Questa estate, tra le altre cose, lo avete trovato nelle line up di due tra i festival musicali più importanti in Italia, il MiAmi e l’Home Festival, e io ho fatto una mia personalissima profezia sul fatto che nel giro di un anno, il suo nome sarà uno fra quelli di punta della nuova scena rap italiana. Nell’attesa che il tempo mi dia ragione, ho incontrato Federico, aka Masamasa, classe 1997 (non fatevi ingannare dalla giovane età, è una specie di enciclopedia del rap e non le manda certo a dire), che mi ha raccontato di quella volta che ha scritto un ep a Berlino e con cui mi sono fatta una chiacchierata che è partita da Neffa ed è arrivata fino a Tedua.

Ti chiederei di presentarti ai nostri lettori, quindi di dirmi un po’ chi è Masamasa e qual è il tuo background musicale.

Masamasa è il nome del mio progetto solista. Faccio musica come viene, mi sveglio la mattina e faccio quello che voglio, ho ancora questa fortuna (ride). Il mio background è vario: sono nato con il funk, il soul, il blues, poi verso gli undici-dodici anni ho trovato il rap e ho capito non solo che era la mia musica, ma anche che si poteva unire a quello che avevo prima, ed eccomi qua.

Come hai iniziato a fare musica?

Ho iniziato perché mio padre come hobby suonava il sax, quindi in casa avevamo molti strumenti, fra cui appunto un sax – che però non ho mai suonato –, due chitarre, una pianola e una tromba, che ho suonato per qualche anno. Ho provato a studiare con i classici corsi di musica, però non mi piaceva l’idea di fare qualcosa che fosse un principio di imitazione di qualcun altro ed essere bravo alla follia nel farlo, non mi ci ritrovavo. Mi sono quindi messo a studiare cose da autodidatta, finché non ho trovato il rap che è di fatto una cosa autodidatta e così – secondo me – deve essere, e mi sono detto “Okay, punto dritto per questa strada qua”.

Tu vieni da Caserta, una città piuttosto piccola, ma ad un certo punto hai deciso di trasferirti a Berlino. Raccontami  un po’ questo passaggio e come ha influito sulla tua musica.

Sicuramente più che sulle rime, ha influito da un punto di vista di sound: ho capito come si utilizzano i synth nella musica elettronica, mentre prima mi piacevano cose molto più acustiche, poi comunque girando per varie serate guardi, impari, e così ho iniziato un po’ a smanettare. Anche da un punto di vista personale è stato molto importante. Penso che chiunque ti dirà che gli anni fra i diciotto e i venti sono stati fondamentali, ma per me lo sono stati davvero: ho fatto un’esperienza all’estero da solo, mi sono dovuto confrontare con varie cose, e anche l’università è stata una bella prova di forza di volontà.

Hai scritto anche un ep durante questo periodo, Ostbahnhof.

Sì, anche se in realtà quell’ep, pur rappresentandomi perché è comunque una cosa caricata online, non mi soddisfa pienamente. Infatti è un progetto realizzato in quattro giorni e io di indole sono uno abbastanza minuzioso, e questo spesso mi porta ad essere un po’ improduttivo. Io e i miei amici italiani allora ci siamo detti “Vabbè, raduniamoci, vediamo un concerto insieme e facciamo questo ep”, e così sono usciti questi sei pezzi, di cui quattro cantati e due strumentali. Sicuramente Berlino ha influito molto sull’ep perché racchiude tutto il mood di quei giorni, del concerto che avevamo visto, quindi eravamo carichissimi.

Come mai la decisione di inserire due pezzi strumentali senza scriverci sopra un testo?

A parte per una questione di tempo, secondo me sono due beat che sono viaggi diversi, di due producer diversi, fatti apposta per rimanere strumentali e quindi era giusto che anche i produttori avessero la loro voce in capitolo. Poi a me piacciono quelle cose tipo interludi strumentali e simili, quindi sono stato molto fan della cosa, solo che invece di usarli come interludi, nella tracklist finale li abbiamo scelti come outro. Insomma, abbiamo deciso di far parlare la musica.

Da Ostbahnhofalle tue cose più recenti come Contento e Friendly, il tuo mood sembra essere cambiato molto.

In realtà secondo me Contento è il pezzo più vicino ad Ostbahnhof. Il mio cambiamento era imminente, solo che dovendomi anche confrontare con l’altro ragazzo che ha scritto Ostbahnhof con me, Baco Krisi, ho cercato di tenerlo abbastanza classic come è lui. In Friendly invece ho fatto un po’ come volevo io, era una roba che mi era frullata nella testa così e l’ho tenuta ferma per circa un anno.

