BOOMBOX MEETS…IOSONOUNCANE

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A cura di Ermanno Calamo

Per la nostra rubrica Boombox, abbiamo intervistato Jacopo Incane, o meglio conosciuto come IOSONOUNCANE.

La tua carriera musicale inizia nel 2000 negli Adharma. Nel 2008 il gruppo si scioglie e per te inizia una nuova vita musicale con il progetto Iosonouncane. Vuoi dirci come e perché nasce?

Dopo lo scioglimento degli Adharma avevo ancora voglia di suonare e mi sono ritrovato a doverlo fare da solo. Mi sono dato un nome e ho iniziato a registrare delle robe in casa. Le ho messe online e dopo pochi mesi suonavo in giro. Tutto qua.

Sono passati 5 anni dal tuo ultimo album “La macarena su Roma”, come mai tutto questo tempo? Quali sono le ragioni per cui hai avvertito l’esigenza di prenderti questo tempo?

Non è stata una scelta a monte. È stato semplicemente necessario e naturale, per la grande quantità di materiale messa in gioco e per il metodo di lavoro utilizzato.

Il tuo nuovo album DIE sta avendo un successo incredibile e c’è chi lo definisce il miglior album italiano del 2015. Cosa ne pensi e come stai vivendo questo incredibile successo?

Mi fa molto piacere.

I protagonisti di DIE sono un uomo che sta affogando e una donna in riva al mare che lo osserva sotto una tempesta. In generale è un album dove le parole hanno più significati rispetto a quello più immediato e, a mano a mano che lo si ascolta, la “storia”del disco viene fuori attraverso una sequenza di immagini. E’ nata prima la storia o la musica?

Prima la musica, senza dubbio. La storia si è delineata progressivamente durante la stesura dei testi, anche se in realtà era già presente, come suggestione, fin dal primo istante: ho sempre sentito la presenza di un uomo e una donna.

L’anima di DIE è sicuramente prog, ma per la sua composizione hai avuto qualche punto di riferimento musicale? E per la sua storia come hai trovato l’ispirazione?

In maniera estremamente istintiva e naturale sono emersi tutti o quasi gli ascolti degli ultimi quindici anni. Non ho avuto e non ho in generale dischi o artisti di riferimento. Nella mia tavolozza convivono serenamente Guccini e Jon Hopkins, This Heat e Mingus, Byrds e Beyoncé. Vengo dal mare e da una famiglia di pescatori per cui probabilmente la storia narrata in DIE mi appartiene da sempre. Non l’ho dovuta cercare, ho dovuto lasciare che emergesse.

La parola DIE ha molteplici traduzioni da lingue straniere e dialetto sardo. Ce le vuoi spiegare?

Cercavo un titolo breve, non italiano, non estrapolato dai testi e che potesse diventare una sigla capace di racchiudere in sé tutta la dimensione lirica e sonora del disco. Dopo vari titoli scartati è arrivato DIE. In lingua sarda significa giorno, in inglese morire, in tedesco è pronome e articolo femminile. Due sillabe, tre lingue, nessuna traccia nei testi: perfetto.

Ascoltando DIE si sente chiaramente il classico “cantu a tenore” sardo, quasi come se fosse il filo conduttore musicale di tutto l’album. Quanto sono importanti le tue origini sarde e quanto influenzano la tua musica?

La Sardegna ha formato il mio sguardo e regolato il mio apporto istintivo e immediato con la realtà, il vivente, lo spazio, la morte. La scrittura di DIE mi ha riportato a casa, a quel lessico, quella materia viva, ed è stato estremamente naturale attingere dal patrimonio della musica tradizionale sarda, sconfinato e unico. Il suono di quelle voci è il suono di quella terra.

Per concludere, il DIE tour è già iniziato toccando tappe davvero importanti e ti terrà impegnato per mesi, quanto contano i live e il contatto con il pubblico? E hai altri progetti in cantiere?

Stare sul palco mi piace tantissimo, stare in tour molto poco. Non amo andare ai concerti, non amo andare nei locali e non amo trovarmi in mezzo a una folla. Ho una natura solitaria e amo stare solo o fra poche persone, godendo di silenzio e isolamento. Per me è vitale immaginare e dare una forma a quanto immaginato, a tutto il resto potrei rinunciare. Per il futuro ho parecchie cose in mente ma è ancora presto per parlarne.

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