nel 2015 in vista dell’uscita di “Assurdo Universo”. Quando scegliemmo il nome Lumen, sotto il quale abbiamo fatto uscire due Ep negli scorsi anni, ci piaceva l’idea che non fosse un nome inglese, ma che non richiamasse neanche troppo l’italiano, un po’ come la nostra musica, che pur essendo cantata nella nostra lingua ha radici radicate altrove. L’aggiunta di “Nova” è stata poi dettata da diverse necessità, tra le quali il fatto che avesse il duplice vantaggio di richiamare immagini legate al cosmo e di sapere di novità, come a sancire l’inizio di un nuovo periodo della nostra carriera musicale. Per quanto riguarda il significato del nome non è che ci siamo mai preoccupati troppo di trovargli un senso, ci piaceva il suono e ci piacevano le immagini che questo suono scaturiva in noi, immagini legate a bagliori di luci lontane e a qualcosa di arcaico ma molto umano.

Ho avuto modo di ascoltare “Assurdo Universo” e l’ho trovato incredibilmente ricco; si sente che dietro vi è un lavoro importante di ricerca stilistica e sonora. Parlateci un po’ della genesi dell’album, della composizione e della fase di registrazione. Avete prodotto tutto da soli?

Sì, la produzione è stata interamente nostra per quanto riguarda la fase di scrittura dei pezzi, mentre per le registrazioni, i mixaggi e i master ci siamo affidati a persone e studi di fiducia, in particolare a Stefano Amen di Ordigno Studio e a Lorenzo Caperchi del Red Carpet Studio. Partendo dalle origini, l’album prende forma nel corso del 2014, durante lunghe sessioni di più giorni in cui ci trovavamo a suonare dalla mattina alla sera, in casa, impazzendo dietro mille arrangiamenti e suoni di synth, ascoltando molta musica, leggendo e rielaborando bozze vecchie e nuove, fino a trasformarle in pezzi completi. Siamo andati avanti così per tutta l’estate alternando la composizione strumentale alla scrittura dei testi e intorno a Natale abbiamo poi mixato e masterizzato tutto (anche se abbiamo continuato ad aggiungere pezzi e fare modifiche alla track list fino alla primavera). Nei primi mesi del 2015 siamo poi entrati in contatto con Costello’s e Gente Bella che ci hanno permesso di poter far uscire l’album sotto una veste ufficiale, gestendo tutte le questioni burocratiche e pianificando i vari step della pubblicazione. Dopo tutti i mesi di composizione e fatica vedere il proprio lavoro stampato è stata un’emozione che non dimenticheremo.

Siete ragazzi giovani, ma si avverte dalle vostre canzoni che avete già un importante bagaglio culturale e musicale alle spalle. Di fatto questo bagaglio, unito alla vostra sensibilità, conferisce alla musica una cifra stilistica unica e personale. Quali sono i vostri riferimenti da questo punto di vista?

Dal punto di vista musicale i riferimenti sono molti e legati soprattutto ai nostri ascolti abituali, che magari poi non si ritrovano direttamente nell’album. Essendo nati nei primi anni ’90 siamo cresciuti con l’indie degli anni ’00, gli Strokes, gli Interpol, gli Arcade Fire, poi qualche anno dopo i Foals, gli Horrors, i Future Islands e via dicendo, e le nostre prime esperienze musicali sono state fortemente legate a questi gruppi. La direzione elettronica presa da alcune di queste band è stata però la cosa che ci ha influenzato maggiormente (pensiamo al terzo disco degli Editors o al terzo degli Horrors) ed è proprio in questa dimensione che si trovano i riferimenti che sentiamo più vicini. C’è poi anche una chiara componente di new wave, che è quasi scontato sottolineare perché fa parte del background culturale di ognuno. Per quanto riguarda i testi e tutto l’immaginario a loro annesso abbiamo voluto inserire nel disco molte citazioni di letture che amiamo e che ci hanno accompagnato durante la scrittura del disco, come le poesie di M. Houellebecq, il racconto filosofico-fantascientifico “City” (“Anni senza fine” nell’edizione italiana) di C. Simak, il racconto “Solitude” di G. de Maupassant, la poesia lirica greca, gli scritti di A. Schopenhauer, Oscar Wilde e Pessoa.