Nel tuo ultimo singolo , Tipaindie, canti di questa ipotetica “ragazza indie” che alla fine del brano ti dice che fai musica indie e la tua risposta è qualcosa come dire “ah, non lo sapevo”. Cosa significa per te “indie”?

Ti dirò che non lo so. La gente l’ha percepito come se io volessi classificarmi in un mondo, ma in realtà non è mai stata mia intenzione. Di fatto io non sapevo nulla di quella musica, mi sono trovato catapultato in un contesto musicale che non conoscevo assolutamente e sono dovuto andare a recuperarmi un po’ di cose che hanno contribuito anche a formarmi. Per dirti, la mia impressione precedente quando ascoltavo un artista, che fosse anche uno di quelli top del mondo indie fra mille virgolette, era sempre tipo “mi suona banale”. Poi ho capito che in realtà nella banalità ci sono tanti segreti, e che se sei così bravo da stare al di là del confine fra banale e comunicativo, che è un confine veramente sottile, quella roba lì diventa una bomba. Alcune cose ancora oggi non sto a sentirle, tipo certi dischi considerati il top del top li ascolto e mi scivolano un po’ addosso. Secondo me è importante capire il viaggio di un artista, e forse per alcuni non ho trovato ancora il giusto tempo per farlo. Ad esempio è una cosa che mi è successa con Tedua, che adesso posso definire il mio rapper giovane preferito, ma non ho capito da subito le sue cose; poi dopo un po’ ho ingranato e ho detto “Ah, okay, fighissimo”. Lui è uno particolare, che si differenzia, e per me quando uno è particolare generalmente fa sempre buona musica.

Vabbè ora che mi hai detto cos’è per te l’indie puoi farmi il ritratto della tipa indie.

(Ride) Ma in realtà non è una cosa specifica, ci sono vari tratti. Indubbiamente la roba di tentare di far parte di un mondo di concerti, tipo il grouping 2.0. Poi dai, c’è un outfit che comanda un po’ la cosa della tipa indie: la Vans, la Converse, il pantalone a zampa di elefante, insomma tutto quello che è un po’ hipster. Però alla fine tutto sommato è un bel mondo.

Ma quindi è meglio una tipa indie o una tipa come Beyoncé?

Eh vabbè ovviamente io sono fan della categoria, quindi per forza Beyoncé (ride).

Okay, posso capirlo. Cambiando argomento; nella musica italiana ultimamente c’è stato un fortissimo ricambio generazionale, oggi infatti a riempire i palazzetti sono i Thegiornalisti così come Coez e Calcutta. Cosa pensi di questa rigenerazione?

Era ora. Penso che sia arrivato il momento che alcune persone si mettano un attimo da parte per rivedere le carte che hanno nella musica. Ultimamente ho sentito questa intervista di Sfera Ebbasta che mi aveva colpito molto in cui diceva che nel momento in cui lui si renderà conto di essere un cagacazzo  senza idee, si toglierà di mezzo e farà altro. Io la penso allo stesso modo, perché se millanti di far musica per star bene e poi in realtà la fai perché la devi fare, allora c’è qualcosa che non va. La gente tanto ormai se ne accorge, soprattutto online, perché se vai a vedere alla fine i dischi fisici li vendono sempre ancora le stesse persone. Spero che questo ricambio avvenga anche nel rap: ci sono ancora cose piccole che secondo me dovrebbero diventare più grandi, poi essendo un genere abbastanza “ignorante”, nell’accezione sia positiva, sia negativa che ha questa parola, nessuno riesce a fare dietrofront, e molti rapper che a mio parere sono diventati stucchevoli, continuano ad occupare il top della scena quando sotto in realtà c’è un po’ di freschezza in più.

A questo proposito mi viene in mente Noyz Narcos che recentemente in un’intervista ha detto che Enemy molto probabilmente sarà il suo ultimo album, anche se lui continua a rimanere indubbiamente un fuoriclasse.

Ma Noyz alla fine è un tipo che ha sempre fatto il suo, è veramente un king. Ma ho visto che anche Bassi (Maestro) ha scritto che farà un progetto diverso, che non so cosa sia, però non un progetto rap. Cioè è figo, capito? È giusto che alcuni rapper facciano questo ad un certo punto, perché così si crea sia uno spazio per i giovani, sia loro possono trovare delle dimensioni diverse. Poi vabbè non si può mai dire, magari mi becchi a cinquant’anni che sarò ancora lì a rompere il cazzo (ride)!

Chi sono i tuoi preferiti della scena rap italiana?

