BOOMBOX MEETS…JUDA

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A cura di Alessandro Melioli

10363787_10152861987953023_2258597643966530770_nIl 30 ottobre è uscito il nuovo album dei judA dal titolo Quel brevissimo istante in cui ti manchi. È l’album di rilancio per il power trio milanese d’impostazione alternative/post rock, a quattro anni di distanza da Malelieve. Frutto di un lungo lavoro iniziato parzialmente nel lontano 2011 e interrotto per l’abbandono del fondatore Sergio Fossati, l’album si segnala per le tinte intimistiche ed esistenziali. Prodotto da Riff Recs e distribuito da Goodfellas, si può trovare sia in formato digitale che in doppio cd nei negozi di dischi. Abbiamo avuto il piacere di intervistarli.

 

Una breve introduzione. Qual è il vostro percorso artistico e quali sono le influenze musicali e culturali che più hanno ispirato i vostri lavori?

Quando iniziammo nel 2003, non ci ponemmo la questione di cosa suonare. Le influenze artistiche che avevano formato il nostro gusto erano diverse e ciò che ci venne spontaneo fu improvvisare e lasciare che il sound venisse da sé. Con il tempo le improvvisazioni ci trasportarono verso un post-rock malinconico e potente e cominciammo a costruire il suono in modo che fosse etereo e potente, ma soprattutto che avesse avuto una sua identità e riconoscibilità, che fosse stato compatto e omogeneo e che ci avesse consentito di sviluppare al meglio le dinamiche dei pezzi. Per una questione prevalentemente anagrafica siamo stati maggiormente toccati dalla musica degli anni 90 (Nirvana, Soundgarden, Tool, Slint, Faith No More, Kyuss, Dinosaur Jr., Deftones), dal post-rock che prese vita alla fine di quel decennio (Sigur Ròs, Mogwai, Godspeed You! Black Emperor) e dal cantautorato italiano e straniero (Lucio Dalla, Lucio Battisti, Renato Zero, Damien Rice, Nick Drake, Elliott Smith). Chiaramente band come Pink Floyd, King Crimson e Led Zeppelin rappresentano punti di riferimento immortali e la passione per la letteratura ci ha spinto diverse volte ad inserire riferimenti bibliografici nei testi (da Bulgakov a Pennac).

Siamo sempre rimasti attaccati al sound primordiale dando seguito alla naturale evoluzione che ha avuto. Per cui passammo da un lavoro molto scarno e istintivo come RESPIRI E SOSPIRI (2007) ad un album come MALELIEVE (2010), in cui affinammo suono e dinamiche e inserimmo più cantato (l’arrivo di Alberto alla batteria ci fece acquisire maggiore impatto e spinta), sino ad oggi, avendo dato grande importanza agli arrangiamenti.

Il vostro ultimo album, malelieve, risale al 2010. Da allora sono trascorsi quattro anni fatti di grandi cambiamenti, tra cui l’arrivo del nuovo chitarrista Alessandro Denti. Com’è proceduta la realizzazione di questo nuovo album? Quali sono state le novità e le continuità rispetto ai precedenti lavori?

Iniziammo a lavorare a nuovi pezzi già durante i live attraverso l’Italia per MALELIEVE. Ci trovammo a metà del 2011 con una quarantina di idee su cui lavorare. Il periodo creativo fu veramente fertile ma subì un primo arresto quando in quell’estate Alberto decise di lasciare il gruppo per poi rientrarvi qualche mese dopo. Interrompemmo l’attività live, che con grande piacere e sorpresa ci impegnò tantissimo dall’uscita dell’album, e ci rimettemmo a lavorare sui pezzi e ancora ci fermammo quando, a Maggio 2012, Sergio decise di lasciare. Questa volta ci prendemmo una lunga pausa e solo in Ottobre decidemmo di cercare un nuovo chitarrista. Dopo averne provati alcuni, chiedemmo ad Alessandro, che era appena uscito dagli Eco98, di unirsi a noi e fu così che iniziammo un nuovo periodo di improvvisazioni per costruire il giusto feeling. Riprendemmo solo alcuni dei pezzi iniziati con Sergio (Il coma della ragione, Isolamento, 100, Del buio) e iniziammo a lavorare su nuove idee potendo sfruttare l’abilità di Alessandro nell’uso di synth e della chitarra classica. Data la natura di alcuni pezzi, ancora potenti e ricchi di dinamica ma “poveri”, sentimmo la necessità di prestare maggiore attenzione agli arrangiamenti, così ci rivolgemmo a due amici, Francesco Saverio Gliozzi (KHORA QUARTET) e ad Alberto Freddi (ELAFLEIN e LUF) per realizzare le diverse sezioni di archi inserite nell’album. In un primo momento ci scontrammo con la paura di non saper gestire una massa di lavoro tanto grande, così decidemmo di azzardare la realizzazione di un doppio album e non volendo seguire il trend di realizzare un EP ogni 6 mesi ritenemmo questa scelta molto più onesta e in linea con ciò che sentivamo. Decidemmo anche di iniziare il nuovo album esattamente con lo stesso riff con cui finì il precedente (scelta fatta anche per MALELIEVE che inizia dalla fine di RESPIRI E SOSPIRI) e di prendere una canzone da esso e riarrangiarla (per cui “L’invenzione della verità”, presente in MALELIEVE, si è trasformata in “Nuove Invenzioni”).

