BOOMBOX MEETS… MURUBUTU

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A cura di Alessandro Melioli

Murubutu, rapper emiliano classe ’75, al secolo Alessio Mariani, è uno dei più affermati storyteller della scena hip hop italiana. Più vicino al cantautorato che al rap mainstream, la sua grande peculiarità è quella di proporre testi profondi e tecnici, impegnati e raffinati. Il suo è un rap letterario, intriso di fatti storici e vicende umane. Il grande connubio con la letteratura balza subito all’occhio osservando i titoli e le copertine dei suoi album da solista, le quali riprendono l’impostazione dei classici Mondadori. Ogni traccia è come una pagina da assaporare e sfogliare, ogni album è un viaggio tra racconti e narrazioni contraddistinte da netti tagli antropologici. Fondatore della Kattiveria Posse, uno delle prime posse formatasi nei primi anni ’90, a partire dal 2009 si è cimentato con lavori da solista, pubblicando tre album di successo: Il giovane Mariani e altri racconti, La bellissima Giulietta e il suo povero padre grafomane e Gli ammutinati del Bouncin’ ovvero mirabolanti avventure di uomini e mari. Innumerevoli sono anche le collaborazioni: da quella storica coi membri de La Kattiveria, passando per rapper affermati come Claver Gold, fino ad artisti più giovani. Noi di Boombox abbiamo avuto il piacere di intervistarlo in occasione del live che terrà sabato 13 dicembre al Zam Hip Hop Lab a Milano.

Chi è Murubutu? Da dove nasce questo nome e qual è la tua formazione culturale e musicale?

Murubutu è un cantautorep. Il nome deriva dal termine Marabutto che nell’Africa sub-sahariana designa una figura in grado di guarire mali fisici e sociali. Sono laureato in filosofia e durante la mia infanzia ho approcciato lo studio del solfeggio e di alcuni strumenti musicali.

Il tuo rap, impegnato e consapevole, narra di politica, di fatti sociali, di relazioni, di storie umane. La tua musica non parla solo al cuore, ma suscita ripensamenti e prese di coscienza. Come mai hai seguito la via dell’hip hop e non quella del cantautorato più tradizionale? A tuo avviso, cosa riesce a trasmettere in più il rap rispetto ad altri generi?

Quando ho conosciuto la cultura hip hop nel 1990 me ne sono innamorato subito, in particolare del rap. Del rap mi ha affascinato immediatamente grazie a caratteristiche che il cantautorato (che io amo e ascolto spesso) non ha mai avuto: il vitalismo nonché l’altissimo potenziale comunicativo abbinato alla grande semplicità nei mezzi.

Nel maggio di quest’anno è uscito il tuo ultimo lavoro, Gli ammutinati del Bouncin (Ovvero mirabolanti avventure di uomini e mari). Già dal titolo si capisce che temi centrali sono il viaggio, il mare e ovviamente la letteratura, sempre presente anche negli altri album. Quali sono i messaggi e i significati racchiusi nelle sedici tracce? Come si pone questo lavoro in rapporto ai due album precedenti?

Come gli album precedenti Gli ammutinati è una raccolta di racconti. Questa volta ho voluto individuare un comun denominatore che fosse nel contempo una macrometafora da declinare in varie prospettive: il mare. Le varie tracce toccano diverse tematiche d’attualità (migrazione, disabilità, solitudine, lavoro, aborto, guerra.…) ma i veri protagonisti dei racconti sono gli individui nel loro rapporto dialettico con il contesto sociale. Tutto ciò senza farmi mancare una parte di invenzione narrativa che, per quanto mi riguarda, è la gioia dello scrivere.

Sabato sei stato di scena a Milano. Qual è il tuo rapporto con la scena musicale milanese? Ci sono artisti della zona che conosci e che consiglieresti ai lettori?

In passato ho ascoltato molto vari artisti provenienti dalla zona di Milano, in particolare le avanguardie tecniche di Rho (Medda, Baba, Naghe..). Un artista che oggi segnalo vivamente è un reggiano naturalizzato milanese, Vara aka Variuous V, già presente come ospite nei miei dischi e che uscirà con un prodotto solista nel 2015. Voce originale, penna eccellente, Vara ha una scrittura che brilla per tecnica e sensibilità: consigliatissimo.

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