Boombox meets…Jamu

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A cura di Carolina Cammi

L’appuntamento è alle 20:30 allo studio di registrazione Massive Arts Studios, una sera autunnale tipicamente milanese, fredda nebulosa e di un grigiore quasi opprimente. Arrivo in anticipo per non farmi attendere dai ragazzi. Ve li presento, sono i Jamu.
Assisto a una loro jam session, e capisco la passione che mettono nella musica e nel loro progetto. In controtendenza però con la macchina standardizzata e sforna-cantanti, creati a immagine e somiglianza delle richieste del pubblico, i Jamu portano avanti un tipo di musica più genuina e personale plasmata dalle loro esperienze e sperano in un futuro diverso per la musica e per i giovani emergenti. Emergono sporadiche nuove proposte dagli alti vertici, Mei e SIAE, insieme alla sensibilizzazione di alcuni parlamentari, affermano di volersi impegnare per realizzare agevolazioni, sgravi fiscali, e facilitazioni per i festival di emergenti. Tutto questo fa ben sperare (o per lo meno noi lo speriamo).
Ora conosciamoli meglio.

Qual’è il vostro ruolo nel gruppo e di cosa vi occupate nella vita?

Francesco: Io sono la voce, autore dei testi e la chitarra acustica, studio Giurisprudenza all’Università Cattolica.
Matteo: Io sono il batterista, e nella vita lavoro in un’azienda di service audio – mostra poi con giusta fierezza un suo souvenir, le bacchette regalategli dal batterista di Macklemore dopo avergli montato la batteria.

Salvo: Io sono la chitarra solista, e studio ingegneria al Politecnico.

Come nasce il vostro gruppo?

F: Il gruppo nasce un po’ per caso, amici che si incontrano e suonano insieme diventando una famiglia. Ho incontrato Matteo ad un concerto, lui suonava, io ascoltavo, parlammo di un progetto musicale comune ma passò quasi un anno da quando incontrai Salvo e nacque l’idea di suonare insieme, quindi richiamai Matteo che venne di corsa e ci lanciammo in questo progetto tra sogni e speranze.

Il vostro nome Jamu invece, come è nato, ha un significato?

F: Decidemmo di chiamarci Jamu, è una parola di lingua africana nella quale ci identifichiamo molto, il suo significato “suonare insieme armoniosamente”, è inoltre la parola che dà origine al termine jam session e noi nasciamo proprio dalle varie jam che abbiamo fatto insieme a Milano. Poi in dialetto Jamu è un enfatizzazione del verbo andare e non penso quindi ci sia termine migliore per indicare un gruppo di tre ragazzini che si lanciano all’avventura.

Siete tre ragazzi molti diversi, quali sono i contesti musicali in cui vi siete formati? Ricordiamo che Francesco e Matteo sono calabresi e Salvo invece siciliano.

F: Nessuno di noi tre proviene da studi di conservatorio, abbiamo imparato da maestri in parte, e sul campo, tutti e tre proveniamo da precedenti esperienze con altri gruppi, io avevo un gruppo nel mio paese, Salvo ha fatto parte di due gruppi, mentre Matteo era in una banda musicale. Aggiungo che Matteo, sempre da autodidatta suona più strumenti, da quelli a percussione, al violino, l’oboe, la lira e la fisarmonica.

Qual’è il vostro stile e quali sono i gruppi che ammirate, considerando le vostre differenti formazioni musicali?

F: Il nostro stile musicale, è un mix dei ritmi e delle tonalità più varie, veniamo da background musicali molto diversi, spaziamo tra i generi, mischiamo molto, dal rock al blues, passando per la Taranta e il pop, sperimentiamo e cerchiamo di trovare il giusto equilibrio, le ricette sono segrete, ma i risultati speriamo di vederli presto. Ognuno di noi ha generi diversi e influenze diverse, io personalmente sono un fan dei Guns, amo quel filone musicale e apprezzo molto l’alternative rock, gruppi come i Nickelback o i 12 Stones, fino ad arrivare ai Linkin Park, Matteo viene dal Raggae e dai ritmi ska, è un amante del grande Bob, mentre Salvo ama ogni genere musicale, perché non scada nel commerciale, e il suo gruppo preferito sono i Beatles.

Francesco, a cosa ti ispiri per i testi delle vostre canzoni, e perché scrivi?

F: Vengono dalle mie esperienze passate, inni alla vita, alla morte e a opinioni politiche. Se mi chiedi perché scrivo, rispondo che scrivo per amore. Per amore verso la vita, verso una donna, verso la libertà anche verso se stessi, ma c’e sempre un po’ d’amore in quello che vorremmo dire e fare.

Durante la preparazione della sala, noto un tuo gesto Francesco, appoggi una collana con estrema cura sul tuo microfono, qual’è il significato?

F: Questa è una preghiera buddista per coloro che sono morti prima del tempo, la porto sempre con me, a ogni mia jam session, e la metto sul mio microfono, mi ricorda i motivi per cui canto e suono, e cioè per me certo, ma anche per le persone a me care.

A breve uscirà il vostro primo album, di cosa parlerà e come vi fa sentire?

F: La nostra musica abbraccia molti temi diversi, l’album uscirà dopo Natale, si intitolerà Pezzi d’anima e lacrime, racconterà storie di vita e proteste, affrontiamo tematiche a volte difficili, parlando di vita, morte e amore, affrontiamo la trinità che scandisce gli attimi di vita di un essere umano.
Inizia tutto con il pezzo Amico mio, suonato per un caro amico e grande musicista ora scomparso, poi c’è La tua bellezza che racconta di una donna tremendamente bella che mi ha folgorò tra le aule della mia università è uno dei pochi pezzi che ho scritto dedicati ad una donna, ci saranno Favola moderna e Inno Dissacrato, testi e musica molto forti, sono le nostre grida contro una società cieca e che ignora i bisogni di chi spesso non ha più la forza di combattere, il nome dell’album lo abbiamo tratto da un nostro pezzo che nasce a sua volta da una domanda: “cosa lasciare alla persona che si ama?”. Capii che si lasciano pezzi d’anima e lacrime, poiché l’amore unisce oltre ai corpi le anime, e quando le anime si rompono nel separarsi perdono pezzi, mentre il corpo per il dolore, lacrima. Questo album, ha avuto una lunga gestazione, circa un anno e mezzo, senza considerare la canzone Amico Mio, che risale a circa due anni fa, ma ora vedere il nostro lavoro venire pubblicato ci fa sentire al settimo cielo, un sogno che si corona a 22 anni.

Il vostro gruppo, a questo punto, vede la musica come un hobby o come un lavoro?

F: Per il momento è sicuramente un hobby, ma non escludiamo che possa essere di più in futuro, per il momento viviamo giorno per giorno prendendo quello che viene e poi si vedrà.

Immaginatevi tra qualche anno e soprattutto dove sperate di poter suonare?

F: Mi immagino con la barba più lunga ma con lo stesso amore per la vita, spero suoneremo per strada, sui tetti delle case, nei parchi, l’importante è non perdere la genuinità, quello mai. Il mio sogno, se diventassimo famosi, sarebbe incontrare qualcuno che per strada canta le nostre canzoni e scommette su di noi per tirare su qualche soldo, e poi come vecchi amici, suonare insieme improvvisando, questo significherebbe avere vinto e aver trasmesso il nostro messaggio al mondo.

Foto Sergio Butta

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