Alla fine è successo. Dopo due date annullate per pioggia che avevano quasi ucciso la mia speranza di poter assistere almeno per quest’anno ad un loro live, lemandorle hanno finalmente suonato all’Ape nel parco (e io ho finalmente potuto cantare a squarciagola, rompendo i timpani ai miei vicini di sotto palco, una delle canzoni che più ho ascoltato negli ultimi dodici mesi). Prima di vederli in azione però ho fatto due chiacchiere con Marco, voce e penna del barbuto duo, durante le quali abbiamo parlato di anni ’80, speranze del venerdì sera e, chiaramente, mandorle zuccherate.

La prima domanda è chiaramente di rito: come spiegheresti a chi non vi conosce chi sono lemandorle e come e nato il vostro progetto

Lemandorle è un progetto creato due anni fa per via di una canzone, Le ragazze, che è nata ancora prima del progetto stesso. Ho scritto questo pezzo nel 2016 e poi l’ho fatto sentire a Gianluca, il ragazzo che mi segue nei live, che mi ha aiutato a lavorarci su nell’inverno dello stesso anno. Da lì abbiamo pensato che la canzone potesse funzionare e così abbiamo deciso di mandarla ad alcune case discografiche, dalle quali è stata molto apprezzata. Alla fine abbiamo firmato con Metatron e INRI, che ci hanno aiutato a trovare una distribuzione con Sony, quindi è uscito il pezzo ed è partita l’avventura.

Le ragazze è anche un pezzo molto radiofonico

Sì, la canzone è stata subito una hit radiofonica, è passata moltissimo su Radio Deejay e per noi è stata una grandissima sorpresa; non avevamo degli altri pezzi pronti e quindi lemandorle è un progetto nato anche un po’ in corso d’opera.

Mi viene spontaneo chiederti come mai questo nome

Diciamo che lemandorle è un nome che ho sempre avuto da parte negli anni, addirittura avevo un hard disk con questo nome, e l’ho scelto perché in qualche modo mi ricordava l’infanzia. Essendo io nato in Sicilia, i miei genitori mi portavano tutte le estati a fare le vacanze a Milazzo e tutte le volte che andavo giù c’era una sorta di festa patronale dove c’erano queste bancarelle tutte colorare con le mandorle zuccherate che io volevo sempre.Mia mamma però non me le comprava mai, e quindi ci ho chiamato il progetto.

Io vi ho scoperti circa un anno fa bazzicando la playlist Indie Italia su Spotify, dove ho trovato Ti amo il venerdì sera. Partendo dal presupposto che ormai indie vuol dire tutto e niente, voi vi ritrovate in questa collocazione ?

È una cosa che ci gratifica perché comunque dà moltissima visibilità, anche se in realtà non siamo nati come progetto classicamente indie, anzi a noi piace definirci pop nell’accezione più ampia del termine. Inoltre noi facciamo qualcosa di prettamente elettronico, mentre l’indie storico nasce con le chitarre, quindi non ci dispiace ma nemmeno lo cerchiamo. Posso dire però che sicuramente ci piacerebbe non essere inscatolati esclusivamente in quel genere, anche perché io ascolto anche musica molto diversa: il mio genere preferito ad esempio è l’hip hop, e molte volte nella mia testa nascono pezzi che vanno in quella direzione.

Ieri, quando mi hanno detto che avrei dovuto intervistarvi, ho fatto ascoltare a mio padre i vostri pezzi perché mi piace tenerlo aggiornato sulle cose nuove che escono, e li ha apprezzati molto,soprattutto perché gli ricordavano un po’ la musica dance degli anni ’80. Ci ha preso?

Sì, assolutamente. Io sono nato nel 1981 ma è come se l’avessi assimilata già da bambino. Non è quindi un gioco estetico di riflesso, ma una cosa che viene naturalmente, in quanto avendo comunque vissuto quegli anni, la dance è entrata nel nostro DNA in parte anche senza volerlo.