Allora se devo dirti quelli da cui prendo totalmente ispirazione, in assoluto ti dico Ghemon, Dargen d’Amico, Dutch Nazari, Frah Quintale, Caneda e Mecna. Negli ultimi due anni la situazione cambia un attimo, nel senso che Tedua prende il posto di qualcuno. Poi secondo me è giusto anche che ci sia un riciclo di cose, certi rapper si fanno più grandi e magari il senso dei loro testi si perde; forse quando avrò pure io trentadue o trentatré anni, avrò bisogno di sentire altre cose.

Mi sembra di capire quindi che tu sia orientato sul “cantautorap”, come lo ha definito Dargen.

Assolutamente sì. Però ad esempio ai tempi mi piacevano molto i Two Fingerz e tutto quello che in qualche modo era distaccato dalla linea del boom bass. La stessa cosa oggi: chi fa trap viene tanto criticato da quelli che prima facevano old school, ma in realtà sono due categorie di ripetizioni che continuano a scontrarsi fra di loro. Cioè, una persona che dice sempre le stesse cose non è originale, e lo può fare su un beat classico con la cassa rullante, così come su un beat trap, e cazzo, è la stessa cosa. È come se fossero degli stencil che esistono già e tu dipingessi una parete sempre con quelli, puoi mischiarli e dire di essere un genio, ma alla fine le cose sono quelle. Ad esempio per me Neffa è un eroe; oggi giochiamo a cantarcela, ma fare un passaggio al cantato in un’epoca in cui il cervello più aperto sul rap era comunque piccolo, è stata davvero una botta di coraggio. Cioè,prendi due o tre pezzi di 107 Elementi, rinfresca i suoni, e sono hit indie o rap di oggi. Banalmente in Graffiti pop, una playlist del 2018, c’è Aspettando il sole. Neffa era un genio totale; ci sono un po’ di step che nella mia vita mi hanno cambiato, e sicuramente Neffa è uno di questi. È una di quelle cose che ascolti e dici “Ah, okay, allora ognuno lo fa come vuole”. E questo è il bello del gioco.

E se dovessi scegliere con chi collaborare?

In assoluto ti direi Ghemon, è il mio sogno adolescenziale. Fare qualcosa con lui mi farebbe sentire davvero realizzato. Se dovessi dirti qualcuno con cui fare un pezzo ora, probabilmente Generic Animal e non mi dispiacerebbe Francesca Michielin.

Già che siamo in tema, l’ultimo pezzo che è uscito è Cose pese, insieme a Maiole. Com’è nata questa collaborazione?

Io e Maiole abbiamo gli stessi editori e ci hanno collegati perché venivamo dallo stesso posto – anche lui è di Caserta – ma non ci eravamo mai incontrati. Così ci siamo ritrovati in studio e vuoi perché veniamo dallo stesso posto, vuoi perché avevamo le stesse abitudini, abbiamo iniziato a sparare due cazzate e abbiamo fatto un brano che credo non uscirà mai. Però ci eravamo trovati molto bene insieme, e un pomeriggio mi arriva un messaggio di Marco in cui mi dice che aveva questo pezzo in cui diceva a ripetizione “Penso solo cose pese”; ho pensato che fosse fighissimo e gli ho detto di farmici scrivere su qualcosa. Mi ricordo che lo registrai a casa quel pomeriggio stesso e da lì non toccammo più il pezzo. Mi piace, è uno dei miei pezzi preferiti.

Questa estate hai suonato a due eventi molto importanti, il MiAmi  e l’Home Festival. Come sono andate queste due date?

Il MiAmi è stata una bomba vera: anche l’Home è stato molto figo, però forse per una combinazione di scaletta, essendo il mio un progetto molto emergente, al MiAmi mi sono trovato in una posizione che era leggermente più vantaggiosa perché non c’erano altri palchi aperti, e quindi si è creata una bellissima situazione, che mi ha lasciato molto colpito. L’Home Festival è stato un contesto che ti dà proprio il sapore di Europa, poi ho visto un live di Caparezza che è stato gigante. Emotivamente posso dirti che il MiAmi è stato probabilmente l’evento più figo che abbia fatto, mentre a livello di spettacolo sicuramente l’Home è stato pazzesco da vedere.

Ultima domanda: cos’hai in programma per questo autunno ?

Di certo non un album, ma posso dire che sarà un autunno caldo. Sento infatti l’esigenza di dare ancora qualcosa, quindi sicuramente delle cose usciranno. Non voglio spoilerare nulla però perché è un sorpresone gigante!

 

a cura di Greta Valicenti

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