BOOMBOX MEETS…KILLER SANCHEZ

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A cura di Valentina Aiuto

 

Venerdì scorso, prima che salissero sul palco del Linoleum, abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere anche con i Killer Sanchez. Di seguito l’intervista.

 

Tosse, rumore, più rumore, percosse.. descrizione sonora particolare. Spiegateci chi siete e cosa fate.

Quando facciamo le canzoni diciamo “mettiamoci questa roba” senza nessun senso e poi diciamo “figo”. E alla fine esce qualcosa che è indescrivibile in quanto a genere, per questo abbiamo inventato quella descrizione. La band è totalmente meridionale, eccezione fatta per la sezione ritmica, che è veramente settentrionale. Ci siamo trovati circa 3 anni fa. Cercavamo un cantante e, una volta trovato, i tasselli sono andati tutti al loro posto. Dopo un solo mese abbiamo fatto un concerto al Batik, il peggior live della storia. Stiamo cercando di debellare le fonti audiovisive. Da lì abbiamo avuto una spinta positiva.

Quali sono le influenze musicali di ognuno dei componenti della band?

Giorgio: io sono il bassista e nella mia vita ho sempre ascoltato di tutto.

Mico: Io sono vecchia scuola, più conservatore. Hard Rock e Blues sono i generi che ho sempre ascoltato.

Gabriele: vengo da una famiglia di musicisti, ma a fare qualcosa in questo campo non ci avevo mai pensato. Quando ho incontrato loro ho deciso di buttarmi in questa esperienza. Il Grunge è quello che mi contraddistingue. Il mio cantante preferito è Layne Staley degli Alice in Chains.

Sebastiano: Stoner, Hard Rock. Che poi è quello che avrei voluto fare, ma mettere insieme tutte le teste non era facile. Ed è quello che ci rende diversi nell’insieme.

Luca: Brit Rock. Non c’entro niente con tutti gli altri e volevo abbandonarli dopo la prima sala prove. In realtà poi abbiamo trovato un giusto equilibrio.

A quasi un anno di distanza, quali sono le impressioni sui risultati ottenuti con il primo ep?

E’ la versione beta di un ep che sta per uscire. A cavallo c’è stato un cambio di lingua che ci ha riportati indietro a riconsiderare alcune scelte fatte. Sembra una banalità, ma decidere di procedere in inglese piuttosto che italiano, che è stata poi la nostra scelta, vuol dire rimettersi in discussione, pensando al significato vero dei testi oltre al suono. C’è un occhio di riguardo al messaggio che può arrivare al di fuori. Le tracce che avevamo fatto per il vecchio ep sono i primi pezzi in inglese e rappresentano il rodaggio di quello che sarà poi, o almeno lo speriamo, un esperimento maggiormente riuscito.

Quali sono i vostri progetti per il futuro?

L’ep che sta per uscire si chiama “Ruggine” ed è un modo per rendere concreto il lavoro che abbiamo fatto finora. Come detto è in italiano e nasce da una reinterpretazione dei vecchi pezzi, con l’aggiunta di un suono più coerente, cambiato nel tempo e che sta continuando a cambiare.

Qual è l’album in uscita nel 2015, di un gruppo indipendente italiano, su cui riponete grandi speranze?

Verdena.

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