BOOMBOX MEETS…LA SCAPIGLIATURA

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A cura di Margherita di Clemente

Boombox ha avuto il piacere di intervistare i due fratelli Bodini, in arte La Scapigliatura.

Niccolò e Jacopo Bodini sono due fratelli che da sempre suonano in simbiosi e scrivono le loro canzoni; dopo una lunga, tortuosa e sofferta scrematura sono rimaste 11 tracce a completare il primo e omonimo album: La Scapigliatura. Nonostante la giovane età dei due “scapigliati”, un background internazionale ed eclettico ha segnato il loro percorso artistico; Jacopo si esibisce sui palchi più intimi della Francia,mentre Niccolò ha collaborato con Morgan, Violante Placido e Lele Battista (produttore artistico dell’album con Gaetano Cappa) ma anche il microfono di Chiedo Asilo su Radio 24; ha collaborato con Elisabetta Sgarbi per la casa editrice Bompiani e al prestigioso festival La Milanesiana.

Un album che vi stupirà per i testi curati e poetici, la vena a volte malinconica e una certa ironia intelligente.Ma non perdiamo altro tempo e andiamo a conoscerli!

La Scapigliatura, un nome nuovo nella scena musicale italiana. In realtà sappiamo che siete attivi musicalmente da tanti anni. Raccontateci quindi come è nata, e quando, l’esigenza di creare una band tutta vostra. Altra curiosità: com’è lavorare in famiglia? Classiche divergenze tra fratelli?

La Scapigliatura nasce sotto al portico di casa nostra, a Cremona. Era estate, si stava bene, si chiacchierava di tante cose tra cui il nome della band. In quei momenti è facilissimo lasciarsi andare alla fantasia selvaggia, ti sembra che ogni pensata un po’ originale sia, di fatto, una genialata. Poi saltano fuori nomi come Lacan Şükür (sincrasi fra il noto psicanalista Jacques Lacan e l’ex calciatore dell’Inter Hakan Şükür, che ora fa il politico per il partito conservatore turco) e capisci che in realtà il nome perfetto non lo troverai mai. A un certo punto, però, ci siamo guardati, era primo pomeriggio ma sicuramente non eravamo svegli da molto, entrambi spettinati all’impossibile, e ci siamo detti: “Chiamiamoci La Scapigliatura!”. E così è stato… Poi le contingenze effettive tra la nostra personalità e quella degli scapigliati ottocenteschi le giudicherà chi vorrà seguire la nostra musica.

E’ vero che noi suoniamo insieme praticamente da sempre, quindi siamo molto abituati a sopportarci quando arrivano i famosi “cinque minuti…” ma non è particolarmente faticoso. Questo, infatti, è uno dei motivi per cui abbiamo deciso di essere soltanto noi due. La maggior parte delle cose non dobbiamo neanche dircele. Ci si capisce al volo.

Dall’ascolto del vostro album si nota subito che siete cresciuti nella tradizione del buon cantautorato italiano ma  il vostro album è anche ricco di ispirazioni che sembrano arrivare da lontano. Mi piacciono infatti le diverse influenze e la ricchezza di suoni che vi si trova all’interno. Da dove provengono?

Siamo cresciuti entrambi con la musica. Molta musica e molto poco istituzionale. In una famiglia numerosa come la nostra (siamo cinque fratelli, tre femmine e due maschi) è naturale sperimentare tutte le forme possibili di comunicazione, di interazione, di sfogo. E quindi sei anche costretto a subire i gusti musicali di tutti (chi non rinnega qualcosa della sua playlist personale? Moltiplicate il disagio per sette). A casa ci sono sempre stati tanti strumenti e in un attimo il salotto diventava un palcoscenico perfetto per le più strambe esibizioni. Da piccoli s’inscenavano i cartoni animati o addirittura il festival di Sanremo. In più, quando era l’ora di andare a letto, nostra mamma si metteva tra le camere con la chitarra e ci faceva addormentare cantando. Cantava soprattutto Battisti. Anche la Vanoni.

Poi, nell’estate del 2013, noi due siamo partiti in camper per la Norvegia attraversando tutta l’Europa, soprattutto la Scandinavia. Stavamo finendo di scrivere questo disco e volevamo ispirarci ad orizzonti sconosciuti e sconfinati, come quelli che sognavamo di trovare nei fiordi. E così è stato. Negli arrangiamenti di certe canzoni come Appassimento, L’ultimo metrò, Neve a settembre o Tenera è la notte (ma anche altre), abbiamo cercato di tracciare dei “paesaggi sonori” che riportassero all’ascoltatore quelle immagini suggestive che noi avevamo visto e che volevamo comunicare con la musica, via meno ortodossa rispetto alla fotografia per comunicare il contenuto di un’immagine ma, a giudicare dalla domanda, efficace.

Continuiamo a parlare delle vostre canzoni. La donna, una figura femminile, sembra essere sempre in primo piano, il file rouge che lega tutte le canzoni. Anche il singolo, di cui a breve uscirà il video, si chiama Margherita. Avete una musa ispiratrice? O celebrate la donna in generale?

Piero Ciampi direbbe che la donna è una razza pericolosissima. Addirittura diceva “io, a volte, detesto veramente il genere femminile. (…) Però, alla fine, la donna è la cosa più meravigliosa che esista. Le religioni scadono di fronte a un rapporto umano”. Proprio questa frase ha ispirato le parole del ritornello di Margherita. Quando dice “E quando scoprimmo che solo peccando avremmo svelato il mistero del mondo” pone l’accento sulla potenza di certi amori liberi dalla necessità di una forma, di una canonizzazione e, quindi, esplosivi e sacri più di tanti dogmi.

