Boombox meets…Lou Moon

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Nella serata di oggi, mercoledì 23 marzo, i nostri amici di Astarte Booking porteranno sul palco della Folk enotecheriaLou Moon e noi ne abbiamo approfittato per scambiarci quattro chiacchiere.

Per prima cosa ti chiederei di presentarti ai lettori di Vox. Quando hai cominciato a suonare e a scrivere brani inediti? Quali sono le tue radici?

Sono Mattia Airoldi. Ho iniziato a scrivere canzoni a circa tredici anni. Ascoltavo, masticavo, digerivo musica e provavo a farla mia. E oggi faccio praticamente lo stesso.
Ho iniziato come tanti dai “brodi primordiali” del punk-rock ma ho sempre avuto, fin dall’inizio, una propensione cantautoriale: De Andrè per “adorazione” familiare e poi, su tutti, J.Cash.
Anche se la scoperta che mi ha folgorato fu certamente Elliot Smith, con un disco passato dal mio amico Massimo.

Quali sono gli ascolti che hanno maggiormente influenzato la tua crescita artistica?

In principio furono i Beatles, e De Andrè, come detto: ascolti pervenuti dal grembo familiare.
Poi alle Scuole Medie ho iniziato ad ascoltare Vasco, e di Vasco è stata la prima cassetta da me autonomamente comprata.
Contemporaneamente sono arrivati i primi veri ascolti rock e punk-rock( dai Punkreas ai Greenday, dai Verdena agli Ataris) mediati dagli amici più grandi e dalle band della mia zona (Cassano d’Adda) tra cui A Perfect Day e Daylight Seven Times.
Negli anni del Liceo (2001-2006) ho assorbito a grandi dosi un sacco di musica “alternativa” (dai mitici Spoon alla Brit Invasion che allora varcava i confini capitanata dai Franz Ferdinand) e allo stesso tempo ho ascoltato e scoperto alcuni grandi classici (Doors, Led Zeppelin,Lou Reed).
Da inizio ventenne, dopo qualche viaggio a Londra per immergermi completamente nel mood Britannico, mi ricordo la folgorazione per i Sigur Ros. E poi tanti altri incontri a seguire tra cui spiccano sicuramente i National e in particolare nel mio cuore i Fleet Foxes visti ai Magazzini Generali in un concerto epico.
Tra le ultime cose trovo che “Carrie e Lowell” di Sufjan Stevens abbia una potenza da brividi veri.

Come vedi il panorama folk italiano e internazionale contemporaneo?

Per risponderti mi rifaccio a una massima dei Cohen, che ho risentito giusto ieri: “Se non è mai stata nuova e non invecchia mai è una canzone folk!”. Credo che una canzone folk debba rispettare questo refrain. E anche avere un messaggio.
Ci sono moltissimi artisti che lo fanno e lo fanno molto bene, dai più popolari agli assolutamente sconosciuti. Un esempio su tutti nel panorama italiano: Bob Corn.
Sebbene folk sia spesso immaginato come “chitarra e voce”, non penso che debba essere per forza così: oggi si usano un sacco di loop stations, effetti, drum machines. L’importante, secondo me, è essere comunque immediati.

Come mai hai deciso di cantare solamente in lingua inglese? C’è mai stato un momento in cui ti sei sentito vicino alla musicalità dell’italiano?

In inglese scrivo principalmente perché mi viene abbastanza semplice e anche perché i miei ascolti sono sempre maturati in quella lingua. A volte provo a scrivere qualcosa in italiano, ma non mi soddisfa appieno.
Credo comunque che tutte le strade creative possano essere percorse senza preconcetti: anche quelle del dialetto per esempio. Se penso a “Creuza de Ma” di De Andrè, uno dei miei dischi preferiti.

Nella tua discografia sono molti i riferimenti alle atmosfere Nord Americane, quando hai cominciato a subire la fascinazione delle storie del Nuovo Mondo?

Sono attratto da immagini sparse come in un “moodboard”, che poi faccio mie, alla mia maniera. Così, un po’ a flusso di coscienza: mi piacciono molto gli immaginari dei film dei Cohen e di Tarantino. La voce di Neil Young. I bluesman portoricani di una scena de “The Rum Diary”. Il mistero di Sleepy Hollow. Indiana jones. I pirati. Nick Cave che fa lo zarro.
E poi, oltre agli USA: mi attrae il folk Scozzese di Bert Jansch e le sue accordature aperte poi riprese da Nick Drake tra gli altri. I temi mediorientali e il succo di melograno spremuto. Mi interessano le atmosfere che evochino la natura ( boschi, fiumi, rocce,spiagge, mare, prati).

Che cosa vedi nel tuo futuro? Quali sono i progetti nell’immediato e quali invece nei prossimi anni?

Al momento sono felice di portare in giro tre dischi (con i The Please, come Lou Moon e con gli Hellekin Mascara), di essere coinvolto in alcune sonorizzazioni per il cinema e il teatro e in qualche altro progetto.
Per il futuro ho qualche idea in cantiere: per esempio migliorami nelle mie performances soliste, giocando e imparando nuova strumentazione. Magari, perché no, sperimentare con l’Italiano o altro.
Portare in giro, nel mio infinitamente piccolo, un messaggio: che a essere aperti con gli altri si vive meglio. Anzi, si vive davvero.

A cura di Carlo Michele Caccamo

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