Il titolo dell’album è molto suggestivo: Quel Brevissimo Istante In Cui Ti Manchi. Pare riveli una grossa connotazione esistenziale: cosa significa per voi? Quanto è implicato il vostro vissuto in questa espressione?

Come detto prima, e come è facilmente intuibile, i 4 anni che separano i due lavori sono stati caratterizzati da eventi drammatici ed estremamente emotivi, ma anche ricchi di soddisfazioni e di nuovi entusiasmi e speranze. In quest’ottica, QUEL BREVISSIMO ISTANTE IN CUI TI MANCHI è inevitabilmente permeato di ogni tipo di sentimento provato. Il cantato è molto presente e la stesura definitiva dei testi ha richiesto più di 2 anni di lavoro e un notevole sacrificio emotivo e nervoso. Il titolo riassume il culmine di tutto ciò che è racchiuso nelle 16 canzoni che compongono il doppio disco. Potremmo descrivere “il brevissimo istante in cui ti manchi” come un momento di lucidità nella follia o un momento di follia in un’eterna lucidità. La presa di coscienza di ciò che si sta facendo subito dopo uno stato di incoscienza o tilt emotivo. Un istante indefinito, brevissimo per definizione, ma non quantificabile nel tempo che viviamo giornalmente perché il tempo dettato dai sentimenti e dagli stati emotivi non è quantificabile. Attimi che sembrano vite e vite che volano in un attimo fino al momento in cui ciò che siamo nel nostro animo più profondo, non ci viene a mancare. Fino a quando non percepiamo un assoluto bisogno di rimediare a ciò che ha provocato lo strappo con noi stessi. E’ l’istante in cui ci si presenterà il prossimo percorso da seguire. La distruzione, la salvezza. L’attimo in cui, riaffiora, nella nostra coscienza ormai corrotta dal tempo e dal contesto in cui viviamo, l’immagine pura e innocente di ciò che eravamo e che non saremo mai più.

Il disco è permeato da una sonorità malinconica nella quale si manifestano temi come l’abbandono o la fragilità; tuttavia, al tempo stesso, è incentrato su amore, sogni e speranze. Qual è il messaggio che volete trasmettere e quali sono le vostre aspettative riguardo al pubblico?

Facendo musica ci ritroviamo spesso a dover fronteggiare questi “brevissimi istanti” e la malinconia che generano ed è ciò che abbiamo deciso di condividere (più che trasmettere) con gli ascoltatori. L’album inizia proprio con un inno alla speranza (Vibra), ma via via si sviluppa in una direzione di denuncia della crudeltà dell’uomo (Isolamento), della sua pochezza intellettuale e affettiva (Il coma della ragione, Fiele, 100, L’inferno e il Cristallo), delle sue debolezze (Ars oblivionis, Di stomaco, Nuove invenzioni) descritte a volta con ironia (Quasi smetto) e altre volte con il più nobile e potente dei sentimenti (Riflessi nel ghiaccio). A tutto ciò si aggiungono una sorta di analisi a ciò che ci spinge verso una malattia terribile come la depressione (Nel deserto) e l’impotenza e la disperazione che si provano di fronte alla prematura scomparsa di una persona cara (L’eleganza dei pensieri semplici). Non sappiamo come le persone che ci seguono percepiranno questo lungo e impegnativo contenitore di emozioni. Ci rendiamo conto che proporre 2 ore di musica, in un momento in cui la musica “fast-listening” regna sovrana, sia azzardato. Tuttavia confidiamo nel fatto che coloro che sapranno rapportare il proprio animo alle atmosfere e ai temi dell’album apprezzeranno la strada intrapresa e pensiamo che, di questi tempi, già riuscire a condividere con altre persone quel brevissimo istante in cui ci manchiamo, ci farebbe sentire tutti meno fragili e soli.

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