La copertina del disco risponde in parte alla domanda. E’ vero che la donna è il file-rouge che lega tutte le canzoni, è vero anche che praticamente tutte le canzoni le abbiamo scritte in due. Ovviamente ci sono testi più personali come, appunto, Margherita, ma le donne che ispirano l’album sono molte e diverse e, alla fine, non appartengono a nient’altro che alla canzone stessa. Per questo, in copertina, ci siamo noi due sdraiati sul letto e al centro c’è una ragazza, di schiena, senza mostrare il volto nascosto sotto ai capelli proprio perché il volto di certe donne speriamo che lo mostrino le canzoni.

A proposito di ispirazione. Quali sono gli artisti che piu vi hanno influenzato, oltre Guccini (che omaggiate anche con una bellissima canzone, L’antisociale)? Il processo creativo è sorto in modo spontaneo tra di voi o avete dovuto trovare dei compromessi.

Abbiamo modi diversi di ascoltare e ricercare musica, ed anche di immaginarla. Prima di andare in studio abbiamo parlato molto dei compromessi che volevamo – o non volevamo – fare. Poi però, una volta che abbiamo iniziato a suonare, ci siamo trovati subito, e di compromessi ne abbiamo fatti pochi. Ci piaceva riuscire a realizzare un disco che suonasse, almeno da un punto di vista musicale, internazionale, perché è propria una dimensione contaminata ed eterogenea (per quanto prevalentemente occidentale) quella che caratterizza i nostri ascolti. Ci piaceva provare a mischiare le atmosfere dilatate dei Sigur Ros con il “quiet is the new loud” dei primi Kings of Convenience. Le chitarre brillanti e un po’ acide di Phosphorescent con un suono più scuro e potente, alla The National (che entrambi amiamo molto). C’è tanto Bon Iver, soprattutto nella ricerca e nella produzione del suono. Ma imprescindibile è il passaggio per l’Inghilterra: i Radiohead restano (un po’ per tutti, credo) un’idea nel senso kantiano del termine, un qualcosa a cui non si può mai arrivare, e a cui ci si siamo ispirati solo indirettamente. Più visibili le tracce degli Elbow, o dei Cure e degli Smiths. C’è un po’ anche di Baustelle e Perturbazione, due band italiane a cui dobbiamo tanto. A questo si aggiungono gusti musicali più personali: Nik è un grandissimo conoscitore di cantautorato italiano, non solo Guccini ma Piero Ciampi, Battiato, Dalla. E il cantato risente di questi ascolti, in una rielaborazione più intima e confidenziale. Jacopo, invece, ultimamente si divide tra il new folk di Laura Marling e Andrew Bird e l’elettronica dei Fuck Buttons e Apparat. E questo mix, tra il folk e l’elettronica, attraversa un po’ tutto il disco: le chitarre acustiche suonano spesso come sintetizzatori, su batterie acustiche ed elettroniche che si sovrappongono, in maniera spesso indiscernibile. E’ un mix che abbiamo ritrovato – con tutti i distinguo del caso – nell’ultimo album degli Alt-J, registrato più o meno contemporaneamente al nostro.

Come già detto, un album “ricco”. Canzoni diverse tra di loro, dalla piu “leggera” Morbida alla dolce Tenera è la Notte fino alla malinconica L’Ultimo metrò. Ma soprattutto un album che merita un ascolto paziente per cogliere a pieno i testi: non vi concedete a rime facili. La cosa che infatti ci ha colpito di La Scapigliatura sono le liriche poetiche e mai scontate. Come nascono le vostre canzoni? Prima il testo (che a noi sembra essere in primo piano) o partite piuttosto da una linea melodica (come potrebbe far pensare piuttosto Morbida).

Grazie! Ci fa piacere quanto dici…. Abbiamo lavorato molto sui testi, o meglio, abbiamo lasciato che nel tempo lavorassero in noi. Volevamo eliminare tutto ciò che ci sembrava eccessivamente scontato, o facilmente sorprendente, senza però perdere un approccio spontaneo. Certi testi sono stati scritti addirittura nell’arco temporale di qualche anno, ma il tempo che abbiamo effettivamente impiegato per scriverli è di un paio d’ore. Ogni canzone, poi, ha una genesi diversa. Tendenzialmente prima viene la musica, con qualche parola o qualche immagine del cantato improvvisato che si rivela interessante, e attorno a cui si addensa una storia, un’idea, la canzone stessa. Ma altre canzoni sono nate inversamente, quando l’urgenza di esprimere qualcosa era più ragionata, o conscia, e passava quindi prima dalla parola che dalla musica. Nel nostro modo di concepire la canzone, però, testo e musica sono egualmente importanti: è per questo che abbiamo sentito la necessità di lasciare spazio allo strumentale, soprattutto all’inizio e alla fine dei brani. Le parole hanno bisogno di uno spazio non parlato in cui per poter risuonare.

Ora siamo quasi alla fine. Quali sono le vostre speranze o aspettative per il futuro? Dove vi immaginate nei prossimi mesi (e dove vi piacerebbe essere).

Ci piacerebbe suonare tanto, nei prossimi mesi. Suonare dovunque, in Italia ma anche in Europa. Non ci poniamo obiettivi precisi, se non quello di suonare e far ascoltare queste canzoni al maggior numero di persone possibili. La musica, soprattutto a questi livelli, lascia anche il tempo per portare avanti i nostri studi, o le nostre ricerche, che comunque riteniamo importanti per la nostra formazione, personale tanto quanto artistica.

Noi  vi ringraziamo e concludiamo l’intervista con una domanda che facciamo a tutte le band. Qual è secondo voi il gruppo che farà piu successo nella scena emergente italiana in questo 2015?

La SKApigliatura, una band Ska di cui abbiamo sentito grandi cose.

 

 

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