Sono curioso di sapere il lavoro dietro ai video dei singoli, “Ambrosia” e “L’Orizzonte Degli Eventi”. Come vi è venuta l’idea di girare in vhs? Qual è stata l’idea di fondo che vi ha mosso nella loro realizzazione?

In questi mesi per via delle nostre scelte stilistiche e grafiche, siamo stati più volte etichettati come “retromaniaci” e come un gruppo fortemente legato ad un immaginario vintage. Dal canto nostro non ci dispiace che ci sia questa visione dall’esterno, ma non era comunque pienamente nelle nostre intenzioni: sia musicalmente che esteticamente ci sentiamo più vicini alle mode presenti e non ci consideriamo dei nostalgici di epoche passate né ci interessa scimmiottare gli anni ’80, se non per il fatto che la corrente che seguiamo è fortemente legata a quegli anni. La scelta del VHS si muoveva in questa direzione e voleva essere soprattutto una scelta legata all’estetica malinconica di questi anni di gruppi che appreziamo, e che suonano un genere assimilabile al nostro, come Mac Demarco, Julian Casablancas, Telepathe, The Virgins, Kap Bambino e tanti altri. Questo per quanto riguarda il video di Ambrosia, mentre per l’Orizzonte degli Eventi ci siamo affidati ad un video girato con un iPhone e ad un video di archivio della Nasa poi sovrapposti tra loro. Nulla di più semplice, ma il risultato ci è piaciuto molto.

Venerdì siete saliti sul palco del Linoleum. Vi siete già esibiti live a Torino all’Astoria per il release party dell’album, negli scorsi mesi avete suonato in diversi festival, tra i quali il Bleech Festival. Qual è il vostro rapporto coi live? Più in generale, vi chiedo un vostro giudizio sulla scena live italiana.

Per noi, come d’altronde per tutte la band, il live è sicuramente il momento più eccitante e adrenalinico, soprattutto quando capitano quei concerti grandi dove la gente è appassionata, canta le tue canzoni e si dimostra sinceramente interessata. E’ comunque, nell’ambito delle attività legate alla musica, una parte che noi subordiniamo alla scrittura, che è la cosa che davvero ci appassiona ed il motivo per il quale, in fondo, suoniamo, nel senso che quando componiamo non ci preoccupiamo che quello che facciamo sia agevolmente riproducibile live, ma ci interessa che sia una buona composizione, qualcosa di bello. Sulla scena live italiana che dire, non è qualcosa di così definito e non è ben chiaro che direzione stia prendendo. Per via della presenza di gruppi e cantanti usciti dai talent non ci sono più band indie che riescono ad arrivare davvero in alto, salvo rari casi come I Cani o i Thegiornalisti che comunque rimangono pur sempre legati ad un contesto underground. Allo stesso tempo però ci sono tantissime band emergenti, spesso non così valide, che grazie ad internet riescono a ritagliarsi un proprio spazio, sfruttando uffici stampa ed etichette dai costi bassissimi che li promuovono al pari di band più serie, andando a saturare una situazione già piuttosto complicata. Per quel che ci riguarda non abbiamo l’ambizione né l’interesse di scalare le classifiche perché sia il nostro genere sia ciò di cui cantiamo non ce lo permetterebbero, ma l’ obiettivo sarebbe un po’ quello di riuscire a crearci un pubblico di appassionati che apprezzi il nostro lavoro, che ne colga le sfumature e che venga ai nostri concerti. Per ora ci sembra di essere sulla giusta strada e speriamo migliori ulteriormente in futuro.

 

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