A proposito di dance quindi, quanto ha influito e influisce la cultura del clubbing sul vostro modo di fare musica?

Molto, anche perché entrambi siamo dj e abbiamo suonato per anni nei club quindi abbiamo comunque questo retaggio. Forse nelle canzoni pure e semplici, pur essendo elettroniche, questo aspetto è ancora abbastanza contenuto, ma viene molto più fuori nei live, durante i quali organizziamo dei set per cui mescoliamo le canzoni con le basi strumentali che rimarranno così o magari diventeranno canzoni.

Da ascoltatrice, in Ti amo il venerdì sera ho trovato storie nate e finite nel tempo di una notte, rapporti che sono visti come un salto nel buio, parole che non rimangono astratte, ma si portano dietro delle immagini facilmente identificabili quasi come se fossero delle polaroid. Cosa rappresenta qui il venerdì sera?

Soprattutto quando sei giovane, il venerdì sera è un po’ il momento catartico che aspetti per tutta la settimana. È un momento di sfogo e allo stesso tempo di ricerca e di speranza. Di venerdì sera speri sempre che capiti qualcosa, che sia divertirti, innamorati o trovare una persona che ti cambi la vita. È quel giorno di liberazione che precede il weekend, che poi pian piano finisce e ricomincia tutto da capo, aspettando un altro venerdì.

Ascoltando sia Le ragazze, sia Marta – il vostro nuovo singolo–è chiara un’attenzione particolare all’universo femminile. I due pezzi mi sono sembrati come due facce complementari della figura della donna: da una parte, ne Le ragazze, il lato più frivolo e spensierato, dall’altro, in Marta, quello più intimo e profondo, con l’immagine di una ragazza che si trova alle prese con il passaggio dall’adolescenza alla vita adulta. Solitamente da parte di artisti uomini, la donna non è indagata in quanto tale, ma piuttosto viene percepita come l’altra metà di una relazione. Da cosa nasce quindi questo peculiare interesse?

A me piace molto l’idea di cercare di scrivere da una prospettiva che non sia necessariamente quella maschile, infatti in una sola canzone molte volte ci sono piani diversi di persone che parlano di altrettante cose diverse, e queste persone possono essere sia uomini, sia donna. Una cosa che mi interessa molto è anche il fatto di immedesimarmi in altri panni e creare piccoli racconti, poi sai, essendo una canzone di tre minuti può sembrare tutto molto superficiale, ma nella mia testa le correlazioni fra questi personaggi ci sono.

Quest’anno avete collaborato con alcuni artisti, fra cui gli Ex-Otago nel remix di Mare. C’è qualche artista italiano in particolare con cui vi piacerebbe collaborare?

Tantissimi. Mi piacerebbe molto collaborare con Marracash: una cosa che vorrei fare infatti è riuscire a creare un mix tra cose molto diverse fra loro, come ultimamente succede nell’hip hop americano in cui tutti collaborano con tutti. Mi viene in mente ad esempio un pezzo di Travis Scott,Stop trying to be God, in cui ci sono anche James Blake e Stevie Wonder e in cui quindi si mischiano generi completamente diversi.Sarebbe bello anche scrivere e cantare per e con delle donne, come ad esempio Levante o Francesca Michielin, così come mi piacerebbe fare qualcosa con Calcutta.

Stasera suonate all’Ape: dimmi tre aggettivi con cui descriveresti il vostro live per  convincere chi è qui di passaggio a rimanere ad ascoltarvi
Coinvolgente, inaspettato, sudato.

 

i prossimi appuntamenti:

28 settembre Lumiere Club – Pisa
03 ottobre CerebrationFest – Padova
12 ottobre Wasabi Club – Parma
26 ottobre Ht Factory Club – Seregno (MB)
02 novembre Pop It festival – Pordenone

 

a cura di Greta Valicenti

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